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Omelie Parroco


29  GENNAIO  2023

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

 

Rif. Biblici:   1^Lettura    Sir                  7,27-30.32-36

                     Epistola:     Col                 3,12-21

Vangelo:       Lc                  2,22-33

 

In questa ultima domenica di gennaio celebriamo la festa della Santa Famiglia di Nazareth: Gesù, Maria e Giuseppe.



Oggi guardiamo a quella famiglia dove, come dice il Vangelo di Luca, in rapporti di rispetto ed amore Gesù cresceva in età, sapienza e grazia.

Al Signore chiediamo che le nostre famiglie possano essere così.  Nell’epistola l’apostolo Paolo dice: “Rivestiti di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri”.  Questo per crescere nell’amore di Dio e del prossimo.

Tutto ciò può avvenire ed avviene se si è scelto di essere sposi, genitori seguendo una prospettiva di fede: la chiamata del Signore.

C’è nella Chiesa accanto ad altre, la vocazione al matrimonio ed alla vita coniugale.

Il Cristiano non si sposa o non dovrebbe sposarsi seguendo la propria istintività o emotività, ma perché ha scoperto che il Signore lo ha fatto per il matrimonio e la famiglia e per lui o per lei ha preparato una persona che lo possa completare e costituire in unità.

Oggi l’invito è a riscoprire e riconoscere il Sì detto al Signore e sancito dal Sacramento.

Ricevendo il Sacramento del matrimonio il Signore ha voluto essere con noi ed accompagnarci nel cammino coniugale e familiare della nostra vita.

Il sacramento non cancella la nostra libertà.  Si può dire di sì ma anche no.  Oggi assistiamo con molta tristezza a rotture o separazioni di matrimonio celebrati in chiesa di fronte al Signore.

Anche se ci si separa però la promessa fatta ha segnato e segna per sempre la vita e resta un Sacramento.

La Chiesa non vuole giudicare, ma vuole essere vicina a queste persone perché conosce la debolezza dell’uomo ed invita a vivere la separazione con responsabilità verso l’altro/a e i figli.  Occorre intraprendere il cammino del rispetto e del perdono affinché i figli possano crescere sereni in età, sapienza e grazia.

Facciamo nostra questa preghiera:

 

Beati gli sposi che scelgono il sacramento del matrimonio,

perché sarà fondato sull’amore di Cristo.

 

Beati i genitori chiamati a educare i figli a vivere in pienezza,

perché realizzeranno la loro vocazione all’amore.

 

Beati i figli che rispondono alla vocazione del Signore,

perché il loro legame si trasmetterà di generazione in generazione.

 

Beati i nonni che educano con amore i figli e i nipoti,

perché le loro vite saranno un dono per gli altri.

 

Beate le famiglie in cui ci si accoglie,

perché sono strumento del suo amore.

 

Beati noi quando costruiamo una catena

di amore reciproco.

 

Rallegriamoci perché il Signore

è in mezzo a noi e ci tiene uniti.

 

Amen

  

don Edy


22  GENNAIO  2023

TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

 Rif. Biblici:   1^Lettura    Es                   16,2-7a.13b-18

                     Epistola:     2Cor                 8,7-15

Vangelo:       Lc                     9,10b-17

 

Anche questa domenica il brano di Vangelo ci presenta un episodio epifanico: il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Gesù sente compassione per la folla che lo ha seguito e dà loro il cibo che li possa sostenere.  Il brano è profondamente simbolico e chiede di essere interpretato per poter comprendere tutti gli insegnamenti che ci vuole dare.

Questo brano si inserisce nella tradizione biblica che ci presenta Jahvè come colui che dà da mangiare al suo popolo nel deserto come ci ha detto la prima lettura odierna.

Famoso è anche il brano che ci descrive la vicenda di Elia che fugge per paura di essere ucciso dal Re Acab e che viene nutrito dall’Angelo di Dio.

Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.  Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb”. (1Re 19,4-8).

Questi episodi altamente simbolici ci vogliono dire che Dio ci nutre con un cibo spirituale che ci sostiene  nel cammino della vita.  Questo è il significato del brano di Vangelo. Nell’uomo, in ogni uomo c’è una grande fame di vita, di amore, di bellezza che durino per sempre.  È la sete di eternità, perché siamo immagini dell’Eterno.  “Egli creò l’uomo a sua immagine.  A sua immagine e somiglianza Egli lo creò” ci dice il libro della Genesi.

Purtroppo spesso ci illudiamo che cose di questo mondo possano saziare la nostra fame, ma è una illusione.  Solo Dio lo può fare.

Siamo quindi chiamati a dire al mondo che niente ci può saziare se non il Signore Dio. 

Quando ci mettiamo alla sequela di Cristo e come lui ci poniamo nelle mani del Padre per compiere la sua volontà noi troviamo una risposta al desiderio profondo di eternità che è in noi.

È molto significativo il passaggio del Vangelo di Giovanni dove dopo l’incontro con la Samaritana Gesù afferma che il suo vero cibo è fare la volontà del Padre.

Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. (Gv 4,31-34).


Ci chiediamo allora se è così per noi.

Nostro cibo è fare la volontà del Padre?

don Edy


15  GENNAIO  2023

SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

 Rif. Biblici:   1^Lettura    Nm                 20,2.6-13

                     Epistola:     Rm                    8,22-27

Vangelo:       Gv                    2,1-11

 

In questa seconda domenica dopo l’Epifania la liturgia ci ricorda ancora un “gesto epifanico”, ossia la rivelazione della potenza di Dio che agisce in Gesù.

“Egli manifestò la sua gloria” attraverso il “segno” da lui compiuto.

L’evangelista Giovanni non chiama miracolo ma segno perché l’evento prodigioso compiuto da Gesù ha una finalità che va al di là del fatto in sé.  Vuole portare coloro che vedono alla fede. “I suoi discepoli credettero in lui”.  In realtà il segno (Giovanni ne racconta cinque: Cana, guarigione del paralitico, moltiplicazione dei pani e dei pesci, il cieco nato, Lazzaro) non è mai univoco e per questo si presta a differenti interpretazioni.  Di fronte a chi crede ci sono coloro che non credono e che anzi prendendo spunto da quanto operato da Gesù lo accusano di andare contro la tradizione e di violare la legge.

Tutto il Vangelo di Giovanni si gioca su questa contrapposizione fino alla Croce dove Gesù rivela in pienezza la sua “GLORIA” e proprio di fronte alla Croce Giovanni commenta: “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate”.

Il discepolo oggi è chiamato a scoprire i segni che manifestano la gloria di Dio in mezzo a noi.  La tradizione cristiana li chiama “Segni dei tempi”.  Spesso non cogliamo questi segni perché siamo superficiali o distratti. Soprattutto però perché non sappiamo riflettere sul “nostro vissuto”.  Più volte l’Arcivescovo ha parlato nei suoi discorsi o scritto di una “Società delle lamentazioni”.  Ci si lamenta in modo epidermico, superficiale ma non si va in profondità cosa che invece è fondamentale.

Che cosa mi dice il Signore attraverso il segno di una malattia, di una sconfitta, di un dolore, di una rottura, ma anche di una gioia, di una amicizia vera, di un incontro particolare con altre persone?  Queste sono le domande che dobbiamo porci andando oltre la superficie.  Allora potremmo scoprire la presenza di Dio e “CREDERE”.

Credi Tu? È la domanda che Gesù pone a Marta sorella di Lazzaro prima di ridare vita al fratello già da quattro giorni nella tomba.

Credi tu chiede a noi oggi?  Credi che io possa trasformare l’acqua della tua esistenza nella bellezza e bontà del vino che ti dà forza e gioia?

Vorremmo rispondere come Marta: “Sì o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che può operare grandi prodigi”.

 

                                                                 don Edy


8  GENNAIO  2023 

BATTESIMO DEL SIGNORE

 

 Rif. Biblici:   1^Lettura    Is                    55,4-7

                     Epistola:     Ef                     2,13-22

Vangelo:       Mt                   3,13-17

 


Oggi ricordiamo il Battesimo del Signore Gesù nelle acque del fiume Giordano.

Il Battesimo segna per Gesù l’inizio della vita pubblica e del suo ministero.

È un momento in cui dall’alto viene confermata la sua missione:

Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questo è il Figlio mio, l’amato. In lui ho posto il
mio compiacimento
”.

È una citazione del profeta Isaia nel primo Carme del servo di Jahvè, al capitolo 42 leggiamo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole. Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l'alito a quanti camminano su di essa: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. (Is 42, 1-7).

Gesù è l’amato, il Figlio che si fa servo per la nostra salvezza.  Da quel momento in avanti fino alla Croce Egli sarà il servo umile ed obbediente che compie la volontà del Padre.

Il Battesimo di Gesù richiama sicuramente in modalità e forme diverse il nostro Battesimo. Anche a noi il Padre nel Battesimo ha detto: “Tu sei mio figlio, mia figlia.  Io ti sono vicino e tu non sei lontano da me”.  La nostra vocazione è la figliolanza divina.  In Cristo noi tutti siamo diventati figli/e e siamo stati chiamati a metterci al servizio del Regno di Dio.

È sicuramente la cosa più bella ed importante della nostra vita che dà senso e significato a tutta l’esistenza.

Siamo consapevoli di tutto questo?  San Paolo nella lettera agli Efesini dice: “Non siete più stranieri, né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio”.

Questo ci aiuti a superare le prove ed i dolori della vita per metterci al servizio di Dio.

                                                                  don Edy


1° GENNAIO  2023

OTTAVA DEL NATALE

Circoncisione del Signore

 

Rif. Biblici:   1^Lettura    Nm                 6,22-27

                     Epistola:     Fil                  2,5-11

Vangelo:       Lc                  2,18-21

 

Il rito ambrosiano celebra nell’ottava del Natale la memoria della “Circoncisione del Signore Gesù”.

Questo rito che la legge mosaica prescriveva per i figli maschi veniva celebrato come ingresso e come segno di appartenenza al popolo di Israele.  Israele (ripete spesso l’apostolo Paolo) è il “popolo dei circoncisi” ossia di coloro che portano nella loro carne il segno dell’appartenenza a Dio.

Anche Gesù si è sottomesso a questo rito. 

Fondamentale per la Cristologia è la pagina dei Filippesi che oggi leggiamo.

Sottolineo questi aspetti.

1.  “Pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio”. È la scelta dell’incarnazione che è condivisione piena della nostra umanità eccetto che nel peccato.

2.  “Svuotò se stesso” assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” è la CHENOSI, il farsi piccolo pur esseno il più grande ed il più potente.

3.  “Umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di croce”.  Il Figlio di Dio si “UMILIA” e si fa “OBBEDIENTE” per compiere la volontà del Padre.

4.  “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome”.

Potremmo chiederci chi è Gesù per noi, perché spesso siamo molto lontani da questa prospettiva.

Lo pensiamo avvolto da una luce ieratica, lontano dalla quotidianità della nostra vita.  In realtà egli si è fatto come noi ha condiviso in tutto la nostra condizione eccetto che nel peccato.

È la prima conversione che oggi ci viene chiesta.

Impariamo a conoscere chi è Gesù.

La domanda più importante che però dobbiamo porci oggi è un’altra.  Dobbiamo partire da   quanto dice Paolo. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.


Quante volte pensiamo che dobbiamo spendere la nostra esistenza anzitutto cercando di essere come il Vangelo ci dice sia stato Gesù, di vivere come lui, di parlare come lui, di amare come lui, di farci obbedienti come lui?

Alla fine di ogni anno ringraziamo il Signore per quanto ci ha dato.  Di cosa dobbiamo ringraziare?  Non di cose materiali ma avere il coraggio di dire: “Grazie Gesù perché sono stato umiliato come tu ti sei umiliato”.

Grazie Gesù perché pur nella fatica mi hai aiutato a farmi servo come tu ti sei fatto servo.

Grazie Gesù perché l’obbedienza alla volontà del Padre mi ha portato sulla Croce come tu per obbedienza sei andato in Croce.

Questo è il Cristianesimo e se siamo lontani da tutto questo preghiamo per la nostra conversione.

 

                                                                 don Edy



DOMENICA  18  DICEMBRE   2022

 SESTA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                       62,10-63,3b

                                       Epistola:      Fil                        4,4-9

                                       Vangelo:     Lc                        1,26-38a              

 

Oggi la liturgia ci invita a contemplare il mistero dell’Incarnazione e della Divina Maternità di Maria.

Abbiamo ascoltato la splendida pagina del Vangelo di Luca che ci ha raccontato come l’Angelo abbia portato l’annuncio a Maria. Ella sarà colei che accoglierà in sé e darà un corpo al Verbo di Dio.

Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.  Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.

Le parole dell’Angelo hanno provocato un grande turbamento in lei.

A queste parole fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”.

L’incontro col Mistero che è più grande di noi e va ben al di là delle nostre capacità di comprensione provoca sempre turbamento o paura.

Per questo è molto importante l’invito dell’Angelo a Maria: “Non temere”.

