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IL CANALE YOUTUBE ORATORIO PASTORALE GIOVANILE

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Omelie Parroco


DOMENICA 17 GENNAIO 2021

SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             25,6-10a

                       Epistola:               Col            2,1-10a

Vangelo:               Gv             2,1-11

Quello compiuto a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. L’evangelista Giovanni non parla di miracoli, ma di “segni”.

I segni narrati da Giovanni sono sette. Dall’acqua trasformata in vino a Cana alla resuscitazione dell’amico Lazzaro. I segni sono dono di Dio e sono un sostegno ed un aiuto alla fede. Naturalmente il segno deve portare alla fede in Cristo Gesù.  Ciò che importa è la fede non i segni che sono strumento per arrivarci. La fede matura piano, piano deve liberarsi da questi strumenti per arrivare all’affidamento nelle mani del Signore. Ripeto il segno deve portare alla fede non all’idolatria, cosa che invece succede molto spesso per tanta gente che cerca il sensazionalismo, di fatti strani per avere sicurezze personali.

Di queste persone Gesù dice nel Vangelo: “A questa generazione non sarà dato alcun segno”. Il segno va interpretato, perché di per sé è equivoco. Il Vangelo di Giovanni ci dice che di fronte allo stesso segno “alcuni credettero, altri no”.

Al termine dei segni cap. 11 leggiamo il famoso sommario di Giovanni: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”.  (Gv 11,45-53).


È fondamentale quindi rispondere alla domanda che Gesù sempre nel Cap. 11 pone a Marta sorella di Lazzaro.  “Credi tu questo?”.  “Sì o Signore io credo che Tu sei il Cristo il Figlio di Dio”.

Da ultimo tutti i segni narrati da Giovanni vogliono parlarci della vicinanza di Dio che offre il suo amore e la sua misericordia.

Il segno di Cana ci dice che Dio trasforma la nostra povera umanità simboleggiata dall’acqua nella vita vera dell’eternità beata.

Il segno ci dice che Gesù è il Cristo colui che porta a compimento la profezia di Isaia letta nella prima lettura: “Eliminerà la morte per sempre.  Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

Credi tu questo?

È la domanda fondamentale della vita.

A questo dobbiamo rispondere.

 

                                                                  don Edy


DOMENICA 10 GENNAIO 2021

BATTESIMO DEL SIGNORE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             55,4-7

                       Epistola:               Ef              2,13-22

Vangelo:               Mc             1,7-11

Il Battesimo del Signore Gesù, già ricordato nella solennità dell’Epifania è messo al centro della nostra meditazione in questa domenica che chiude il Tempo del Natale e apre da lunedì il tempo ordinario dopo l’Epifania. 

Il battesimo di Gesù non è affatto gesto di purificazione e riconoscimento dei propri peccati come era per la folla che si accalcava sulla riva del fiume. E’ piuttosto la prima solenne manifestazione di Gesù, la sua epifania dopo quella davanti ai Magi. Il racconto di Marco è di estrema sobrietà ma con tre tratti decisivi. Gesù vede i cieli che si aprono, lo Spirito che su di Lui discende mentre una voce dall’alto lo proclama Figlio amatissimo. Su questo giovane uomo confuso tra la folla e che forse nessuno tranne Giovanni Battista avrà notato, si spalanca il cielo come a dire che proprio in Lui Dio che nessun occhio umano ha mai potuto  vedere, si manifesta. L’attesa secolare di Israele che tante volte aveva invocato un cielo spalancato segno della benedizione di Dio, ora si compie proprio su questo uomo confuso con tutti.

Il Battesimo dà inizio alla vita pubblica di Gesù. Come dicono gli “Atti  degli Apostoli” dal Battesimo fino alla sua Pasqua (morte e resurrezione).

L’epistola di oggi rilegge tutto questo periodo di tempo dicendo che uno dei significati, o contenuti, della missione di Gesù è quello di portare la pace tra il popolo ebraico e i pagani.

Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè  l’inimicizia, per mezzo della sua carne.  Così Egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia”.

La conseguenza è che ormai in Cristo esiste un popolo nuovo. “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù”.

