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Omelie Parroco

DOMENICA  2  OTTOBRE   2022

QUINTA  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         56,1-7

                                       Epistola:      Rm,                    15,2-7

                                       Vangelo:     Lc                          6,27,38              

Il brano evangelico di questa quinta domenica dopo il martirio di Giovanni ci mette di fronte all’invito di Gesù ad essere misericordiosi come il Padre che sta nei cieli è misericordioso. Questa misericordia si manifesta nell’amare e fare del bene ai propri nemici.

A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”.

Queste parole di Gesù sono completamente al di fuori di ogni discorso o logica umana.  Anche la persona più retta, più giusta e più buona non può amare chi gli/le fa del male. Del resto, la legge antica diceva: “Occhio per occhio, dente per dente”.  Ad un determinato
male o offesa si pone rimedio con un male di pari grado.  In questo modo si pensava di ristabilire l’equilibrio tra situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari.

Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all'altro. Chi uccide un capo di bestiame lo pagherà; ma chi uccide un uomo sarà messo a morte”. (Levitico 24,19-21).  Ora queste parole di Gesù ribaltano completamente questa prospettiva.  Per accettare però questa  visione bisogna mettersi in una prospettiva di fede.  Mettere Cristo al centro e dire: “La tua parola è parola di verità. Anche se è difficile e dura, anche se non capisco ma Credo”.

“Credo che vi è più gioia nel dare che nel ricevere, credo che il perdono è più giusto della vendetta, credo che come te anch’io devo saper dare la vita per gli altri”.

È un cammino di conversione che porta all’imitazione di Cristo per potersi ogni giorno di più Conformare a Lui.

San Paolo ci dice: “Siate dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore”.  (Ef 5,1-2).  Questa è la grazia da chiedere e l’impegno da assumere per essere testimoni di Cristo.

don Edy


DOMENICA  25  SETTEMBRE   2022

 QUARTA  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Pr                       9,1-6

                                       Epistola:      1Cor                 10,14-21

                                       Vangelo:     Gv                       6,51-59              

In questa domenica celebriamo la festa della nostra comunità di Santa Giustina in Affori.  La festa della comunità Cristiana ha sempre come finalità quella di farci ricordare le radici
da cui veniamo e partendo da queste radici come poter oggi essere sul territorio memoria e segno del grande amore del Signore.

Le letture ci invitano a mettere come fondamento della vita comunitaria l’Eucaristia, a mangiare il pane di vita che ci sostiene nel nostro cammino.

Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.  Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Vogliamo ripartire, per questo nuovo anno pastorale, dall’Eucaristia, dalla Messa domenicale. Gesù ci attende e ci dice “Venite a me”.

Venite a me per ascoltare la mia parola, venite a me per nutrirvi di me.

Nell’introduzione della lettera pastorale l’Arcivescovo Mons. Mario Delpini sottolinea questo e dice: “Un nuovo inizio?  Una ripartenza?  Le parole che descrivono il momento che stiamo vivendo delineano una possibilità, un’aspettativa.  Forse trovano un’umanità che porta segni di stanchezza, piuttosto che di slancio; di esitazione, piuttosto che di entusiasmo; travolta da una fretta di risentito recupero, piuttosto che attratta da una promessa affascinante, incerta più che disponibile.  Come sarà possibile conservare la gioia nei giorni tribolati della storia umana?  Come sarà possibile sostenere il logoramento dei tempi faticosi, senza perdere la speranza?  Quali vie si dovranno percorrere per camminare insieme, decidere insieme, vivere in comunione con persone, storie, culture così diverse?

Il Signore Gesù, in un momento di frustrazione per sé e per i suoi, rivolge il suo invito: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e vi darò ristoro». (Mt 11,28)”.

 

don Edy


DOMENICA  18  SETTEMBRE   2022

 TERZA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI


Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         43,24C-44,3

                                       Epistola:      Eb                          11,39-12,4

                                       Vangelo:     Gv                            5,25-36              

       

In verità, in verità vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno». È ciò che ci dice il brano di Vangelo e più avanti aggiunge: «Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna”.


Sottolineiamo due aspetti molto importanti per il Vangelo di Giovanni. Anzitutto si parla di “ORA”.

L’ora non è un tempo preciso come per noi di sessanta minuti ma indica lo spazio temporale e vitale in cui si compie la salvezza ad opera del Signore Gesù.

L’ora inizia sulla Croce e continua nella storia dell’uomo fino al suo compimento quando tutti/e saremo riuniti in Cristo.

Noi siamo nell’ora, nel tempo della salvezza.

Il secondo aspetto è legato a “VITA” o “VIVERE”.

Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al figlio di avere la vita in se stesso”.

Viene ripreso qui quanto detto nel prologo: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini».  È la vita eterna che ci viene donata nell’ora della salvezza.  Tutto questo è luce, ossia illumina l’esistenza, dà senso e significato.  La morte non è la fine di tutto, ma è l’ingresso nella pienezza della vita.

Gesù di fronte all’amico Lazzaro già nel sepolcro dice: “Io sono la risurrezione e la vita.  Chi crede in me anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno.  Credi tu questo?”.