Dio va incontro a Maria per un annuncio di salvezza e non di condanna.  Non temere” sarà il saluto che il Cristo dirà a noi discepoli dopo la sua resurrezione.

Non temere” è l’invito che inizia il racconto evangelico e lo chiude.

Mettiamoci anche noi con fiducia nelle mani di Dio e con Maria diciamo il nostro “FIAT”.  “Ecco sono la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”.

E la gioia di sentirsi amati e salvati sia nei nostri cuori.

È l’invito dell’apostolo Paolo nella seconda lettura.

Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti.  Il Signore è vicino!  Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti.  E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù”.

Purtroppo, però spesso non sappiamo guardare con fede alla nostra vita, ma ci angustiamo, ci preoccupiamo, abbiamo paura di fronte alle prove dell’esistenza.

Fare Natale significhi allora ritrovare la gioia di essere nelle mani di Dio e di sentirci amati da lui.  Egli è più grande di tutte le nostre sofferenze, dolori e paure.

A lui diciamo: “Credo in te.  A te mi Affido.  In te confido.  Non sarò deluso in eterno”.

 


don Edy


DOMENICA  11  DICEMBRE   2022

QUINTA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Mi                         5,1;3,1-5a.6-7b

                                       Epistola:      Gal                         3,23-28

                                       Vangelo:     Gv                          1,6-8.15-18              

      

Anche quest’oggi la liturgia ci presenta la figura di Giovanni il Battista.

Viene sottolineata la sua testimonianza alla luce.

Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”.

Colui che viene è la luce, egli viene per illuminare ogni persona sul senso e finalità della vita, per indicarci la strada che dobbiamo seguire per giungere alla pienezza di bene e di pace che il nostro cuore desidera.

In lui si compie la profezia di Isaia su cui abbiamo meditato anche in queste settimane di Avvento.

Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda. Poiché il giogo che gli pesava e la sbarra sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino tu hai spezzato come al tempo di Madian. Poiché ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco. Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e sempre”. ((Is 9,1-6)


Viene tra noi il principe della pace, colui che ci libera da ogni male e peccato.  Egli illumina il nostro futuro e ci dona speranza.

Viviamo con fede queste settimane di Avvento lasciandoci illuminare dalla luce del Verbo di Dio.

 don Edy


DOMENICA  4 DICEMBRE   2022

QUARTA  DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                   40,1-11

Epistola:     Eb                 10,5-9a

  
                                    Vangelo:     Mt                 21,1-9
              

    

Il Vangelo di questa quarta domenica di Avvento ci parla dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme.  Questo racconto richiama come in figura le venute del Figlio di Dio in mezzo a noi in particolare la venuta finale.


Egli verrà come servo umile ed obbediente fatto re dell’universo intero a proclamare la salvezza per ogni persona.  Egli è il “Figlio di Davide” ossia il Messia.  Egli è il “Benedetto che viene nel nome del Signore”.

Il brano dell’epistola ci dice che Gesù è venuto nel mondo per fare la volontà di Dio e proprio per questo è proclamato Re e Messia.

Fratelli entrando nel mondo Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato.  Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato.  Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio la tua volontà”»."

In queste letture intravvediamo  il piano di Dio che come dice San Paolo nella lettera ai Filippesi è per noi sconvolgente e completamente al di fuori delle nostre visioni:“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. (Fil 2,5-8) –

Per accogliere colui che viene dobbiamo avere nel nostro cuore gli stessi sentimenti di Cristo. 

·     Egli pur essendo Dio “svuotò” se stesso.

·     Egli si è reso obbediente fino alla morte.

Dobbiamo svuotare noi stessi liberandoci da ogni egoismo, peccato, legame terreno, per farci obbedienti alla volontà di Dio.

È questo il lavoro, l’impegno dell’Avvento.

Ancora una volta domandiamoci di che cosa devo svuotarmi, cosa devo lasciare?

Ancora chiediamoci qual è la volontà di Dio su di noi?

Che cosa mi chiede perché io possa dire ogni giorno: “Ecco voglio compiere la tua volontà”.

Anzitutto un lavoro di ricerca e discernimento: “Cosa vuole Dio da me”.

Poi l’impegno forte: “Sia fatta la tua volontà ed aiutami a compiere il tuo volere”.

don Edy


DOMENICA  27 NOVEMBRE   2022

TERZA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                   35,1-10

Epistola:     Rm               11,25-36

                                       Vangelo:     Mt                 11,2-15              

       


Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”.  È la domanda che Giovanni dal carcere manda a porre a Gesù.

Questa domanda manifesta e rileva tutte le perplessità che egli ha nei confronti del modo in cui Gesù parla ed agisce.

Egli aveva annunciato un Messia duro e severo che avrebbe bruciato il peccato ed i peccatori.  La sua predicazione si rifaceva al tema profetico del “Giorno di Iahawè” così come annunciato dai profeti minori più antichi.

Per esempio il profeta Amos diceva: “Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore?  Sarà tenebre e non luce”.

La definizione più forte ed incisiva è però quella del profeta Sofonia: "E' vicino il gran giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: Amaro è il giorno del Signore! anche un prode lo grida. «Giorno d'ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d'allarme sulle fortezze e sulle torri d'angolo”. (Sof 1,14-16).

Il giorno è inteso non tanto come spazio temporale di ventiquattro ore, ma come tempo non definibile in cui Iahawè distrugge il peccato con il peccatore e purifica Israele.

Gesù rovescia completamente questa prospettiva. Egli realizza il giorno che è tempo di misericordia e di vicinanza salvifica di Dio che guarisce, dona pace e speranza.

Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. 

In Gesù il giorno rivela l’essenza e l’identità di Dio che è quella di padre che vuole la salvezza di tutti i suoi figli.

Nella seconda lettura Paolo afferma che di fronte al nostro peccato, “disobbedienza”, Dio ha risposto con la sua misericordia.

Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!  O profondità della richiesta, della sapienza e della conoscenza di Dio!  Quanto inesorabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!  Infatti, «chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?  O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne in contraccambio?»”.  Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose.  A lui la gloria nei secoli.  Amen.”.

Questo è il Dio che noi attendiamo.  Viene a mostrarci ancora una volta il suo amore. 

 

don Edy


DOMENICA  20  NOVEMBRE   2022

 SECONDA DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:                    1^Lettura    Bar                    4,36-5,9

Epistola:     Rm                 15,1-13

                                       Vangelo:     Lc                      3,1-18              

   

In questa seconda domenica di Avvento la liturgia ambrosiana introduce la figura di Giovanni il Battista, colui che è chiamato il precursore perché ha corso davanti, è venuto prima del Messia e ha preparato la strada per lui.

Sottolineo due aspetti del brano evangelico.


Anzitutto l’evangelista situa il ministero di Giovanni in un contesto storico ben preciso: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di
Dio venne a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”.  Questo è molto importante e sta particolarmente a cuore alla Comunità cristiana.  Si vuol dire che quel Gesù che noi annunciamo è una figura storica non un’invenzione o una fantasia di un gruppo di persone.  In lui si compie la profezia di Isaia: “Il Dio lontano si fa vicino.  Egli è l’Emmanuele”, ossia il “Dio con noi”.

Il Natale che anche quest’anno stiamo preparando in questo Avvento è la Memoria dell’irrompere di Dio nella storia dell’uomo.

La nostra storia che spesso ci sembra negativa è in realtà redenta perché in essa è entrato Dio che ha voluto darle un senso ed un significato ultimo.  L’invito è ad avere fede e far si che la fede generi in noi la speranza.  San Paolo nella seconda lettura dice: “E a sua volta Isaia dice: «Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a governare le nazioni: in lui le nazioni spereranno».  Dio nella speranza vi riempia, nel credere, di ogni gioia e pace, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo”.

Apriamo quindi il cuore e la mente ad accogliere il Dio che viene per vivere nella gioia e nella pace, vincendo ogni paura e tristezza.  Sempre l’apostolo Paolo dice: “Se Dio è con noi e per noi, chi sarà contro di noi?”.

Il secondo aspetto che voglio sottolineare del brano evangelico è l’invito fortissimo di Giovanni alla Conversione e al cambiamento di vita.

Questo vale anche per noi.  Sicuramente con modalità e forme diverse, ma per accogliere “Colui che viene” dobbiamo vincere il nostro peccato, purificarci nell’intimo.

L’Avvento è tempo di purificazione e di rinuncia per giungere alla Riconciliazione piena con Dio nel Sacramento della Confessione che riceveremo prima di Natale.

Ci chiediamo allora se ci stiamo preparando oppure no.  Il Battista, citando sempre Isaia, dice: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!  Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie, spianate.  Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.

Sia questo il nostro impegno: togliere ogni ostacolo perché il Signore giunga fino a noi.

don Edy


DOMENICA  13  NOVEMBRE   2022

 PRIMA DOMENICA DI AVVENTO


 Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         51,4-8

Epistola:     2Ts                       2,1-14

                                       Vangelo:     Mt                       24,1.31              

      

Oggi la liturgia ambrosiana inizia un nuovo anno liturgico.

Lo scopo dell’anno liturgico è quello di renderci partecipi sempre di più del mistero di Cristo e della nostra salvezza.

Ci sono tempi sacri in cui l’anno è diviso che ci chiamano a fare memoria di quanto il Signore ha compiuto per noi per poter aprire il nostro cuore all’accoglienza dei suoi doni.

I tempi liturgici sono:

AVVENTO

TEMPO DI NATALE

QUARESIMA 

SETTIMANA SANTA

TEMPO PASQUALE

TEMPO DOPO PENTECOSTE

Due di questi periodi sono chiamati tempi forti: Avvento e Quaresima perché ci preparano ad eventi fondamentali per la cristianità: il Natale e la Pasqua.

Ogni tempo liturgico però presenta sue caratteristiche particolari e ci chiama a riscoprire virtù ed atteggiamenti importanti per la sequela, ossia per metterci al seguito di Gesù.


L’Avvento che oggi iniziamo ci dice che il cristiano autentico vive su questa terra nell’attesa della venuta finale di Cristo e del suo incontro con Lui.  Egli è venuto nella nostra storia come uomo duemila anni fa, è morto ed è risorto.  La sua Resurrezione lo ha reso Signore dell’universo e per questo verrà 
di nuovo per il giudizio finale e nell’incontro con Lui ciascuno di noi troverà la pienezza di ogni bene.

Alla domanda: “Chi è il Cristiano?” l’Avvento risponde: “È colui che è in attesa”.

È così per noi?  Siamo in attesa di Dio e dell’eterno o pensiamo che le cose di questo mondo possano darci la felicità che tanto cerchiamo?

Le cose di questo mondo però passano.  Dio rimane per sempre.

L’Avvento ci invita ad essere “vigilanti”.

La vigilanza è la virtù tipica di questo tempo. Virtù che però deve attraversare tutta la nostra esistenza.  Dobbiamo essere vigilanti per non legare il nostro cuore alle cose di questo mondo, dobbiamo essere vigilanti per ricordarci sempre che siamo fatti per Dio.

La vigilanza deriva unicamente dalla fede che viene alimentata dall’ascolto della Parola e dalla preghiera.

Dobbiamo saper trovare ogni giorno un momento per pregare ed ascoltare e dire in pienezza e sincerità di cuore: “Signore aumenta la nostra fede” e “Maranathà” ossia vieni Signore Gesù.

 

don Edy


DOMENICA  6  NOVEMBRE   2022

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Dn                          7,9-10.13-14

Epistola:     1Cor                   15,20-26.28

                                       Vangelo:     Mt                       25,31-46              


Nella liturgia di questa domenica, Solennità di Cristo Re, è importantissima la pagina del Vangelo di Matteo in cui la regalità di Cristo si manifesta nella testimonianza di una vita spesa nell’amore, nell’accoglienza degli ultimi, nel perdono e nella misericordia.

Egli è il “Figlio dell’uomo” preannunciato dal profeta Daniele ossia è il Signore dell’universo ed ancora è il “Re” proclamato tale sulla Croce ed incoronato con una corona di spine.

Come Figlio dell’uomo egli è il giudice, come Re è colui che raccoglie attorno a sé tutti i popoli.  Il giudizio finale è universale, riguarda tutte le genti ma allo stesso tempo è un giudizio personale, di ciascuno preso singolarmente.  Saremo giudicati sulla nostra capacità di amare gli ultimi, coloro che sono al margine della società.  Il brano evangelico è molto preciso ci parla di affamati, assetati, forestieri, nudi, malati e prigionieri.

Colpisce il fatto che il Figlio dell’uomo e Re si identifichi in “toto” con queste persone.  “In verità vi dico, tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”.

Per noi questo è un richiamo fortissimo ed allo stesso tempo giudizio sui nostri comportamenti e scelte lontani da questa prospettiva evangelica, ma legati ad una visione umana e terrena che mette al primo posto i nostri interessi ed egoismi.  Nella società in cui viviamo dobbiamo essere molto “vigilanti” per vivere e testimoniare ciò che il Vangelo ci dice.