Queste parole dell’Apostolo Paolo però ci sembrano oggi molto  amare e lontane dalla storia reale.  I due popoli non sono diventati uno, ma sono ancora divisi e lontani. Domenica prossima sarà la giornata dell’ebraismo proprio perché c’è nella Chiesa un profondo desiderio di poter parlare e camminare insieme, mantenendo le proprie diversità e peculiarità.

 

don Edy

 



DOMENICA 3 GENNAIO 2021

 

DOMENICA DOPO L'OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE

 


Rif. Biblici:       1"Lettura: Sir 24,1-12

Epistola: Rm 8,3b-9a

Vangelo: Lc 4,14-22



Siamo ancora nel tempo liturgico del Natale ma questa domenica dopo l'ottava ci parla già della Missione di Gesù che Egli è chiamato a compiere nel tempo della vita pubblica prima della sua morte e risurrezione, che è la Nuova e vera Pasqua.

Entrato nella sinagoga di Nazaret Gesù legge dal rotolo di lsaia un passaggio del Quarto Carme del Servo di  Jahve.


"Lo spirito del Signore Dio è  su di me perchè il Signore mi ha consacrato con 

l'unzione; mi ha mandato a portare il

Lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberta degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti ".     (Is 61,1-2).

Egli applica a se quella profezia "Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato ".

Colui che è nato a Betlemme, Colui che si è fatto servo (come ci ha detto l'epistola del primo giorno dell'anno), è Colui che è venuto a proclamare l'anno di grazia del Signore. Questo è il suo servizio primo e fondamentale. Il termine anno non va tanto inteso come una entità temporale di 365 giorni, ma come lo spazio del tempo in cui il Signore è all'opera per la nostra salvezza.

Egli continua ora a voler dare speranza ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la salvezza agli oppressi.

Tutte queste espressioni hanno un senso che va oltre l’immediato significato letterale.

Anche noi siamo spesso prigionieri. Ebbene sì, prigionieri del nostro peccato, del nostro

egoismo, della nostra indifferenza.


Anche noi siamo ciechi perché non riusciamo a vedere ciò che è giusto e buono e 


compiamo ciò che è male agli occhi di Dio.


Anche noi siamo oppressi da tante fatiche e paure che ci impediscono di vivere in 


pienezza la gioia dell'esistenza.

II tempo che ci viene dato deve diventare ii luogo spirituale dell'incontro con il Signore che ci viene incontro e ci dice lasciati liberare e guarire da me.

Ci chiediamo: "Che cosa ci opprime? Di che cosa siamo prigionieri? Ci vediamo oppure siamo ciechi?

Occorre andare oltre la superficialità che spesso caratterizza la nostra vita, andare in profondità e riconoscerci poveri (che significa incapacità di essere salvezza a noi stessi) e saperci mettere nelle mani del Signore.

Solo Lui ci può veramente liberare ed illuminare.

Diciamo allora: "Vieni Signore Gesu" e riempimi di te.

 

don Edy


DOMENICA  20  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:  1^Lettura: Is         62,10-63,3b
Epistola:        Fil             4,4-9
Vangelo:       Lc         1,26-38a   

La sesta  domenica dell’ Avvento ambrosiano è la solennità della “Divina Incarnazione” o della “Divina Maternità della beata e sempre Vergine Maria”.
L’affermazione della Divina maternità di Maria è fondamentale per la fede Cristiana perché ci dice che in Gesù non ci sono due persone (umana e divina) ma una sola e che Maria ha dato un corpo al Verbo Divino.
Questo è un dogma della dottrina Cristiana: “Nel IV secolo il titolo «Madre di Dio» era ampiamente usato ad Alessandria d’Egitto (uno dei principali centri di elaborazione teologica del cristianesimo antico) ed era conosciuto in tutto l’Impero romano.  Fu proclamato dogma dopo la controversia teologica causata dai nestoriani. Nestorio ( 381-451) Patriarca di Costantinopoli, aveva affermato infatti che Maria non aveva titolo per essere definita «madre di Dio», ma solo «madre di Gesù».  La controversia tra Alessandria ed Antiochia fu risolta in un Concilio ecumenico.
L’assise si tenne ad Efeso, in Asia Minore, nel 431.  Il Concilio di Efeso ribadì il 22 Giugno di quell’anno che Maria è Madre di Dio.  Secondo il Concilio, infatti, Gesù Cristo, pur essendo contemporaneamente Dio e uomo – come già aveva affermato in precedenza il Concilio di Nicea -, è un’unica persona: le due nature, divina e umana, sono inseparabili, e perciò Maria può essere legittimamente chiamata «Madre di Dio».