Oggi il Signore rivolge a ciascuno di noi questa stessa domanda: “Credi tu nella vita eterna?  Credi tu che in L6ui vivremo per sempre?”.

Ci chiediamo dove sta andando la nostra vita o verso chi stiamo camminando.

Nella seconda lettura della lettera agli Ebrei ci viene detto che: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù”.

Preghiamo perché ciascuno di noi possa tenere fisso lo sguardo su di Lui, correndo per incontrarlo per sempre.

 

don Edy


 DOMENICA  11  SETTEMBRE   2022

 SECONDA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                           5,1-7

                                       Epistola:      Gal                         2,15-20

                                       Vangelo:     Mt                        21,28-32              


Le letture di questa domenica ci parlano della “Vigna” del Signore e della necessità ed importanza ad essere pronti a lavorare in essa.

L’immagine della vigna indica da sempre un bene molto importante e significativo, il possesso del Signore che deve produrre molti frutti.

La vigna è segno e simbolo della Chiesa, la comunità dei credenti in cui devono vedersi e manifestarsi frutti di amore autentico a Dio nella liturgia, nella preghiera, nella condivisione e nella carità.  Per noi è un richiamo molto forte ed importante.

Ci prepariamo alla festa della comunità di Affori e ci dobbiamo porre almeno tre domande.

1. Possiamo dire di amare questa vigna che il Signore ha    piantato qui in Affori, la comunità di Santa Giustina?

Questa vigna ha una storia molto importante.  Nei secoli ha prodotto molti frutti ed ha segnato profondamente la storia di questo territorio.  Ciascuno di noi deve amare questa comunità perché in essa il Signore ha lavorato e continua a lavorare.

La comunità non è dei preti o di un “cerchio magico” che sta attorno a loro, ma di tutti.  È “nostra”.

2. Tutti noi siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore perché produca sempre di più.  Purtroppo, anche ai nostri giorni si ripete ciò che ci ha detto il brano di Vangelo.  Noi con chi siamo? Con quelli che lavorano o con quelli che con tante scuse non fanno niente e magari criticano chi lavora?  Ognuno si chieda: “Cosa faccio io, qual è il mio aiuto alla comunità?”.

3.  Da ultimo dobbiamo domandarci se in questa comunità noi stiamo crescendo umanamente e nella fede oppure no.

Nella seconda lettera San Paolo dice: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me.  E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”.

Questo è il frutto finale.  Ciascuno di noi dovrebbe poter dire: “Non sono più io, ma Cristo vive in me”.

Dicevo che questo è il traguardo finale e magari ci sentiamo lontani da esso.

Umilmente rimettiamoci in cammino perché Cristo abiti in noi.

don Edy


DOMENICA  4 SETTEMBRE   2022

 PRIMA DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Is                         30,8-15b

                                       Epistola:      Rm                         5,1-11

                                       Vangelo:     Mt                         4,12-17              

 Oggi è la prima domenica dopo il martirio di Giovanni il Battista.

Il brano evangelico ci dice che dopo l’arresto di Giovanni Gesù è ormai pronto ad iniziare la sua missione.

Egli parte dalla Galilea delle genti dove si trovano credenti e non credenti, giudei e persone appartenenti ad altri popoli.  La Galilea, diremmo oggi, è una periferia del mondo e della società.

Per coloro che erano perduti è venuto il Figlio di Dio a portare la salvezza.

Nel suo annuncio proclama che in Lui si manifesta la potenza misericordiosa e salvifica di Dio: “Il regno di Dio è vicino”.  Gesù chiama alla conversione per poter andare a far parte di questo Regno.

Riprende l’invito di Isaia che abbiamo letto nella prima lettura: “Nella conversione sta la nostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la nostra forza”.

Il cristiano è colui/colei che vive un cammino di conversione \continua, perché la vita ci presenta ogni giorno situazioni e sfide diverse che ci chiedono di convertirci e di saper abbandonarci nelle mani di Dio con l’ascolto della Parola e la preghiera.

È l’invito ad uscire dalla superficialità per dare una risposta spirituale alla inquietudine che spesso è dentro di noi e ci parla di un desiderio grande dell’assoluto, desiderio che va ascoltato e seguito.

L’Arcivescovo nella sua lettera pastorale 2022-2023 dice: “I discepoli di Gesù hanno imparato a dare un nome all’inquietudine, a riconoscere la dimensione spirituale come essenziale per la vita, ma la interpretano come una invocazione.  Citiamo spesso sant’Agostino, un uomo così antico che offre una parola per leggere vicende di ogni tempo: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Le confessioni, 1,1,1).  La spiritualità non si riduce a una ricerca di quello che mi fa star bene, ma diventa itinerario, ricerca.  Uomini e donne intuiscono che la via per -stare bene – non è quella che conduce a ripiegarsi su di sé, ma quella che porta a un incontro”.

Noi camminiamo verso l’incontro vero e profondo con Cristo.  Incontro che solo può dare senso alla nostra vita e donarci la pace del cuore.