Sicuramente ogni giorno dobbiamo saperci convertire per avere nel nostro cuore gli stessi sentimenti che furono del Signore Gesù. Siamo chiamati a collaborare alla costruzione del Regno di Dio che è Amore, Giustizia e Pace.

In questa festa di Cristo Re l’Arcivescovo scrive: “Celebrando oggi la Giornata Caritas, e insieme la giornata del povero, possiamo cogliere l’occasione per richiamare l’impegno e la responsabilità di ogni credente a rendersi costruttore di questo Regno di amore, giustizia e solidarietà nella vita di tutti i giorni.  Il Regno di Cristo è la rivelazione dell’amore di Dio, ed è l’instaurazione di un nuovo ordine di rapporti fra gli uomini, è l’inaugurazione di un progetto diverso la cui attuazione è affidata dal Padre al Figlio e al popolo dei credenti.

Gesù Cristo non ci educa alla rassegnazione, ma alla responsabilità, alla partecipazione.  Ecco come esercita il servizio regale Gesù Cristo: stimola, incentiva, solleva, invita a non isolarsi, a mettersi a servizio, ad usare tutti i doni ricevuti, ad uscire dall’apatia.  Per Lui regnare vuol dire servire.  L’essenziale della vita cristiana non è di dire e nemmeno di confessare Cristo a parole, ma praticare l’amore concreto per i poveri, gli stranieri e gli oppressi.  La cura e l’accoglienza del povero diventa la ragione della benedizione e della salvezza.  Questa è la volontà di Dio.  Alla fine del mondo tutti saremo giudicati sull’amore. Questa è la vigilanza”.

 

don Edy


DOMENICA  23  OTTOBRE   2022

1^ DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    At                          13,1-5a

Epistola:     Rm                     15,15-20

                                       Vangelo:     Mt                          28,19-20              

       

 Celebriamo la giornata missionaria mondiale in cui tutta la Chiesa è chiamata a meditare sulla chiamata ad annunciare il Vangelo a tutti i popoli come dice il brano di Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”.  Chi crede non può rinchiudersi su se stesso.  L’esperienza di essere amati da Dio e salvati da lui è così grande che chiede di essere comunicata a chi non crede, o non conosce la storia della salvezza.


S. Paolo nell’epistola parla di una grazia particolare:

Fratelli, su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il Vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo”.

Sicuramente ci sono persone che hanno fatto scelte molto forti e sono partite per l’Africa, l’Asia o altri continenti.  Sono i missionari e le missionarie che hanno deciso di lasciare la propria famiglia, il proprio paese per andare là dove il Vangelo non è stato ancora annunciato o la Chiesa è molto giovane e ha bisogno ancora di essere sostenuta ed accompagnata.

Oggi vogliamo pregare per loro e dare anche il nostro contributo per aiutare loro e i poveri con cui spesso condividono la loro vita.

C’è però, come dicevo, una testimonianza che è richiesta a ciascuno di noi.

Per questo ognuno si deve interrogare e chiedere: “Come faccio io per annunciare il Vangelo o come porto Cristo al mondo che mi circonda, a partire dalla famiglia o dalla cerchia di amici?”.

Il Signore ci chiede di metterci in gioco e diventare missionari nel nostro mondo affinché Cristo sia conosciuto ed amato.

 

don Edy

 

DOMENICA  16  OTTOBRE   2022

DEDICAZIONE DEL DUOMO


Rif. Biblici:                    1^Lettura    1Pt                          2,4-10

Epistola:     Eb                       13,15-17.20-21

                                       Vangelo:     Lc                           6,43-48              

       

Il venti ottobre 1577 San Carlo celebrava la dedicazione del nostro Duomo.  Diventava dimora di Dio nel cuore della città e casa per il popolo di Dio il magnifico edificio iniziato due secoli prima e che sarà completato con la facciata solo nel 1814.  Più di quattrocento anni per quella che i milanesi chiamano “la fabbrica del Duomo”.

L’evangelo di questa domenica presentando un uomo che costruisce la sua casa su solida roccia ci ricorda che la nostra roccia, nostro unico fondamento è Dio stesso.   “Egli è la roccia” (Dt 32,4) e il Salmo 91,16 lo invoca “Mia roccia”.  La scelta di questo simbolo roccioso in questa domenica che è festa della nostra Chiesa ambrosiana che ha nel duomo il suo centro e il suo cuore, ci ricorda questa semplicissima verità: la Chiesa ha come suo unico fondamento Cristo Gesù, pietra angolare.

La prima lettura presa dalla prima lettera di San Pietro ci dice che su questa pietra che è Cristo è costruito l’edificio spirituale della Chiesa di uomini per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio.

La festa del Duomo ci ricorda che Dio è in mezzo a noi e noi siamo il suo popolo: “Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia”.

Con gioia oggi ringraziamo il Signore perché ci ha  chiamati a questa grande dignità e ha voluto fare di noi il suo popolo.

Siamo chiamati ad essere sul territorio che abitiamo testimoni del Vangelo ed annunciatori della Parola di Dio seguendo i pastori che Dio ci ha dato.

Preghiamo quindi per il nostro Vescovo Mons. Mario Delpini, preghiamo per i nostri sacerdoti perché ci possano guidare ogni giorno a vivere in pienezza la nostra vocazione.

 

don Edy


DOMENICA  9  OTTOBRE   2022 

SESTA  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 Rif. Biblici:                    1^Lettura    1Re                     17,6-16

                                       Epistola:      Eb                       13,1-8

                                       Vangelo:     Mt                       10,40-42              

 Il tema della liturgia di questa VI domenica dopo il martirio di Giovanni il Precursore è sicuramente l’accoglienza e l’ospitalità.

La prima lettura celebra l’ospitalità offerta dalla vedova di Sarepta al profeta Elia, mentre nel brano alla lettera agli Ebrei si dice: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli”.


Nel brano evangelico troviamo ripetutamente il verbo accogliere.  Accogliere un discepolo del Signore sarà accogliere il Signore stesso, anzi accogliere il Padre che lo ha mandato.

Lasciamoci quindi guidare dalla Parola di Dio e chiediamoci come sappiamo noi accogliere chi è diverso da noi, chi è lontano da noi, chi appartiene agli altri popoli o razze.

Penso che ci siano livelli diversi in cui giocare la nostra volontà e capacità di accoglienza.

Anzitutto in famiglia dove spesso si vivono rapporti logorati dal tempo e dalla consuetudine, essere capaci ogni giorno di dare nuova vita alle relazioni che lì si intrecciano nella diversità di carattere e di età.  In particolare l’invito è rivolto a chi nel Sacramento del Matrimonio ha promesso:

Io N., accolgo te, N., come mia/o sposa/o.

Con la grazia di Cristo

Prometto di esserti fedele per sempre,

nella gioia e nel dolore,

nella salute e nella malattia,

e di amarti e onorarti

tutti i giorni della mia vita”.

 

Un secondo ambito è quello della Comunità Cristiana.  In essa Dio Padre e Signore ci ha voluti fratelli e sorelle.  Spesso però non è così perché non ci conosciamo e non ci accogliamo.  Ognuno va per la sua strada.  Forse dovremmo ricominciare dalle cose più semplici come il “buon vicinato” ricordandoci di quanto oggi il Vangelo ci dice.

Infine oggi anche nel nostro paese siamo chiamati ad accogliere chi viene da lontano fuggendo da guerre, carestie e fame nella speranza di trovare una vita migliore.  Il Papa continuamente ci richiama a questo impegno.  Nel suo discorso a Lampedusa disse di fonte    a quella immane tragedia: “Abbiamo fatto l’abitudine alla sofferenza degli altri.  Spesso diciamo che non ci riguarda, non ci interessa, non è cosa nostra….”.

È triste constatare come duemila anni di Cristianesimo sembrano non aver intaccato paure e diffidenze nei confronti degli altri.

Chiediamo perdono a Dio e lasciamoci guidare dalla sua Parola.

     don Edy


DOMENICA  2  OTTOBRE   2022

QUINTA  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         56,1-7

                                       Epistola:      Rm,                    15,2-7

                                       Vangelo:     Lc                          6,27,38              

Il brano evangelico di questa quinta domenica dopo il martirio di Giovanni ci mette di fronte all’invito di Gesù ad essere misericordiosi come il Padre che sta nei cieli è misericordioso. Questa misericordia si manifesta nell’amare e fare del bene ai propri nemici.

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”.

Queste parole di Gesù sono completamente al di fuori di ogni discorso o logica umana.  Anche la persona più retta, più giusta e più buona non può amare chi gli/le fa del male. Del resto, la legge antica diceva: “Occhio per occhio, dente per dente”.  Ad un determinato
male o offesa si pone rimedio con un male di pari grado.  In questo modo si pensava di ristabilire l’equilibrio tra situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari.

Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all'altro. Chi uccide un capo di bestiame lo pagherà; ma chi uccide un uomo sarà messo a morte”. (Levitico 24,19-21).  Ora queste parole di Gesù ribaltano completamente questa prospettiva.  Per accettare però questa  visione bisogna mettersi in una prospettiva di fede.  Mettere Cristo al centro e dire: “La tua parola è parola di verità. Anche se è difficile e dura, anche se non capisco ma Credo”.

“Credo che vi è più gioia nel dare che nel ricevere, credo che il perdono è più giusto della vendetta, credo che come te anch’io devo saper dare la vita per gli altri”.

È un cammino di conversione che porta all’imitazione di Cristo per potersi ogni giorno di più Conformare a Lui.

San Paolo ci dice: “Siate dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”.  (Ef 5,1-2).  Questa è la grazia da chiedere e l’impegno da assumere per essere testimoni di Cristo.

don Edy


DOMENICA  25  SETTEMBRE   2022

 QUARTA  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Pr                       9,1-6

                                       Epistola:      1Cor                 10,14-21

                                       Vangelo:     Gv                       6,51-59              

In questa domenica celebriamo la festa della nostra comunità di Santa Giustina in Affori.  La festa della comunità Cristiana ha sempre come finalità quella di farci ricordare le radici
da cui veniamo e partendo da queste radici come poter oggi essere sul territorio memoria e segno del grande amore del Signore.

Le letture ci invitano a mettere come fondamento della vita comunitaria l’Eucaristia, a mangiare il pane di vita che ci sostiene nel nostro cammino.

Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.  Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Vogliamo ripartire, per questo nuovo anno pastorale, dall’Eucaristia, dalla Messa domenicale. Gesù ci attende e ci dice “Venite a me”.

Venite a me per ascoltare la mia parola, venite a me per nutrirvi di me.

Nell’introduzione della lettera pastorale l’Arcivescovo Mons. Mario Delpini sottolinea questo e dice: “Un nuovo inizio?  Una ripartenza?  Le parole che descrivono il momento che stiamo vivendo delineano una possibilità, un’aspettativa.  Forse trovano un’umanità che porta segni di stanchezza, piuttosto che di slancio; di esitazione, piuttosto che di entusiasmo; travolta da una fretta di risentito recupero, piuttosto che attratta da una promessa affascinante, incerta più che disponibile.  Come sarà possibile conservare la gioia nei giorni tribolati della storia umana?  Come sarà possibile sostenere il logoramento dei tempi faticosi, senza perdere la speranza?  Quali vie si dovranno percorrere per camminare insieme, decidere insieme, vivere in comunione con persone, storie, culture così diverse?

Il Signore Gesù, in un momento di frustrazione per sé e per i suoi, rivolge il suo invito: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e vi darò ristoro». (Mt 11,28)”.

 

don Edy


DOMENICA  18  SETTEMBRE   2022

 TERZA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI


Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         43,24C-44,3

                                       Epistola:      Eb                          11,39-12,4

                                       Vangelo:     Gv                            5,25-36              

       

In verità, in verità vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno». È ciò che ci dice il brano di Vangelo e più avanti aggiunge: «Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna”.


Sottolineiamo due aspetti molto importanti per il Vangelo di Giovanni. Anzitutto si parla di “ORA”.

L’ora non è un tempo preciso come per noi di sessanta minuti ma indica lo spazio temporale e vitale in cui si compie la salvezza ad opera del Signore Gesù.

L’ora inizia sulla Croce e continua nella storia dell’uomo fino al suo compimento quando tutti/e saremo riuniti in Cristo.

Noi siamo nell’ora, nel tempo della salvezza.

Il secondo aspetto è legato a “VITA” o “VIVERE”.

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al figlio di avere la vita in se stesso”.

Viene ripreso qui quanto detto nel prologo: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini».  È la vita eterna che ci viene donata nell’ora della salvezza.  Tutto questo è luce, ossia illumina l’esistenza, dà senso e significato.  La morte non è la fine di tutto, ma è l’ingresso nella pienezza della vita.

Gesù di fronte all’amico Lazzaro già nel sepolcro dice: “Io sono la risurrezione e la vita.  Chi crede in me anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno.  Credi tu questo?”.

Oggi il Signore rivolge a ciascuno di noi questa stessa domanda: “Credi tu nella vita eterna?  Credi tu che in L6ui vivremo per sempre?”.