«Madre di Dio (…) non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque la lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne”. 
La dottrina cristologica del patriarca Nestorio venne rifiutata dal Concilio di Efeso perché separava troppo la natura umana di Cristo da quella divina, rischiando - in definitiva -  di pensare a Gesù Cristo semplicemente come uomo “ispirato”, “inabitato” dal Verbo di Dio.  Il titolo di Theotokos venne quindi confermato dal Concilio in opposizione a Nestorio, che gli preferiva il titolo Christotokos.
Ci troviamo oggi di fronte e contempliamo il Mistero più grande del Cristianesimo.
Un mistero che noi non possiamo spiegare ma che accogliamo nella fede.
Questa accoglienza è ciò che dà gioia e senso alla nostra vita.
La domenica della Divina Maternità è la domenica della gioia e dell’esultanza, perché Dio ci ha visitati e fatto come noi.
Facciamo nostro l’invito dell’epistola “Fratelli siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto siate lieti.
Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla.
E la pace di Dio sia nei vostri cuori”.
È l’augurio cristiano per il Natale ed è ciò che chiediamo al Signore.
don Edy


DOMENICA  13  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             11,1-10

                        Epistola:               Eb             7,1-14-17.22.25

                   Vangelo:      Gv     1,19-27a.15c.27b-28  

Celebriamo la liturgia della quinta domenica di Avvento.

La pericope evangelica ci parla anche oggi di Giovanni il Battista che interrogato dagli scribi e farisei con grande umiltà e realismo dà una chiara testimonianza a Gesù. “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

Le parole di Giovanni ci dicono che in Gesù si compie la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.  Egli è il virgulto della radice di Iesse, il Messia perché su di lui si posa lo Spirito di sapienza ed intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore.

Egli darà origine ad un’era nuova, l’era messianica del mondo redento e liberato dal male.


La visione di Isaia è grandiosa e magnifica:
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.  La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli.  Il leone si ciberà di paglia, come il bue.  Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare”.

Purtroppo però noi sappiamo che a causa del peccato che è nel cuore dell’uomo nonostante duemila anni di Cristianesimo tutto questo non si è ancora realizzato.

Il Cristiano il discepolo di Cristo deve essere consapevole che a lui è stato dato il compito di essere presente nella storia dell’uomo per creare un mondo nuovo, fondato sulla pace, sulla fratellanza e sull’amore di Dio.

Accogliere colui che viene significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda del pensiero di Cristo ed avere nel cuore gli stessi sentimenti.

Anche quest’oggi quindi ci chiediamo: “È così per me? Porto veramente nel cuore i sentimenti di Cristo?

 

don Edy


DOMENICA  6  DICEMBRE   2020

QUARTA  DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             16,1-5

                       Epistola:               1Ts            3,11-4,2

Vangelo:               Mc            1,1-11

Forse oggi siamo rimasti sorpresi ad ascoltare la pagina evangelica che ci parla dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. 


Normalmente questo episodio viene ricordato nella Domenica delle Palme che dà inizio alla Settimana Santa.

Perché allora oggi in questa IV domenica di Avvento?

La risposta è molto importante e significativa.  La Chiesa vuole ricordarci che il nostro Dio è un Dio che viene nella nostra storia, nella nostra vita.   È un Dio che come a Gerusalemme entra nelle nostre città e nelle nostre case.

Prepararsi al Natale significa ricordare che Egli è venuto, Egli continua a venire nei Sacramenti che celebriamo e che verrà nel giorno del giudizio finale.

Il cristiano è colui che fonda la sua fede su una certezza: l’entrata di Dio nella storia dell’uomo.  Così possiamo aprirci al futuro, al nuovo, in poche parole all’Avvento.