Ci chiediamo dove sta andando la nostra vita o verso chi stiamo camminando.

Nella seconda lettura della lettera agli Ebrei ci viene detto che: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù”.

Preghiamo perché ciascuno di noi possa tenere fisso lo sguardo su di Lui, correndo per incontrarlo per sempre.

 

don Edy


 DOMENICA  11  SETTEMBRE   2022

 SECONDA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                           5,1-7

                                       Epistola:      Gal                         2,15-20

                                       Vangelo:     Mt                        21,28-32              


Le letture di questa domenica ci parlano della “Vigna” del Signore e della necessità ed importanza ad essere pronti a lavorare in essa.

L’immagine della vigna indica da sempre un bene molto importante e significativo, il possesso del Signore che deve produrre molti frutti.

La vigna è segno e simbolo della Chiesa, la comunità dei credenti in cui devono vedersi e manifestarsi frutti di amore autentico a Dio nella liturgia, nella preghiera, nella condivisione e nella carità.  Per noi è un richiamo molto forte ed importante.

Ci prepariamo alla festa della comunità di Affori e ci dobbiamo porre almeno tre domande.

1. Possiamo dire di amare questa vigna che il Signore ha    piantato qui in Affori, la comunità di Santa Giustina?

Questa vigna ha una storia molto importante.  Nei secoli ha prodotto molti frutti ed ha segnato profondamente la storia di questo territorio.  Ciascuno di noi deve amare questa comunità perché in essa il Signore ha lavorato e continua a lavorare.

La comunità non è dei preti o di un “cerchio magico” che sta attorno a loro, ma di tutti.  È “nostra”.

2. Tutti noi siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore perché produca sempre di più.  Purtroppo, anche ai nostri giorni si ripete ciò che ci ha detto il brano di Vangelo.  Noi con chi siamo? Con quelli che lavorano o con quelli che con tante scuse non fanno niente e magari criticano chi lavora?  Ognuno si chieda: “Cosa faccio io, qual è il mio aiuto alla comunità?”.

3.  Da ultimo dobbiamo domandarci se in questa comunità noi stiamo crescendo umanamente e nella fede oppure no.

Nella seconda lettera San Paolo dice: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me.  E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”.

Questo è il frutto finale.  Ciascuno di noi dovrebbe poter dire: “Non sono più io, ma Cristo vive in me”.

Dicevo che questo è il traguardo finale e magari ci sentiamo lontani da esso.

Umilmente rimettiamoci in cammino perché Cristo abiti in noi.

don Edy


DOMENICA  4 SETTEMBRE   2022

 PRIMA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         30,8-15b

                                       Epistola:      Rm                         5,1-11

                                       Vangelo:     Mt                         4,12-17              

 Oggi è la prima domenica dopo il martirio di Giovanni il Battista.

Il brano evangelico ci dice che dopo l’arresto di Giovanni Gesù è ormai pronto ad iniziare la sua missione.

Egli parte dalla Galilea delle genti dove si trovano credenti e non credenti, giudei e persone appartenenti ad altri popoli.  La Galilea, diremmo oggi, è una periferia del mondo e della società.

Per coloro che erano perduti è venuto il Figlio di Dio a portare la salvezza.

Nel suo annuncio proclama che in Lui si manifesta la potenza misericordiosa e salvifica di Dio: “Il regno di Dio è vicino”.  Gesù chiama alla conversione per poter andare a far parte di questo Regno.

Riprende l’invito di Isaia che abbiamo letto nella prima lettura: “Nella conversione sta la nostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la nostra forza”.

Il cristiano è colui/colei che vive un cammino di conversione \continua, perché la vita ci presenta ogni giorno situazioni e sfide diverse che ci chiedono di convertirci e di saper abbandonarci nelle mani di Dio con l’ascolto della Parola e la preghiera.

È l’invito ad uscire dalla superficialità per dare una risposta spirituale alla inquietudine che spesso è dentro di noi e ci parla di un desiderio grande dell’assoluto, desiderio che va ascoltato e seguito.

L’Arcivescovo nella sua lettera pastorale 2022-2023 dice: “I discepoli di Gesù hanno imparato a dare un nome all’inquietudine, a riconoscere la dimensione spirituale come essenziale per la vita, ma la interpretano come una invocazione.  Citiamo spesso sant’Agostino, un uomo così antico che offre una parola per leggere vicende di ogni tempo: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Le confessioni, 1,1,1).  La spiritualità non si riduce a una ricerca di quello che mi fa star bene, ma diventa itinerario, ricerca.  Uomini e donne intuiscono che la via per -stare bene – non è quella che conduce a ripiegarsi su di sé, ma quella che porta a un incontro”.

Noi camminiamo verso l’incontro vero e profondo con Cristo.  Incontro che solo può dare senso alla nostra vita e donarci la pace del cuore.

Nella seconda lettura Paolo afferma: “Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.  Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio”.

Sia davvero così che Cristo sia il nostro tutto e quindi la nostra pace.

 

don Edy

DOMENICA  28  AGOSTO   2022

 DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    2Mac                 6,1-2.18-28

                                       Epistola:      2Cor                    4,17-5,10

                                       Vangelo:     Mt                      18,1-10              

       

La liturgia ambrosiana vive l’ultimo periodo dell’anno liturgico come tempo del martirio.

Oggi è la domenica che precede il martirio di Giovanni che viene ricordato il giorno 29 del mese di agosto, da settimana prossima celebreremo le domeniche dopo il martirio del Battista.

Il martirio è la forma più alta di testimonianza che il Cristiano può dare al suo Signore: è dare la vita come lui l’ha data, e versare il sangue come lui lo ha versato. 


La prima lettura ci presenta la figura dello scriba Eleazaro che per essere fedele alla tradizione giudaica ed alla legge sceglie la morte.  Le sue parole rimarranno come segno di una scelta responsabile e molto profonda: “È meglio morire piuttosto che tradire il Signore e quindi peccare”.   Siamo nel tempo che segue la morte di Alessandro Magno e il governo della Palestina è nelle mani dei Seleucidi che vogliono imporre la cultura greca ai giudei.   Troveranno una grande resistenza e diverse persone sceglieranno il martirio per continuare ad essere fedeli alla legge mosaica.

Essi sono un fulgido esempio che prefigura e preannuncia la storia gloriosa dei martiri cristiani.

Il brano di Vangelo ci ricorda che i martiri hanno saputo mettere veramente il Signore al primo posto rinunciando a ciò che più ci appartiene: la vita.

Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te.  È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.  E se il tuo occhio è motivo di scandalo, cavalo o gettalo via da te.  È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.

Sono parole che ci sembrano fuori da ogni logica e pensiero umano sono diventate però realtà per i martiri antichi e moderni.  Sì perché anche ai nostri giorni ci sono persone che muoiono e danno la vita per Cristo.

Essi hanno saputo mettere in pratica ciò che l’apostolo Paolo ci dice nella seconda lettura: “Fratelli, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

Ancora una volta oggi siamo chiamati a conversione e fissare il nostro sguardo sulle realtà eterne e non su quelle visibili e materiali.

La vita cristiana esige, per così dire, il martirio della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni.

Questo potrà avvenire solo se il nostro rapporto con Dio tramite la preghiera e l’ascolto sarà forte e profondo.

 

don Edy

 

DOMENICA  3  LUGLIO   2022

 QUARTA  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Gen                 4,1-16

                                       Epistola:      Eb                    11,1-6

                                       Vangelo:     Mt                     5,21-24              

       RIFLESSIONE PROPOSTA DALLA CHIESA DI MILANO

 

L'Evangelo di questa domenica è costituito da due frammenti del grande Discorso della Montagna, quel discorso che si apre con le Beatitudini e traccia lo stile del discepolo di Gesù, chiamato a essere perfetto, misericordioso come perfetto e misericordioso è il Padre. Ripetutamente il discorso è scandito dalla formula, che ritroviamo anche nella pagina odierna: "Avete inteso che fu detto agli Antichi…ma Io vi dico..."  "È stato detto 'Non ucciderai', ma io vi dico: amate i vostri nemici…": non considerate nessuno come nemico, cancellate questa parola dal vostro vocabolario. E se la legge antica si limitava a proibire l'omicidio, la nuova legge, quella che è la persona stessa di Gesù, proibisce anche solo pensieri e parole offensive verso l'altro. Certo il linguaggio di Gesù è paradossale e può sembrare eccessivo esser chiamati in giudizio solo per aver pensato o detto una parola ingiuriosa. Questo linguaggio di Gesù traduce con forza il comandamento: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,39). Un comandamento che possiamo rendere ancor meglio così: "Amerai il prossimo tuo perché è te stesso". L'altro che appunto avvertiamo come 'altro' cioè diverso, estraneo e ostile, l'altro che proprio con la sua alterità-diversità inquieta la mia sicurezza, in verità non è altro ma me stesso. E lo è in forza della medesima umanità e in forza della comune appartenenza ad un unico Padre di tutti. Davvero l'altro non è 'altro', è me stesso. Anzi, riconoscerlo non come 'altro' ed estraneo ma come prossimo, al punto d'esser me stesso, è l'unica condizione per poter accedere a Dio e al suo altare. Una parola questa perfettamente adatta alla nostra attuale situazione di persone che si stanno avvicinando a Dio, al suo altare, per portarvi le proprie offerte. Ebbene: solo se siamo in pace con gli altri, se siamo pronti a rimuovere ogni ostacolo sulla via della riconciliazione, lo sguardo di Dio si volgerà benigno a noi e ai nostri doni. Tra poco questa parola evangelica ci sarà ricordata e saremo invitati a scambiare un segno di pace e fraternità prima di presentare i nostri doni all'altare. Prezioso questo gesto che deve ricordarci come il vero culto a Dio gradito è quello di un cuore riconciliato e aperto all'accoglienza e all'amore fraterno. È questo un messaggio che viene da lontano: lo troviamo secoli prima di Cristo nei Profeti che in nome di Dio rigettano gli atti di culto non accompagnati dalla ricerca della giustizia e dall'amore per la vedova e l'orfano, cioè per i più deboli e indifesi (Is 1,10ss.). Troppe volte siamo preoccupati per la corretta esecuzione degli atti di culto. Ne ho conferma nell'esercizio del sacramento della confessione quando la prima colpa che viene confessata è la mancata partecipazione alla messa o le distrazioni nella preghiera… Dovremmo piuttosto chiederci se guardiamo l'altro come altro, cioè estraneo e nemico o se tentiamo di riconoscere in lui un legame di comune appartenenza, una fraternità. Quante volte nelle parole di Gesù il volto di Dio è raggiungibile solo attraverso il riconoscimento dell'altro: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). E ancora: "Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede…Chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1Gv 4,19). Opportunamente ci è proposta in questa domenica come prima lettura la terribile pagina di Abele e Caino e la parola di quest'ultimo che, interpellato da Dio, dice una parola che non dovrebbe mai risuonare sulle nostre labbra: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Sì, ad ognuno di noi Dio affida la custodia del proprio fratello.  Davvero ama il tuo prossimo, è te stesso …                                                  

don Edy

DOMENICA  26  GIUGNO   2022

 TERZA DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Gen                 3,1-20

                                       Epistola:      Rm                    5,18-21

                                       Vangelo:     Mt                    1,20b-24b               

Sarebbe una pretesa ingenua quella di commentare il racconto della Genesi nel breve spazio di un’omelia.  Forse possiamo solo raccogliere alcune suggestioni da un brano che fondamentalmente ha un significato sapienziale.  Per alla fine, se ci riesce, tentare un collegamento con il brano del Vangelo di Matteo.

Dopo le pagine della creazione in cui si respira l’armonia e la bellezza - “E Dio vide che era cosa bella. E Dio vide che era cosa molto bella” - ecco una pagina che ci affatica, anche nella lettura.  Soprattutto nella lettura della vita, della storia di noi umani.  È come se percepissimo che, accanto a una bellezza che non possiamo dimenticare, respira nella storia anche una minaccia, una minaccia all’armonia, alla bellezza.  Una possibilità anche concreta di perdersi, dico di perdersi in umanità: “Dove sei?” chiede Dio all’Adam, a colui che, come dice il nome, è fatto di terra.  E non è proprio questa la sensazione che a volte proviamo?  Di non sapere più dove siamo o dove andiamo. Di accorgerci di essere come nudi, spogliati, spogliati di dignità.  In esibizione del vuoto, luccicante, ma vuoto. C’è la bellezza, ma c’è anche un attentato alla bellezza. Si può passare dall’armonia alla disarmonia.  Il passaggio può avere molte cause.  Una vorrei sottolineare – non so se è la più importante, ma mi sembra attraversi come un male tutto il racconto – la chiamo “diffidenza”. 