L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, dopo aver parlato della glorificazione di Gesù, il Cristo, l’Agnello e le prove che dovremo attraversare chiude proprio con l’invocazione: “Vieni Signore Gesù”.

È l’invocazione dell’Avvento che vogliamo fare nostra.

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita”. (Ap 22,17) –

Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù”. (Ap 22,20).

Dobbiamo prepararci a questa venuta.

L’epistola anche quest’oggi ci indica la via: “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere salvi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Crescere nell’amore di Dio e dei fratelli per essere trovati irreprensibili nella santità alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.  Questo deve essere lo scopo della nostra vita.

Ma è così per noi?

 

don Edy


DOMENICA  29  NOVEMBRE   2020

TERZA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is               51,1-6

                               Epistola:              2Cor          2,14-16a

Vangelo:               Gv             5,33-39

Il tempo di Avvento vuole aiutarci a fare memoria della venuta nella carne del Figlio di Dio nell’attesa della seconda e gloriosa venuta nella gloria.

Per questo il brano evangelico parla della testimonianza resa a Gesù da Giovanni Battista.  Egli era la luce, la lampada che risplende per illuminare il cammino che porta all’incontro con Lui il Cristo.

I Giudei non hanno però ascoltato la sua voce e non hanno creduto in Gesù.

A noi cristiani, discepoli di Cristo, che abbiamo ascoltato la sua parola e abbiamo deciso di seguirlo è chiesto ora di essere suoi testimoni come lo fu Giovanni.

Ce lo dice in modo molto significativo ed originale nell’epistola quest’oggi: “Fratelli, siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza!  Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morti per la morte e per gli altri odore di vita per la vita”.


La domanda è semplice, ma molto impegnativa e significativa.

Come testimoniamo noi il Cristo?

Nel mondo siamo il profumo della sua conoscenza?

In questo periodo in cui ormai sembra prevalere sempre più la rassegnazione di fronte alla pandemia del COVID sappiamo dire una parola di fede che diventa invito alla speranza e alla fiducia?

Il Natale si avvicina.  E’ la festa della luce.  Come ci stiamo preparando per essere veramente noi stessi la luce per questo mondo?

don Edy


DOMENICA  22  NOVEMBRE   2020

SECONDA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                51,7-12a

                               Epistola:              Rm            15,15-21

Vangelo:               Mt              3,1-12

La seconda domenica di Avvento ci presenta una figura caratteristica di questo tempo liturgico: Giovanni il Battista.

Giovanni viene chiamato anche il precursore, prendendo a prestito un’immagine tipica del tempo di allora.

Quando arrivava il re o un grande personaggio (un ministro del re) c’erano degli uomini che correvano davanti a lui e al corteo regale per annunciare al popolo il suo arrivo.

Giovanni annuncia al resto di Israele che il Signore il vero re sta per arrivare: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

L’annuncio di Giovanni è un annuncio alla Conversione: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”.  Egli richiama alla conversione per essere degni di accogliere il Signore.  Il suo appello però presenta dei grossi limiti.  Giovanni è l’ultimo grande rappresentante dell’Antico Testamento e la sua predicazione riprende temi cari ai profeti che hanno visto l’infedeltà di Israele, la sua sconfitta ad opera di potenze straniere, la deportazione e l’esilio.

Di fronte a tutto questo i profeti parlano del “Giorno di Jahvè”, il giorno di Dio, tempo in cui Egli punirà e distruggerà il male e chi lo opera, il peccato ed i peccatori.


Giovanni ne è convinto: “Già la scure è posta alle radici degli alberi; ogni albero che non dà buon frutto verrà tagliato e gettato nel fuoco” e parlando di colui che deve venire dice: “Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

Colui che verrà però annuncerà che il giorno di Jahvè, il giorno di Dio è un tempo in cui si manifesterà la misericordia di Dio, perché: “Egli è venuto non a condannare chi era perduto, ma a perdonarlo e a salvarlo”.