A cominciare dalla diffidenza nei confronti di Dio.  Il serpente, astuto, la semina abilmente nel cuore del terrestre e di Eva.  Dio aveva dato loro tutti gli alberi della terra, ma il serpente, dietro il divieto dell’albero della vita, semina il sospetto di un Dio dei divieti, un Dio concorrente dell’uomo, di un Dio geloso della felicità degli umani, preoccupato che essi stiano a distanza.  Il serpente ha sfigurato Dio.  E la sfigurazione – lasciatemi dire – non è del tutto finita.  Non permane ancora oggi, in qualche misura, l’immagine del Dio dei divieti, di un Dio padrone che quasi ti fa sentire in colpa se sei felice?

E da diffidenza, nasce diffidenza: quella dell’uomo nei confronti della donna, quella della donna nei confronti dell’uomo, quella della natura nei confronti degli umani.  Non si aprono per sfiducia le finestre, non si aprono le porte, si ergono muri.  Non ci si concede, ci si rifiuta.  Come Dio anche l’altro cambia immagine agli occhi: l’altro è un concorrente, uno che ti ruba spazio, uno che ti domina. Per un suo, più o meno nascosto, interesse.  Un mondo spogliato dalla diffidenza.

La storia dell’uomo è segnata sin dall’inizio dalla presenza del peccato che nelle pagine iniziali della Genesi si manifesta con questa diffidenza verso Dio e gli altri.

Da questa prospettiva possiamo capire la pagina evangelica. A differenza di Adamo Giuseppe non diffida, ma si fida.  “Fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”.  Egli accoglierà colui che viene a riconciliare l’uomo con Dio: Gesù, l’Emmanuele.

L’esempio di Giuseppe è importantissimo per noi.  Siamo chiamati come lui a fidarci di Dio e ad affidarci soprattutto nelle prove, nelle tentazioni, a Lui.  In te confido, a te mi affido.  Sia allora la nostra invocazione.

don Edy


DOMENICA  24  APRILE   2022

 DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Rif. Biblici:               1^Lettura     At                    4,8-24a

                                  Epistola:    Col                    2,8-15

                                  Vangelo:    Gv                    20,19-31              


Questa domenica chiude l’Ottava di Pasqua in cui la Chiesa ha celebrato come unico giorno il Mistero della Resurrezione del Signore Gesù.

Le letture di quest’oggi ci descrivono il cammino della Comunità Cristiana dopo che i discepoli hanno fatto l’esperienza viva di una presenza nuova di Gesù.

Il brano evangelico di San Giovanni ci dice che è iniziata una nuova epoca: il tempo della fede.

I discepoli non potranno più vedere il Signore Gesù, parlare con lui, sedere a tavola con lui, ma saranno chiamati a credere che Egli continua la sua opera salvifica in ogni tempo ed in ogni luogo attraverso l’opera dello Spirito.

A Tommaso, che non aveva creduto che Egli fosse risorto, Gesù dice. “Perché mi hai veduto, tu mi hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto o crederanno”.

Il Signore ci ha chiamati beati perché abbiamo creduto in Lui.

La nostra fede, però, ha bisogno di essere rinforzata e di crescere ogni giorno e di diventare nel mondo testimonianza di Cristo.

La prima lettura ci parla della testimonianza dei primi discepoli.

Gli apostoli e gli altri amici di Gesù non hanno timore a proclamare al mondo la Parola del Vangelo e che Gesù è vivo ed è risorto.

Di fronte ai capi del popolo, che proibivano con minacce a Pietro e Giovanni di parlare al popolo nel nome di Gesù, essi replicavano: “Se sia giusto dinnanzi a Dio obbedire a voi invece che a Lui giudicatelo voi stessi.  È meglio obbedire a Dio che agli uomini.  Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto ed ascoltato”.

Ci chiediamo allora se noi abbiamo viva la certezza della presenza e vicinanza di Cristo risorto.

Non siamo soli, ma Egli è con noi.

È davvero così?

Sappiamo testimoniare al mondo la Parola che Cristo ci ha insegnato o abbiamo paura di essere giudicati o emarginati perché testimoni di Cristo?

Facciamo tesoro di questi grandi insegnamenti che oggi ci sono stati dati.

 

don Edy


DOMENICA  10 APRILE   2022

DOMENICA DELLE PALME


Rif. Biblici:    1^Lettura    Is                  52,13-53,12

Epistola:   Eb                     12,1b-3

    Vangelo:   Gv                    11,55-12,11               


    DIOCESI DI  MILANO

      Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa



Questa domenica inaugura la settimana santa, meglio chiamarla settimana autentica come vuole il rito ambrosiano, settimana decisiva nella vita di Gesù e anche per i suoi discepoli di allora e di oggi. Vi entriamo con una pagina evangelica che parla un linguaggio insolito e non consueto per lo stile ecclesiastico. La cornice di questa scena evangelica è una casa, casa di amici. Questa casa non è impregnata dagli odori casalinghi, odori di cucina e di cibo. Questa casa è invasa dal profumo, un profumo di grande pregio perché una donna, Maria sorella di Lazzaro e di Marta compie una "opera bella" (così l'evangelista Luca qualifica il gesto) per il corpo di Gesù. Se raccogliamo questi diversi elementi davvero la pagina odierna è singolare, anzi imbarazzante e disegna una relazione con la persona di Gesù davvero sorprendente. Gesù inaugura la settimana ultima e decisiva della sua esistenza terrena in una casa, la casa di amici. Non siamo nel Tempio. Gesù vuole incontrarci in casa, nel luogo dei nostri affetti più profondi, delle gioie e delle fatiche. Entriamo anche noi in questa casa invasa dal profumo e guardiamo questa donna, Maria, che compie un atto di straordinaria tenerezza per il corpo di Gesù profumandolo con un profumo assai costoso. Riconosciamolo: un gesto niente affatto consueto nelle abitudini ecclesiastiche! Questo gesto di cura per il corpo di Gesù è di imbarazzante bellezza. Imbarazzante perché questa femminile tenerezza per il corpo di Gesù non è usuale, soprattutto in chiesa. Siamo gli eredi di una cultura che per secoli ha svalutato il corpo a vantaggio dell'anima prigioniera appunto del corpo. E invece Gesù si lascia toccare, anzi accarezzare, anzi profumare da mani femminili capaci di delicata premura. Facciamo allora l'elogio del corpo, impariamone il linguaggio. Sì, perché il corpo parla, manifesta i nostri più intimi sentimenti. Già una semplice stretta di mano può comunicare la forza di un rapporto. E poi un abbraccio, un bacio. Quanta tenerezza passa attraverso le mani che accarezzano, quanta dolcezza nel gesto di stringere tra le braccia la persona amata, negli sguardi degli uomini e delle donne che si vogliono bene. Impariamo da questa donna ad esprimere tenerezza attraverso i nostri corpi. Purtroppo attraverso il corpo passa anche la violenza della tortura, il disprezzo, il tentativo di abusare della dignità della persona, soprattutto dei più piccoli e delle donne. Bello il gesto di Maria di Betania: ha la bellezza dei gesti gratuiti, mossi solo dall’amore per la persona, perché la persona vale più di ogni altra cosa e per Lei si può sprecare un costoso profumo. Trecento denari valeva quel profumo, una somma sembra equivalente al salario annuo di un lavoratore. Un gesto che forse anche noi giudichiamo eccessivo. E infatti è criticato come uno spreco di risorse che potevano esser meglio utilizzate per i poveri. Invece una parola di Gesù prende le difese della donna per un gesto che anticipa misteriosamente la sua morte e gli onori al suo corpo. Ha ragione Giuda a ritenere eccessivo il gesto di Maria, proprio uno spreco? Invece Gesù elogia questo gesto segno di un amore 'eccessivo', un amore che non calcola ma dona senza misura. In un'altra occasione il corpo di Gesù è stato profumato da una donna. Nella narrazione di Marco (14,3ss.) non mancano analogie con quella di Giovanni. Ma vi è un dettaglio che ogni volta mi emoziona. Siamo a Betania ma in un'altra casa, quella di Simone il lebbroso. Una donna, senza nome, porta un "vasetto di alabastro pieno di olio genuino di vero nardo di gran valore: ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sulla testa di Gesù". Prezioso l'unguento di vero nardo e prezioso anche il vasetto di alabastro: spezzato perché tutto il profumo scenda, come cascata. Rompere il vasetto di alabastro, un gesto eccessivo? Sì, ma Gesù non è uomo del 'giusto mezzo o happy medium' che a noi sembra tanto ragionevole. Anche gli Antichi suggerivano: "Ne quid nimis--Niente di troppo". Ma un altro è il suo criterio. Lui che "avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò fino alla fine" (Gv 13,1). Un altro il criterio di queste due donne, vere discepole. Ricordano a tutti noi che senza qualche gesto 'eccessivo' forse non c'è vero amore.




DOMENICA  3 APRILE   2022

 

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:                    1^Lettura    Dt                    6,4a;26,5-11

                                       Epistola:      Rm                    1,18-23a

                                       Vangelo:     Gv                    11,1-53              

DIOCESI DI  MILANO

         Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa

DOMENICA DI LAZZARO

Mi colpisce in questa lunga pagina l'attenzione per quella che potremmo chiamare la reazione psicologica di Gesù che l'evangelista registra così: "Si commosse profondamente, si turbò...scoppiò in pianto...". E di nuovo: "Ancora profondamente commosso...". Solo due volte gli Evangeli registrano il pianto di Gesù: di fronte allo spettacolo splendido di Gerusalemme prevedendone la distruzione imminente e qui a Betania per la morte dell'amico Lazzaro. Mi colpisce questo pianto perché i miei lontani studi classici mi hanno insegnato che gli Dei "liberi da ogni cura al pianto condannano il mortale". E' dei mortali piangere, gli Dei invece, imperturbabili, sono liberi da ogni affanno. E invece Gesù piange. 


Mi chiedo quale rivelazione racchiuda questo pianto. E per scoprirlo mi volgo alla mia esperienza del pianto, pianto per la perdita di una persona amata, come Lazzaro per Gesù. Il pianto è, mi sembra, l'unica espressione dei nostri sentimenti quando una persona cara ci lascia e un grande silenzio scende dentro di noi. Con quella persona, infatti, non potremo più parlare, se le rivolgeremo la parola ci risponderà solo il silenzio. Nessun gesto verso di lei sarà più possibile. La mano resterà senza presa alcuna. Mi sembra che il pianto sia l'unica voce di questo silenzio che con la morte entra dentro di noi. Il pianto dice un legame che nei giorni abbiamo costruito con chi ci lascia, un vincolo di appartenenza che viene meno aprendo un vuoto dentro di noi: quante cose non potremo più fare e che ci erano consuete proprio con quella persona. Il pianto dice una appartenenza che abbiamo costruito e che la morte distrugge. Questa mi sembra la voce del pianto. E Gesù che amava Lazzaro e le sorelle e la loro casa piange perché quel legame è spezzato. E la gente spettatrice di quel pianto, capisce e osserva: "Vedi come lo amava". La nostra meditazione potrebbe fermarsi qui, condividendo il pianto umanissimo di Gesù. Quante volte, entrando nelle case visitate dalla morte, ho condiviso il pianto, senza dire parole. Ma l'Evangelo non sarebbe davvero notizia buona se non osasse una parola, quella che Gesù rivolge alle sorelle di Lazzaro: "Chi vive e crede in me non morirà in eterno". Molte persone segnate dalla morte di una persona cara mi chiedono: "E adesso dov'è? Che ne è di Lui o di Lei?...E dopo che cosa ci sarà?". Quante volte queste domande mi nascono dentro quando sono davanti alla tomba dei miei genitori che sarà anche la mia tomba. Confesso di non saper rispondere perché sono persuaso che ci è precluso lo sguardo sul 'dopo'. Tentare di descriverlo è solo esercizio di immaginazione. E non a caso neppure una parola negli evangeli vince questo silenzio. Ma custodisco come perla preziosa la certezza racchiusa nella promessa di Gesù, forse l'unica sua parola che davvero illumina l'oscurità della morte, una parola che ha un tratto di tenerezza: "Vado a prepararvi un posto, quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io" (Gv 14,2,s.). Non il vuoto ma "un posto", preparato per me, per te, per noi, per tutti. A questa promessa si affida l'apostolo Paolo quando dice, ed è una delle sue parole più intense e appassionate: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore" (Rom 8,31ss.). Ci sono nelle pagine della Scrittura sacra altre parole che evocano la nostra risurrezione. Ma queste appena citate hanno un tratto di singolare umanità che le rende vicine e comprensibili. Ci prepara un posto e niente, neppure la morte ci potrà mai separare da Lui e in questo amore niente ci potrà separare da quanti abbiamo amato.

                                        


DOMENICA  27  MARZO   2022

 QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Es                    17,1-11

                                       Epistola:      1Ts                     5,1-11     

Vangelo:     Gv                      9,1-38b              

 

Domenica del Cieco

La quarta domenica di Quaresima ci presenta un altro brano grandioso di Giovanni: il cieco nato.

Lo sguardo è sempre sul nostro Battesimo.

Dopo averci parlato dell’acqua di vita (la Samaritana), la libertà dal male che deriva dalla fede accolta nel Battesimo (Abramo) oggi ci viene detto che il Battesimo ci dona la luce che ci permette di distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Si compone così un primo quadro della figura del Cristiano.  Egli è il purificato dall’acqua, egli è il liberato dal male, egli è l’illuminato.

Il brano evangelico ci dice con chiarezza che questa “illuminazione” è frutto di una creazione nuova compiuta nel Battesimo.

L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va’ a Siloe e lavati».  Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista”.

Per chi è uso alla lettura della Scrittura è chiarissimo il riferimento a Gen 2,7-8.  “Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato”.

Nel Battesimo si va oltre l’antica creazione che viene lavata/purificata.  C’è una “nuova Creazione”.

Il Cristiano è una creatura nuova, che non appartiene più al mondo delle tenebre, ma alla Luce di Dio.

L’epistola dice: “Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno. Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.  Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.  Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano.  Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza”.

Siamo figli della luce, creature nuove in Cristo Gesù.

Qual è la consapevolezza di questo “Status” che il Signore ci ha donato?

Siamo stati liberati dal binomio tenebre-terra in Cristo Gesù.

San Paolo dice: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l'ira di Dio su coloro che disobbediscono.  Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca”.  (Col 3,5-8).

don Edy


DOMENICA  20  MARZO   2022

 TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:                    1^Lettura    Dt                    6,4a; 18,9-22

                                        Epistola:     Rm                    3,21-26

Vangelo:     Gv                     8,31-59              

DIOCESI DI  MILANO

         Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa

 

DOMENICA DI ABRAMO

 

Innumerevoli volte nelle pagine della Bibbia il nome di Dio è congiunto con quello di Abramo. Così Dio si presenta a Mosè: "Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi perché il luogo sul quale stai è una terra santa. E disse: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo..." (Es 3,4ss.). Dio è il Dio di Abramo, il nostro Dio è anzitutto prima che nostro, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Dio dei nostri Padri. Se vogliamo conoscere Dio dobbiamo conoscere Abramo, dobbiamo riconoscerci figli di Abramo gente del suo popolo. In una notte piena di stelle Dio si rivolse ad Abramo così: “ Guarda in cielo e conta le stelle se riesci a contarle: tale sarà la tua discendenza così numerosa sarà la tua discendenza. Egli credette al Signore" (Gen 15,5). In quella stellata notturna c’eravamo anche noi figli promessi ad Abramo, chiamati a far parte di questo grande popolo dei figli di Abramo. E’ grazie a questa ininterrotta catena di credenti—i figli di Abramo--che la fede è giunta fino a noi. E’ dentro questo popolo che Gesù, della stirpe di Abramo, è venuto nel mondo. Ma allora è in forza del sangue di Abramo che anche noi e ogni altro uomo può appartenere al popolo dei figli di Abramo? Se così fosse non la fede ma il sangue deciderebbe della nostra appartenenza al popolo di Dio. In altre parole la nostra sarebbe una religione etnica, costruita sulla base esclusiva di una appartenenza razziale. Non sarebbe per tutti. Conosciamo proprio in questi ultimi decenni la funesta saldatura di razza e religione: la causa di Dio si identificherebbe con quella di una razza. Gott mit uns gridavano i Nazisti appropriandosi di Dio e facendone il vessillo di uno sciagurato disegno egemonico. E in anni a noi più vicini l'appartenenza tribale si é saldata con la sottomissione (Islam) a Allah in un progetto di dominio politico. Proprio nella pagina evangelica di questa domenica Gesù dice una parola che i suoi contemporanei non possono accettare. Dice che decisiva non è l’appartenenza al sangue di Abramo ma piuttosto fare le opere di Abramo, vivere della sua fede, non tanto avere il suo sangue, perché anche dalle pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Quante volte Gesù reagirà energicamente contro la pretesa che essere figli di Abramo, avere il suo sangue, sarebbe titolo di privilegio esclusivo. Più volte dirà: verranno genti da oriente e da occidente dal nord e dal sud e siederanno a mensa con Abramo, mentre voi, suoi discendenti che avete il suo sangue, sarete cacciati fuori. Le promesse di Dio non sono per un popolo, peggio per una razza, ma per l’intera umanità. Pretendere di legare Dio ad un popolo, ad una razza, ad una lingua, ad una cultura vuol dire negare quel Dio che è sì il Dio di Abramo, dei nostri Padri, ma per una salvezza che è per tutti, per ogni uomo che lo cerca con cuore sincero. Per questo la fede nel Dio di Abramo può prendere dimora in ogni popolo, in ogni razza, in ogni cultura. Nessuno spirito settario, nessun esclusivismo è compatibile con il respiro grande, universale del popolo di Dio, popolo dei figli di Abramo, figli innumerevoli come le stelle del cielo. Sappiamo come la prima generazione di discepoli di Gesù si domandò se per esser cristiani si dovesse imporre a tutti come necessario il passaggio per il mondo ebraico e le prescrizioni della legge di Mosè. Limpida e decisiva la risposta di Pietro nella casa di Cornelio, un pagano, centurione romano: "Dio non fa preferenze di persone ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto" (At 10, 34s.). In tempi di risorgenti chiusure e ostilità verso stranieri e diversi grande questa parola: "Dio non fa preferenze di persone". La fede di Abramo ha una seconda caratteristica. La prima parola che Dio rivolge ad Abramo è un imperativo: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò...E Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore" (Gen 12, 1). Il popolo dei figli di Abramo, il popolo di Dio è popolo in cammino, popolo in ricerca avendo negli occhi un sogno, cieli nuovi e terra nuova, perché "non è questa la nostra città definitiva, ne cerchiamo una futura"(Eb 13,14). Così la fede è principio non già di tranquillo e definitivo possesso dell'esistente ma principio di santa inquietudine, di perenne rinnovamento. Il popolo dei figli di Abramo è un popolo mai definitivamente installato nelle sue sicurezze, un popolo che si accompagna ad ogni ricerca, ad ogni speranza umana. Ancora oggi si riconoscono figli di Abramo Ebrei, Cristiani e Mussulmani. Possiamo insieme pregare così: Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri. Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico”.

 


DOMENICA  6  MARZO   2022

 1^DOMENICA DI QUARESIMA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Gl                      2, 12b-18

                     Epistola:     1Cor                   9,24-27

Vangelo:       Mt                      4,1-11                 

 Le letture di quest’oggi danno un senso ed un significato profondo alla Quaresima che oggi iniziamo.

Nell’epistola San Paolo ci dice che corriamo verso una meta.  La nostra meta è la partecipazione al Mistero della Pasqua che celebriamo nel triduo Santo.  Con Cristo siamo chiamati a morire al male che è dentro di noi per essere con lui uomini nuovi che vivono in pienezza il dono della redenzione che è la libertà dal male.

La prima lettura ci invita quindi a ritornare al Signore: “Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”.

Dobbiamo tornare a lui perché solo il Signore può dare pienezza, pace e gioia alla nostra vita.

Il brano del Vangelo parla delle tentazioni di Gesù che egli supera dopo quaranta giorni e quaranta notti di permanenza nel deserto pregando e meditando.

Le tentazioni che vengono qui raggruppate in realtà attraversano tutta la vita di Gesù fino al momento supremo sulla croce.

Senza entrare nel merito di ciascuna di loro possiamo dire che le tentazioni pongono Gesù di fronte alla necessità di compiere una scelta: vivere la missione messianica secondo i criteri mondani o essere fedele alla volontà di Dio che lo ha chiamato ad essere il Servo che si umilia e dona la sua vita per la salvezza di ogni uomo.

Gesù sceglie di compiere la volontà di Dio sempre e comunque rifiutando modelli terreni ed umani.

Il brano evangelico di oggi è sicuramente metafora della nostra vita.

Come Gesù siamo chiamati a lottare per poter scegliere la via del mondo o la via di Dio.

Guardiamo Gesù.


Egli ci dice che anzitutto bisogna fare deserto, ossia tirarsi fuori dal frastuono che circonda la nostra vita per poter ascoltare il Signore che vuole parlarci.

Il Vangelo mostra un bisogno da parte di Gesù di far chiarezza, di fare verità su se stesso, dentro il silenzio immenso del deserto, di far verità sul senso della sua missione.

Così per noi c’è una domanda a cui non possiamo sfuggire: per cosa vivo, per cosa esco alla vita ogni giorno, che cosa mi spinge?

Creiamo spazi o luoghi di silenzio per far risuonare dentro di noi la Parola di Dio ed uscire dalla schiavitù del nostro egoismo per trovare la libertà vera di figli di Dio.

Chiudo con una piccola/grande pagina dei fratelli Karamazov sulle tentazioni di Gesù: “No, tu non hai il diritto di aggiungere niente a quello che hai detto un tempo.  E ciò sarebbe come togliere agli uomini la libertà che difendevi tanto sulla terra […].

Non hai detto spesso “voglio rendervi liberi”?  Ebbene, li hai visti questi uomini “liberi” […].

Sì, ci è costato caro […] ma abbiamo infine compiuto quell’opera in tuo nome.

Ci sono occorsi secoli di dura fatica per instaurare la libertà; ma ormai è cosa fatta e solida.

Non lo credi che sia ben solida?  Mi guardi con dolcezza, e non ti degni neppure di indignarti?

Ma sappi che mai gli uomini si sono creduti tanto liberi come ora, e tuttavia la loro libertà essi l’hanno posta ai piedi dei potenti.

Ciò è opera nostra, a dir la verità; e la libertà che tu sognavi? […].

E non puoi, ora pensare di toglierci quel diritto.  Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

 

don Edy


DOMENICA  27  FEBBRAIO   2022

 ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Sir                    18,11-14

                     Epistola:     2Cor                   2,5-11

Vangelo:       Lc                     19,1-10                

Quest’ultima domenica dopo l’Epifania ci parla ancora dell’amore misericordioso di Dio che ha mandato il figlio suo non a condannare ma “a cercare ed a salvare chi era perduto”.

L’episodio narrato nel brano di Vangelo è molto simile a quello ascoltato domenica scorsa.  Là il peccatore era Levi.  Oggi Zaccheo.  Entrambi vengono accolti e perdonati dal Signore Gesù.  Essi diventano così l’esempio ed il prototipo di tutta l’umanità che è cercata da Dio per essere da lui perdonata ed amata.

Facciamo due sottolineature importanti.

Anzitutto chi gusta veramente e profondamente il perdono di Dio cambia la sua vita, compie una grande conversione.

Ecco Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto” sono le parole di Zaccheo dopo che Gesù è entrato nella sua casa.

Così deve essere per noi.

Siamo invitati a riprendere in Quaresima   la pratica del Sacramento della Confessione dopo due anni di COVID.  Ogni volta poi che veniamo a Messa siamo resi partecipi del perdono di Cristo.  Ma cosa cambia veramente nella nostra vita?

Se continuiamo a comportarci nello stesso modo significa che non ci siamo lasciati toccare nel cuore dalla grazia di Cristo.

Molti mi dicono che da anni si trascinano in atteggiamenti o peccati sempre uguali senza venirne mai fuori.  La teologia cristiana sottolinea l’importanza della libertà che deve scegliere tra bene e male e poi della volontà.

Dobbiamo volere il bene, dobbiamo metterlo in atto nella nostra vita sapendo anche rinunciare ad altre cose per mettere al centro Cristo.

Un secondo spunto per la nostra riflessione è sulla qualità dell’amore di Dio che deve riflettersi sulla nostra volontà di amare.


Abbiamo letto un brano molto significativo dal libro del Siracide come prima lettura: “Il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia.  Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono.  La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente.  Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge.  Ha pietà di chi si lascia istruire e di quanti sono zelanti per le sue decisioni”.

Lasciamoci rimproverare, correggere ed ammaestrare dal Signore.  Egli avrà pietà di noi.

don Edy


DOMENICA  20  FEBBRAIO   2022

 PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Dn                    9,15-19

                     Epistola:     1Tm                   1,12-17

Vangelo:       Mc                     2,13-17                

La presenza di Dio si manifesta nelle parole ed opere di Gesù che ci rivela il volto amoroso e misericordioso di Dio. Gesù dà risposta all’invocazione del Salmo 26: “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto io cerco o Signore. Non nascondermi il tuo volto”.

Il nostro Dio che Gesù ci fa conoscere è colui che va in cerca di chi si è perduto, che chiama a sé gli ultimi e gli emarginati, che soccorre la vedova e l’orfano, ma in particolare lenisce e guarisce le sofferenze e le ferite del cuore dell’uomo. “Venite a me voi tutti che siete stanchi ed io vi ristorerò”.

Il brano evangelico di questa domenica ci dice con forza tutto questo.

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori

Ancora una volta però emerge la distanza che esiste tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo come dice il profeta Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le mie vie non sono le vostre vie”.

I Capi del popolo non capiscono, criticano e condannano Gesù.  “Perché il vostro maestro mangia e beve insieme ai pubblicani e peccatori?”.

È l’incapacità di aprire il cuore e fare propria la volontà di Dio. Purtroppo, questa durezza di cuore ha accompagnato da sempre la vita della Chiesa ed ancora oggi.