Di fronte a questo annuncio Giovanni entrerà in una crisi profonda che addirittura lo porterà a dubitare su Gesù, se veramente fosse lui Colui che doveva venire.  Dalla prigione manderà a chiedere: “Ma sei tu o dobbiamo aspettarne un altro”.

Anche noi aspettiamo “Colui che deve venire”.

Convertirci significa mettere da parte il nostro modo umano e terreno di pensare per accogliere la Parola di Gesù, il suo pensiero, il suo modo di vedere le cose che non sono la nostra Parola o i nostri pensieri.

Egli viene a dirci che ci ama e vuole il nostro bene.

Oggi in tempo di COVID abbiamo bisogno più che mai di credere che sia veramente così.  Non rinchiudiamoci nella paura e nella tristezza: apriamoci a Lui.

Diciamo “Maranatàh” – Vieni Signore Gesù a guarirci da ogni male.

don Edy


DOMENICA  15  NOVEMBRE   2020

 PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                24,16b-23      

                               Epistola:              1Cor           15,22-28

Vangelo:               Mc             13,1-27

Iniziamo oggi il cammino di un nuovo Anno Liturgico con il Tempo di Avvento che nel rito Ambrosiano ha la durata di sei settimane.

L’Avvento (ce lo dice la parola stessa) ci parla della venuta del Figlio di Dio nella storia dell’uomo.

La rivelazione neotestamentaria parla di due venute.

La prima è quella storica attestata in particolare dai Vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca.

Questa venuta è caratterizzata da una scelta ben precisa: è la “Chenosi” il Figlio di Dio svuota se stesso della sua potenza e gloria per farsi come noi e redimere così la natura umana. Questa è la fede annunciata dalla Chiesa Primitiva. Troviamo tutto questo negli inni cristologici. “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. (Fil 2,6-11).


La seconda venuta è la venuta finale quando dice il brano evangelico odierno: “Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” venuta che manifesterà a tutti gli uomini e donne la sua gloria e la sua missione di radunare attorno a sé gli eletti di Dio.

Tra la venuta storica e quella finale c’è il Tempo della Chiesa e della sua storia, un tempo descritto dal brano evangelico con immagini ed iperboli apocalittiche che parlano di prove, di perequazioni, di sofferenze.

La prova più grande è il dover o voler continuare a credere con pazienza e perseveranza nell’attesa che si compia la beata speranza dell’incontro totale e definitivo con Cristo.  Molti, ci dice sempre il brano odierno, cadranno e si allontaneranno perché tratti in inganno.

Da quanto detto ci poniamo due domande.

-       Che immagine abbiamo di Dio?  Siamo consapevoli che si è umiliato per amore nostro?  Egli che è venuto per servire e non per essere servito.

-       Che senso diamo al tempo che ci è stato dato da vivere?  È un camminare, un voler andare incontro a Cristo, o un passare vuoto di giorni, e di anni?

don Edy


DOMENICA  25  OTTOBRE   2020
PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:             1^Lettura:            At                10,34-48a      

                               Epistola:              1Cor            1,17b-24

Vangelo:               Lc              24,44-49a

 Oggi celebriamo la Giornata missionaria mondiale.

Nel brano di Vangelo che oggi leggiamo troviamo la motivazione più profonda ed autentica per l’impegno missionario: “Di questo voi siete testimoni”.

I discepoli di Gesù prima, noi oggi, siamo chiamati a proclamare al mondo che Gesù è risorto ed è vivo in mezzo a noi.  Siamo invitati a dire che la sua è la  parola di Verità e Salvezza.  In poche parole a dare a Lui e per Lui la nostra bella testimonianza.

Gli apostoli lo hanno fatto a partire da una vicinanza e conoscenza profondissima di Gesù.

L’evangelista Giovanni scrive: “Ciò che i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato, le nostre orecchie hanno udito, noi lo trasmettiamo a voi”.


A noi non è stato dato di condividere con Gesù parte della nostra vita, di ascoltare direttamente la sua voce, di camminare con Lui per le strade della Galilea.

Noi diamo la nostra testimonianza nella fede. È questo il primo fondamentale passaggio.  Credere sulla parola degli Apostoli (la nostra è una fede “apostolica”) nella verità della Parola di Gesù, credere che solo Lui ha parole di vita eterna perché ha vinto la morte ed è presente in mezzo a noi.