Noi con chi stiamo?  Col Dio che ama e perdona o con chi non sa accogliere perdonare ed integrare?

Certo non è facile né semplice.


Nella seconda lettura San Paolo ci dice che per poter essere in grado di portare nel cuore i sentimenti di Gesù bisogna anzitutto riconoscere il proprio peccato, perché tutti siamo peccatori e conseguentemente gustare la misericordia di Dio che si riversa su di noi.  Egli dice: “
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.  Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.  Al re dei secoli, incorruttibile, invisibile unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli”. Raccogliamo l’esempio di Paolo “Il violento e bestemmiatore” che ha avuto il coraggio di compiere una conversione.

Chiediamo al Signore di guarirci dalla cattiveria del cuore, dalla critica o come la chiama il Papa il “chiacchiericcio” che devasta e distrugge le relazioni, il giudizio temerario che uccide moralmente le persone, l’incapacità di tenere nel cuore gli stessi sentimenti del Signore Gesù.

don Edy


DOMENICA  13  FEBBRAIO   2022

 SESTA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   56,1-8

                     Epistola:     Rm                   7,14-25a

Vangelo:       Lc                  17,11-19                 

 La liturgia di questa domenica ci invita ancora una volta a saper cogliere nei gesti compiuti da Gesù la presenza misericordiosa e redentrice di Dio.

Il brano evangelico che ci parla dei dieci lebbrosi guariti da Gesù è un brano estremamente simbolico.

La lebbra era ritenuta la malattia più terribile per una persona, segno del male più vero che è il peccato.

Bisognerebbe aver visto da vicino, aver speso del tempo con qualche lebbroso per capire in profondità tutto questo.  Avevo nella mia missione in Zambia un villaggio di lebbrosi.  Ho visto persone con dei moncherini al posto delle mani o dei piedi, ho dovuto vincermi per sopportare il terribile odore che emanava dalle loro persone.  La cosa più terribile però era cercare di vincere la convinzione delle persone sane che i lebbrosi fossero dei maledetti, lo scarto dell’umanità e per questo persone da isolare con cui non avere contatti.

Per questa ragione ci dice il Vangelo di oggi i dieci lebbrosi “si fermarono a distanza”.  Gesù però non ha paura, li incontra e li guarisce.  L’amore misericordioso di Dio è più grande di ogni pregiudizio umano.

Anche chi è stato guarito non capisce la bellezza di questo amore.  Solo uno torna a dire grazie.

Questa è la storia di gran parte dell’umanità.

Anche noi siamo stati e continuiamo ad essere guariti dalla lebbra del nostro cuore.

Siamo consapevoli di questo grande dono?

Ci sentiamo guariti e liberi dal male?

Sappiamo dire grazie al Signore?

È possibile in questa vita essere liberi da ogni male di peccato?

Il brano dell’epistola di oggi mi ha fatto molto riflettere.

San Paolo dice: “Fratelli, sappiamo che la legge è spirituale, mentre io sono carne, venduto come schiavo del peccato.  Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

La vita si configura quindi come una lotta senza fine tra bene e male. Ma il Signore ci ha salvati e liberati.   Per questo ogni giorno nel “Padre Nostro” diciamo: “Liberaci dal male”.

 

don Edy


DOMENICA  6  FEBBRAIO   2022

 QUINTA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Rif. Biblici:   1^Lettura     Ez                  37,21-26

                     Epistola:     Rm                 10,9-13

Vangelo:       Mt                   8,5-13                 

Oggi è la quinta domenica dopo l’Epifania.  In quella grande solennità abbiamo visto nelle figure dei Magi, provenienti da lontano, come la volontà di Dio sia quella di donare ad ogni uomo la salvezza.

Da questo punto di vista il brano evangelico di quest’oggi è molto significativo.  Gesù guarisce il servo di un centurione: un soldato romano, uno straniero, un nemico.

Ciò che conta non è più l’appartenenza etnica al popolo ebraico, ma la fede.

Quel centurione, quell’uomo straniero crede fermamente che Gesù lo possa aiutare e guarire il suo servo.  Gesù stesso rimane colpito dal suo atteggiamento al punto da dire: “In verità vi dico in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande”.

L’apostolo Paolo nell’epistola riafferma con estrema decisione tutto questo:Carissimo, se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. Infatti: «

Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».  (Rm10,9-13).

Si crede con il cuore.  Poi con la bocca si fa la professione di fede.

Ci possiamo chiedere se per noi è così oppure no.

Anche noi possiamo cadere nell’errore di una professione di fede solo esteriore o rituale.  A questo proposito le parole del profeta Isaia che abbiamo letto nella settimana appena trascorsa sono molto importanti.  Dice il Signore: “Questo popolo mi ama con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.

Dov’è il nostro cuore?  Qual è il nostro tesoro?  Ossia cos’è più importante per noi?

Il
nostro tesoro è Gesù, la sua parola, i suoi insegnamenti oppure affetti umani, ricchezze terrene, egoismi personali?

C’è sempre bisogno di purificare la nostra fede.  Il centurione con semplicità ed umiltà ci dà una grande lezione: “Signore io non sono degno …”.  Impariamo a ripetere questa invocazione.  “Signore non sono degno per questo purifica il mio cuore e aumenta la mia fede.

 

don Edy


DOMENICA 30 GENNAIO  2022

 SANTA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Sir                 44,23-45,1a.2-5

                     Epistola:     Ef                     5,33-6,4

Vangelo:       Mt                   2,19-23                 

Oggi la liturgia ambrosiana celebra la Festa della Santa Famiglia di Nazareth, la famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Siamo invitati a guardare alla Santa Famiglia perché essa è la prima fra tutte le famiglie cristiane, è il modello a cui guardare ed imitare.

La famiglia di Nazareth è fondata sulla fede.

Per fede Maria accoglie la parola dell’Angelo, per fede Giuseppe prende con sé Maria, per fede il bambino e ragazzo Gesù rimane a loro sottomesso.  Quella di Nazareth è una casa in cui Dio è veramente al centro, dove i componenti sanno dire di sì ogni giorno ai suoi progetti e compiere la sua volontà.

Questa è la prospettiva secondo cui tutte le famiglie cristiane dovrebbero vivere. 

Ci chiediamo allora.

Cosa viene prima per noi?

Spesso tante cose terrene legate alla sicurezza economica, al benessere, al divertimento.  Ci poniamo qualche volta questa semplice domanda: “La nostra è una famiglia che anzitutto vuole compiere la volontà di Dio oppure no?”.

Ancora, cosa significa compiere in famiglia la volontà di Dio?

Sicuramente avere un progetto comune e quindi camminare insieme, volere il bene l’uno dell’altro, accogliere la diversità come un dono e non come una fatica o un peso.

Volere per i figli una crescita anzitutto di fede e di umanità.  Saper vivere nella gioia e nella pace, che solo il perdono reciproco può dare.

Oggi l’apostolo Paolo nella seconda lettura in modo semplice, forse con espressioni legate ad una cultura diversa dalla nostra, ma molto vera, ci dice tutto questo: “Fratelli, ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.  Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. < Onora tuo padre e tua madre!>.  Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: < Perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra>.  E voi, padri, non esasperate i vostri figli ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore”.

Diversi sono gli impegni che la festa di oggi ci suggerisce.

1- Coerenza con la propria chiamata ad essere famiglia cristiana.  Esempio di una casa dove si compie la volontà di Dio.

2- Educazione all’amore vero, all’incontro autentico con l’altro, incontro fondato sul dono e non sul possesso: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. (At 20).

3-  Pregare insieme per mettere Dio al centro della comunità familiare.

 don Edy


DOMENICA 23 GENNAIO  2022 

 TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Nm                13,1-2.17-27

   
                
 Epistola:     2Cor                 9,7-14

Vangelo:       Mt                   15,32-38                 

La terza domenica dopo l’Epifania ci presenta ancora un episodio epifanico, un episodio che rivela la divinità di Gesù e la potenza salvifica che in lui si rivela.

È la moltiplicazione dei pani e dei pesci che ci mostra tutto questo.

I sette pani e pochi pesci moltiplicati per saziare la fame di una grande folla rivelano le profondità del cuore di Gesù ricco di compassione verso chi ha bisogno.

Naturalmente il miracolo come spesso avviene nei racconti evangelici, assume un carattere estremamente simbolico. Proviamo a riassumere in questi punti le varie simbologie.

 - Nel cuore dell’uomo c’è una grande fame di vita eterna, di verità, di giustizia e di bellezza.

L’umanità da sola non può saziare questa fame – “Come possiamo sfamare una folla così grande?”. L’uomo è parziale e temporale mentre il cuore dell’uomo cerca l’infinito e l’eternità.

- Solo Dio può saziare questa fame di immenso ed eterno.

Il brano di Matteo insiste molto su questo aspetto.  I sette pani dei discepoli sono memoria della antica e prima creazione.  In Cristo c’è una nuova creazione per i presenti e le generazioni future.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene”.

Ed ancora questo cibo di eternità, questa nuova creazione è per tutti gli uomini, non solo il popolo d’Israele.

Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini”, dove il quattro indica tutte le parti della terra, mentre il mille qualcosa che umanamente non si può contare.

Il cibo di eternità è l’Eucaristia nella sua pienezza.

I padri della Chiesa ci parlano del banchetto imbandito nel giorno del Signore in cui siamo invitati a “Mangiare” la Parola di vita e il Pane della Salvezza.



Ci poniamo ora alcune domande molto importanti.

1- Siamo consapevoli che non possiamo essere salvezza a noi stessi ma che solo Dio ci salva?

2- Come accogliamo e sappiamo mangiare il dono del Signore della sua Parola e Pane Consacrato?

3-  Come abbiamo vissuto e viviamo in tempo di Covid tutto questo?

Perché tanti cristiani hanno lasciato per paura la pratica della Messa domenicale che è il banchetto a cui Dio ci chiama?

4-  Cosa sappiamo dire noi a coloro che hanno lasciato e non partecipano più alla celebrazione del banchetto eucaristico?

 

don Edy

 


DOMENICA 9 GENNAIO  2022 

BATTESIMO DEL SIGNORE


Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   55,4-7

                     Epistola:     Ef                     2,13-22

Vangelo:       Lc                    3,15-16.21-22

Sono tanti gli eventi che fanno da costellazione al Battesimo di Gesù. E non si tratta di dettagli di poco conto. Si parla nel nostro brano, per esempio, di due battesimi, quello di Giovanni e quello di Gesù: “Io vi battezzo con acqua… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. 

La differenza non può sfuggire. Ma mi sento di aggiungere: senza disprezzo per il battesimo di Giovanni. Che aveva richiamato nel deserto, attorno al Giordano, folle. Folle che intravvedevano una possibilità di cambiamento, di rigenerazione, di cui si sentiva acuto prorompente il bisogno. Forse come oggi. Era un battesimo nell’acqua, certo, ma non per questo non formale: impegnava a cambiare mentalità, ad adempiere la giustizia. Ricordate: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e i militari siano lontani da ogni forma di violenza; e gli esattori delle tasse da ogni forma di arbitrio. Non era ancora il battesimo in Spirito santo e fuoco. Ma ecco il battesimo di Gesù: sarà in Spirito santo e fuoco. Sarà un passo successivo, che chiederà di andare oltre la giustizia. Immersi nello Spirito. Condotti da una energia interiore, abitati dal soffio della passione di Gesù e del suo vangelo,
divorati – potremmo dire – da un fuoco interiore. Che ci allontana dall’essere semplicemente dei manichini o dei burocrati di Dio. Un Dio che mette in gioco in te tutta la sua vivacità e fantasia: “Vi battezzerà in Spirito e fuoco”. Forse un primo nostro passaggio è sentirci abitati dallo Spirito, è prendere contatto con questa parte intima di noi stessi. Che, a ben pensare, è alla radice di tutto. Tutto dipende da come siamo dentro, da che cosa siamo abitati, o divorati, dentro. Il battesimo di Gesù ci presenta questo momento, perdonate se lo chiamo così, di autocoscienza. Stava in preghiera, il cielo si aprì e discese su di lui lo Spirito Santo e la voce a rivelare che era il figlio amato. La rivelazione era rivolta a lui, la manifestazione era tra le pareti dell’anima, dove puoi prendere coscienza di chi sei e della missione cui sei chiamato nel mondo. Un momento in cui ti è dato esperire Dio, la sua vicinanza.

Ci chiediamo quale sia la nostra consapevolezza di essere alitati dallo Spirito.

Ci lasciamo guidare da Lui o la nostra vita è ancora legata a schemi e visioni puramente umane?

                                                                 don Edy


6 GENNAIO  2022

PIFANIA DEL SIGNORE

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   60,1-6

                     Epistola:     Tt                     2,11-3,2

Vangelo:       Mt                   2,1-12

 L’Epifania è la festa della fede.  La luce della fede guida i Magi verso Gesù.  La luce della fede guida tutte le genti e quindi anche noi all’incontro con Lui. 

Tutti siamo chiamati a riconoscere nel bambino nato a Betlemme il miracolo dell’incarnazione.  Dio si è fatto uomo per noi.

Sottolineo due aspetti.

L’Epifania ci parla anzitutto della universalità della salvezza.  I Magi simbolicamente rappresentano tutti i popoli e tutte le persone che cercano Dio e vengono da lui chiamati.

In ogni uomo c’è la capacità di poter arrivare per via naturale a Dio.  Spesso però non è stato fatto o non viene fatto per superficialità o negligenza.

Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell'ignoranza di Dio e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l'artefice, pur considerandone le opere.  Ma o il fuoco o il vento o l'aria sottile o la volta stellata o l'acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono come dei, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. Se sono colpiti dalla loro potenza e attività, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l'autore.  Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi forse s'ingannano nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo. Occupandosi delle sue opere, compiono indagini, ma si lasciano sedurre dall'apparenza, perché le cose vedute sono tanto belle. Neppure costoro però sono scusabili, perché se tanto poterono sapere da scrutare l'universo, come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?  (Sap 13,1-9).



San Paolo riprenderà tutto questo nell’introduzione della grande lettera ai Romani.

In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti”. (Rom 1-18-22).

I Magi sono i rappresentanti delle persone rette e buone che cercano Dio e lo trovano.  Naturalmente la Rivelazione dell’amore di Dio in Cristo Gesù è fondamentale per conoscere il volto di Dio.  Con i loro doni i Magi ci dicono che non possiamo prescindere da Gesù.

Egli è il Re che ci conduce all’incontro con Dio.  (ORO)

Egli è il Figlio di Dio venuto per noi.  (INCENSO)

Egli è il Messia che realizza le antiche profezie. (MIRRA)

 

                                                                 don Edy

 


DOMENICA  19  DICEMBRE  2021

SESTA DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   62,10-63,3b

                     Epistola:     Fil                    4,4-9

Vangelo:       Lc                    1,26-38a

La Chiesa ambrosiana celebra oggi la festa dell’Incarnazione e della maternità di Maria.

È preludio questa domenica alla gioia del Santo Natale.

Protagonista centrale di questa giornata è sicuramente Maria.  Ella con il suo “Sì” dà inizio ad un’era nuova per la storia della salvezza perché da Lei nascerà “il Figlio dell’Altissimo” che regnerà sulla casa di Davide.

Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.  Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.  Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 

Il dialogo tra l'Angelo e Maria anzitutto svela il disegno di Dio di essere “con noi” grazie a questa giovane donna. Ma Luca, con alcuni piccoli eppure decisivi dettagli, ci rende partecipi del cammino di fede di Maria. Con una espressione assolutamente moderna possiamo dire che Luca ci introduce nella psicologia di Maria, nell'incerto e non facile
cammino di fede di questa giovane donna, chiamata ad essere la madre del Messia. Vi confesso che sento vicina a me Maria, anche Lei partecipe delle fatiche che accompagnano il mio itinerario di fede. E penso di non essere solo. Quante persone confessano come colpa i dubbi che attraversano la loro fede. Ma una fede segnata dal dubbio sarebbe forse una fede meno apprezzabile? Sono invece persuaso che i dubbi che attraversano la nostra fede possono essere una occasione propizia per approfondirla e viverla in modo sempre più consapevole. Il dialogo con l'Angelo non si esaurisce nel turbamento e nel dubbio ma si conclude con la parola dell'affidamento a Dio e alla sua parola. E' l'affidamento di un cuore umano che ha conosciuto turbamento e dubbio, un cuore libero, non soggiogato da una forza invincibile, un cuore segnato dalla fatica e dall'incerto interrogare. Quante volte, anche per noi, il cammino di fede conosce l’incerto chiarore dell'alba o del tramonto piuttosto che lo splendore abbagliante del mezzogiorno o l'oscurità della notte. Fede e dubbi convivono in noi: il cardinale Martini parlava di un credente e di un non-credente che coabitano in ognuno di noi, si confrontano, si scontrano, si interrogano. L'incerto percorso di Maria può riconciliarci con le nostre fatiche a credere, con le esitazioni che accompagnano l'abbandono fiducioso a Dio che ci interpella. E se la prima parola di Maria è una domanda percorsa dal dubbio, la sua seconda parola è affidamento incondizionato.

don Edy


DOMENICA  12  DICEMBRE  2021

 QUINTA DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   30,18-26b

                     Epistola:     2Cor                4,1-6

                        Vangelo:       Gv                   3,23-32a

 

Nel nostro cammino di Avvento abbiamo già incontrato la figura di Giovanni Battista.

Abbiamo conosciuto il suo stile di vita povero ed estremamente essenziale, la sua predicazione infuocata ed intransigente che lo porterà allo scontro durissimo con Erode e conseguentemente alla prigione.

Oggi però ci viene presentato in modo diverso.

Egli è Colui che si è messo completamente al servizio di Gesù e da questo suo servizio nasce un impegno educativo molto forte e preciso.

Egli è un vero educatore perché indica il vero Maestro.

Un vero educatore non è preoccupato di richiamare su di sé, sulla propria persona l’attenzione dei suoi discepoli ma sulla verità alla quale egli deve condurre.

Spesso però non è così.  È tentazione fortissima per l’educatore, l’adulto, proporre se stesso e tendere a creare nei figli, negli alunni, nei giovani a lui affidati la propria immagine.  Non è compito però dell’educatore produrre fotocopie di sé, ma aiutare ognuno a scoprire la propria strada.

La strada per i discepoli di Giovanni è seguire e stare con Gesù e Giovanni ha la forza ed il coraggio di dire: “È necessario che Lui cresca, io invece diminuisca”.

Raccogliamo questo grande insegnamento, siamo chiamati nella nostra vita personale a lasciare spazio a Gesù il vero maestro, a portare i nostri figli o nipoti all’incontro con Lui, perché ognuno di loro scopra la propria strada.

Invito anche ad essere liberi da sentimenti di colpa se sperimentiamo effetti diversi da quelli da noi desiderati nel nostro impegno educativo.

L’importante è aver lavorato ed esserci impegnati. Poi ciascuno gioca la propria libertà magari in direzioni diverse da quelle da noi desiderate o pensate.

Il Vangelo ci dice e vale particolarmente in questi casi: “Noi siamo servi inutili”, abbiamo fatto il nostro dovere.

 

don Edy


DOMENICA  5  DICEMBRE  2021

 QUARTA DOMENICA DI AVVENTO

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   4,2-5

                     Epistola:     Eb                  2,5-15

Vangelo:       Lc                19,28-38

Il brano evangelico di questa domenica ci presenta l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Ci saremmo aspettati di leggere questo brano nella domenica delle Palme, all’inizio della Settimana Santa.

Sicuramente ci saremo chiesti come mai oggi nella IV domenica di Avvento?

La risposta è legata alla scelta di Dio di essere con noi, di venire tra noi. Gesù è il Dio che viene e l’Avvento ci richiama a questa grandissima verità.

Molto significativa è la descrizione del suo ingresso. Egli entra nella città del re, perché egli è il vero re che porta pace e salvezza al suo popolo. La folla a gran voce grida “Benedetto colui che viene, il RE, nel nome del Signore”.



Allo stesso tempo però Gesù il RE non entra in Gerusalemme cavalcando la cavalcatura dei re di questo mondo e con lo sfarzo di questo mondo.

Cavalca un puledro di asina, come i poveri e la gente semplice faceva.

Egli mostra così il compimento della profezia di Isaia il quale afferma che “Colui che viene è il SERVO”.

L’epistola di quest’oggi ci dice che proprio perché si è fatto servo il Figlio di Dio viene coronato di gloria e di amore.

Avendo sottoposto a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”.

Noi in Avvento attendiamo la venuta del RE-SERVO.

È lui, la sua parola che ci guida e noi siamo chiamati a seguirlo docilmente.

È lui che ci insegna uno stile nuovo di vita che è il servizio.

Celebrare il Natale significa metterci umilmente nelle sue mani ed ancora farci servi come Lui che si è fatto servo per tutta l’umanità.

don Edy


DOMENICA 28 NOVEMBRE 2021

TERZA  DOMENICA DI AVVENTO

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             45,1-8

                       Epistola:               Rm            9,1-5

Vangelo:               Lc             7,18-28

La domanda che Giovanni dal buio della prigione dove Erode lo ha rinchiuso, rivolge a Gesù attraverso i suoi discepoli è il segno di una vera e propria crisi di fede del Battista nella persona di Gesù? Proprio Giovanni che aveva indicato Gesù come l'Agnello che toglie il peccato del mondo, proprio lui, Giovanni, consapevole di essere solo voce, solo apripista, solo precursore che va avanti e prepara la strada ad un altro...proprio Giovanni sarebbe segnato da un dubbio terribile: questo Gesù di cui sente parlare è davvero l'Atteso al quale deve preparare la strada, oppure dobbiamo aspettare un altro? Il dubbio di Giovanni è legittimo perché Gesù non sembra corrispondere all'attesa di Giovanni. Il Battista nella sua infuocata predicazione annunciava imminente il giudizio di Dio che, come scure alla radice dell’albero, avrebbe abbattuto i prepotenti e i superbi, come un fuoco purificatore avrebbe distrutto tutto quanto non è buon grano. Ma sulle labbra di Gesù nessuna invettiva, nessuna condanna ma accorati appelli alla conversione. Gesù non si presenta come l'inviato di un Dio giustiziere bensì, come abbiamo letto domenica, è evangelo, cioè buona, bella notizia. Gesù è la buona e consolante notizia di una speranza offerta ad ogni uomo. Di qui lo sconcerto di Giovanni, forse una crisi di fede. Temo che anche noi siamo vicini al sentire di Giovanni, quando vorremmo che un fuoco dal cielo incenerisse coloro che fanno il male. Quante volte lo chiediamo! Mentre Giovanni, apostrofando i suoi contemporanei come 'razza di vipere' invoca la vendetta di Dio, Gesù con i suoi gesti e le sue parole annuncia che a tutti è irrevocabilmente aperta la via del perdono e della misericordia. Alla domanda di Giovanni: "Sei tu colui che deve venire?"  

Gesù non risponde direttamente, non dichiara le sue generalità ma invita a scrutare alcuni segni, decifrarli per scoprire la sua identità. Ritroviamo qui lo stile tipico del manifestarsi di Dio: non faccia a faccia, non direttamente: Dio non è mai un oggetto della nostra indagine. Non possiamo mettere le mani su di Lui quasi fosse uno degli innumerevoli oggetti della nostra conoscenza. Arriviamo a Lui solo attraverso lo spessore della realtà. Soprattutto Dio si comunica a noi attraverso situazioni, fatti, eventi umani. Il nostro Dio è un Dio della storia. Dobbiamo quindi leggere la sua presenza attraverso la trama, lo spessore della nostra esistenza quotidiana. In particolare si rivela a noi attraverso eventi di liberazione, di riscatto umano, di guarigione. Laddove si attua un processo di promozione umana, di solidarietà, di liberazione, di ricostruzione dell'umano, lì possiamo cogliere un segno, un indizio del Regno di Dio che viene, che si realizza. Come credenti dobbiamo essere testimoni di una speranza che non si esaurisce nel tempo ma che trova nel tempo la sua prima attuazione. L'attesa del Regno di Dio non ci rende estranei alle attese che sono nel cuore degli uomini. Ecco una delle parole più belle del Concilio: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (Gaudium et spes 1). Il credente non deve opporre l'attesa di Dio e del suo Regno alle attese degli uomini per la costruzione di una convivenza umana più giusta. Ogni passo nella direzione dell'umanizzazione realizza, anche se gli uomini non lo sanno, il disegno di Dio. E i credenti possono, anzi devono prendervi parte. Ma mentre collaborano con tutti gli uomini al compito di liberazione umana dalle molteplici forme di servitù, oppressione, alienazione i cristiani non devono smettere di annunciare l'evangelo: la suprema liberazione dell'uomo ci è data in Cristo, nella sua dedizione incondizionata.  Evangelizzazione e promozione umana non sono strade divergenti ed estranee.  Basti pensare alla passione civile che scaturisce da tanti uomini e donne che in tutto il mondo, annunciando l'Evangelo, si fanno operatori di pace, di giustizia, di sviluppo umano, soprattutto nei luoghi dove più grande è il degrado e la disumanità.  L'evangelo di oggi si conclude con una beatitudine: "Beato colui che non trova in me motivo di scandalo". Il termine 'scandalo' vuol dire ostacolo, pietra d'inciampo. Gesù dice: beato chi non si ferma, perplesso, incredulo di fronte al segno povero, inerme della mia umanità. E per noi, ormai vicini al Natale: Beato chi mi saprà riconoscere nel bimbo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia, chi saprà riconoscere il Signore che i cieli non possono contenere ma per noi, per la nostra salvezza si è fatto piccolo, così piccolo che possiamo stringerlo tra le braccia.

 

Don Edy

 



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