Spesso avvertiamo la fatica e la nostra inadeguatezza. “Credere per essere testimoni”.  Questo è l’impegno che ci è stato affidato nel giorno del Battesimo.

Dobbiamo pregare come leggiamo nel Vangelo: “Signore aumenta la mia fede” perché io possa testimoniare in pienezza al mondo intero che Tu sei il Cristo della nostra salvezza, con l’apostolo Paolo poter dire:

Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 16)

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.”. (1Cor 19-23).

                                                          don Edy

            


DOMENICA  18  OTTOBRE   2020

DEDICAZIONE DEL DUOMO

 

Rif. Biblici: 1^Lettura: Bar             3,24-38 –Ap 1,10;21,2-5  

                    Epistola: 2Tim           2,19-22

                     Vangelo:  Mt             21,10-17

 Il 20 Ottobre 1577 San Carlo celebrava la dedicazione del nostro Duomo consacrando così il magnifico edificio iniziato due secoli prima. Il duomo è il seno della presenza viva e salvifica di Dio al centro, direi nel cuore della città di Milano. Il Duomo è anche il simbolo dell’unità del popolo ambrosiano, perché da lì l’Arcivescovo guida ed istruisce tutta la diocesi. Viene chiamato anche Cattedrale ossia luogo dove il vescovo ha la sua cattedra.

Da quel 20 ottobre 1577 ogni anno nella terza domenica di ottobre ricordiamo che il Signore ha voluto abitare tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo alla nostra città, ci chiama ad essere Chiesa, ossia Comunità dei credenti e dei discepoli di Cristo.

Il brano di Vangelo che oggi leggiamo ci invita a saper riconoscere questa presenza libera da ogni equivoco. Le parole dure di Gesù vogliono restituire al tempio la sua natura di Casa di preghiera e di incontro nella fede dei credenti.

Spesso anche per noi succede quello che avveniva ai tempi di Gesù.


Ci viene chiesto “quanto costa una messa per i defunti?”-  “Cosa devo pagare per il funerale?”.

Ogni volta tento di spiegare che non si deve pagare niente. Il sacro non è in vendita, non si può vendere.

Sta alla coscienza dei singoli fare un’offerta per i bisogni della parrocchia e dei poveri.  Certo che il gesto di Gesù può essere letto ad un livello molto più impegnativo: liberare la Chiesa da equivoci e non sempre trasparenti connessioni finanziarie.

In questi giorni in molti ci aspettiamo dal Papa una riforma che faccia chiarezza sulle finanze vaticane.

La Chiesa deve fare un uso quanto mai limpido ed evangelico delle pur necessarie risorse economiche.

Fa male venire a conoscere gli scandali, ruberie e quant’altro nell’uso di beni destinati alla Chiesa ed ai poveri.

Il mio invito però è a non scoraggiarsi.  Se da un lato ci deve essere la condanna chiara di chi compie queste cose, dall’altro dobbiamo andare avanti con coraggio.

La Chiesa è da sempre “Sancta e Peccatrix” – Santa e Peccatrice.  Sin dall’inizio tra gli apostoli chi teneva la borsa rubava.  Questo però non ha frenato il diffondersi del Vangelo.

Allora sia così anche per noi.                                                                                   

 

                                                          don Edy

DOMENICA  11  OTTOBRE   2020

 

 

VII   DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                65,8-12         

                               Epistola:              1 Cor          9,7-12

Vangelo:               Mt             13,3b-23

 

Oggi leggiamo una delle parabole più conosciute e più belle del Vangelo: la parabola del seminatore.

Il versetto dell’Alleluia in modo molto semplice ma efficace ce ne spiega il senso: “Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Cristo. Chiunque trova Lui ha la vita eterna”.


Simbolicamente siamo paragonati al terreno che può accogliere o rifiutare il seme, che può farlo crescere ma anche farlo morire.

Il Signore ci nutre continuamente con la sua parola in modo privilegiato nella celebrazione eucaristica della domenica dove siamo invitati al banchetto della Parola e del Corpo di Cristo.

Vorrei allora richiamare alcuni punti importanti della prassi ecclesiale per poter accogliere in modo degno e fruttuoso il dono di Dio.

Anzitutto la Parola va ascoltata e va meditata.  Purtroppo spesso la sentiamo ma poi la dimentichiamo quasi immediatamente.

Ci è invece di esempio Maria, la madre di Gesù. 

Nel Vangelo di Luca ci viene detto che “Serbava e custodiva nel suo cuore tutte le parole meditandole profondamente”.

La parola ascoltata e meditata va poi messa in pratica nella concretezza della vita quotidiana.

L’apostolo Paolo dice: “Non siate solo ascoltatori della Parola, illudendo voi stessi, ma persone che la vivono e la mettono in pratica”.

Mettere in pratica la Parola richiede un continuo lavoro ed impegno di conversione.

Nella lettera agli Ebrei leggiamo che: “La Parola è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo, delle giunture e delle midolla e scrutai sentimenti e i pensieri dei cuori”.

La parola ci giudica in tanti nostri comportamenti che vanno in una direzione che non è quella della volontà di Dio.  Per questo è scomoda e spesso difficile da accogliere.

Ancora una volta dobbiamo dire di no al nostro Io per lasciare spazio a lei.

Ciò che è giusto, ciò che è vero non deve essere ciò che a noi piace o serve ma unicamente ciò che il Signore ci dice.

                                                         

don Edy

            

DOMENICA  4  OTTOBRE   2020

 

 

VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Gb               1,13-21         

                               Epistola:              2Tm            2,6-15

Vangelo:               Lc             17,7-10

 

Il Vangelo di questa VI domenica dopo il Martirio di Giovanni ci ricorda in modo forte e preciso che siamo servi.

Non siamo noi i padroni della nostra vita e dei nostri giorni ma solo il Signore lo è.

La pandemia del “Corona virus” ci ha fatto riscoprire in modo inaspettato tutta la fragilità e precarietà del nostro essere.

In questo tempo siamo chiamati a pregare per il dono della sapienza che ci aiuti ad andare avanti.

L’Arcivescovo intitola la sua lettera “Infonda Dio Sapienza” quella sapienza che ci aiuta a vedere nella tragedia una occasione per purificarci ed essere più autenticamente noi stessi: creature non signori.

A chi mi chiede: “Perché è capitato questo male?  Di chi è la colpa?” io rispondo che non lo so.  Il male è un enigma incomprensibile, non so di dove venga.  So per certo che non è voluto da Dio.

-       Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisiremo un cuore saggio – (Salmo 90,12).

Quante volte Gesù ha pregato con le parole del Salmo 90!

I discepoli di Gesù non hanno tutte le risposte, percorrono le vie del tempo e del mondo nella fede, non nella visione: hanno abbastanza luce per imparare la sapienza, quella che sa contare i giorni.

“Contare i giorni”, condizione per la sapienza del cuore, significa fare i conti con il limite.  Si prende contatto con il limite, ci si –misura- ”.

 “Contare i giorni significa accettare se stessi, sopportare pazientemente le tante zone buie di quel dolore che resta sempre avvinghiato anche alle gioie più alte”.

In questa prospettiva propone di dare un significato particolare a questa domenica.


“Propongo di caratterizzare domenica 4 Ottobre come “domenica dell’ulivo”. Non è stato possibile celebrare la Domenica delle Palme per entrare nella Settimana autentica ricordando l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme.  Pertanto è mancato anche quel segno popolare tanto gradito e significativo di far giungere in tutte le case un rametto di ulivo benedetto.  Ripensiamo spontaneamente alla colomba di Noè: “Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e fece uscire un corvo.  Esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra.  Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora acqua su tutta la terra.  Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca.  Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco essa aveva nel becco una tenera foglia d’ulivo.  Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra”. (Gen 8,6-11).

Nel tempo che abbiamo vissuto, l’epidemia ha devastato la terra e sconvolto la vita della gente.  Abbiamo atteso segni della fine del dramma.  La benedizione dell’ulivo o di un segno analogo deve essere occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case”.

 

                                                          don Edy


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