Nella seconda lettura Paolo afferma: “Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.  Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio”.

Sia davvero così che Cristo sia il nostro tutto e quindi la nostra pace.

 

don Edy

DOMENICA  28  AGOSTO   2022

 DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    2Mac                 6,1-2.18-28

                                       Epistola:      2Cor                    4,17-5,10

                                       Vangelo:     Mt                      18,1-10              

       

La liturgia ambrosiana vive l’ultimo periodo dell’anno liturgico come tempo del martirio.

Oggi è la domenica che precede il martirio di Giovanni che viene ricordato il giorno 29 del mese di agosto, da settimana prossima celebreremo le domeniche dopo il martirio del Battista.

Il martirio è la forma più alta di testimonianza che il Cristiano può dare al suo Signore: è dare la vita come lui l’ha data, e versare il sangue come lui lo ha versato. 


La prima lettura ci presenta la figura dello scriba Eleazaro che per essere fedele alla tradizione giudaica ed alla legge sceglie la morte.  Le sue parole rimarranno come segno di una scelta responsabile e molto profonda: “È meglio morire piuttosto che tradire il Signore e quindi peccare”.   Siamo nel tempo che segue la morte di Alessandro Magno e il governo della Palestina è nelle mani dei Seleucidi che vogliono imporre la cultura greca ai giudei.   Troveranno una grande resistenza e diverse persone sceglieranno il martirio per continuare ad essere fedeli alla legge mosaica.

Essi sono un fulgido esempio che prefigura e preannuncia la storia gloriosa dei martiri cristiani.

Il brano di Vangelo ci ricorda che i martiri hanno saputo mettere veramente il Signore al primo posto rinunciando a ciò che più ci appartiene: la vita.

Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te.  È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.  E se il tuo occhio è motivo di scandalo, cavalo o gettalo via da te.  È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna del fuoco.

Sono parole che ci sembrano fuori da ogni logica e pensiero umano sono diventate però realtà per i martiri antichi e moderni.  Sì perché anche ai nostri giorni ci sono persone che muoiono e danno la vita per Cristo.

Essi hanno saputo mettere in pratica ciò che l’apostolo Paolo ci dice nella seconda lettura: “Fratelli, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne”.

Ancora una volta oggi siamo chiamati a conversione e fissare il nostro sguardo sulle realtà eterne e non su quelle visibili e materiali.

La vita cristiana esige, per così dire, il martirio della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni.

Questo potrà avvenire solo se il nostro rapporto con Dio tramite la preghiera e l’ascolto sarà forte e profondo.

 

don Edy

 

DOMENICA  3  LUGLIO   2022

 QUARTA  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Gen                 4,1-16

                                       Epistola:      Eb                    11,1-6

                                       Vangelo:     Mt                     5,21-24              

       RIFLESSIONE PROPOSTA DALLA CHIESA DI MILANO

 

L'Evangelo di questa domenica è costituito da due frammenti del grande Discorso della Montagna, quel discorso che si apre con le Beatitudini e traccia lo stile del discepolo di Gesù, chiamato a essere perfetto, misericordioso come perfetto e misericordioso è il Padre. Ripetutamente il discorso è scandito dalla formula, che ritroviamo anche nella pagina odierna: "Avete inteso che fu detto agli Antichi…ma Io vi dico..."  "È stato detto 'Non ucciderai', ma io vi dico: amate i vostri nemici…": non considerate nessuno come nemico, cancellate questa parola dal vostro vocabolario. E se la legge antica si limitava a proibire l'omicidio, la nuova legge, quella che è la persona stessa di Gesù, proibisce anche solo pensieri e parole offensive verso l'altro. Certo il linguaggio di Gesù è paradossale e può sembrare eccessivo esser chiamati in giudizio solo per aver pensato o detto una parola ingiuriosa. Questo linguaggio di Gesù traduce con forza il comandamento: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,39). Un comandamento che possiamo rendere ancor meglio così: "Amerai il prossimo tuo perché è te stesso". L'altro che appunto avvertiamo come 'altro' cioè diverso, estraneo e ostile, l'altro che proprio con la sua alterità-diversità inquieta la mia sicurezza, in verità non è altro ma me stesso. E lo è in forza della medesima umanità e in forza della comune appartenenza ad un unico Padre di tutti. Davvero l'altro non è 'altro', è me stesso. Anzi, riconoscerlo non come 'altro' ed estraneo ma come prossimo, al punto d'esser me stesso, è l'unica condizione per poter accedere a Dio e al suo altare. Una parola questa perfettamente adatta alla nostra attuale situazione di persone che si stanno avvicinando a Dio, al suo altare, per portarvi le proprie offerte. Ebbene: solo se siamo in pace con gli altri, se siamo pronti a rimuovere ogni ostacolo sulla via della riconciliazione, lo sguardo di Dio si volgerà benigno a noi e ai nostri doni. Tra poco questa parola evangelica ci sarà ricordata e saremo invitati a scambiare un segno di pace e fraternità prima di presentare i nostri doni all'altare. Prezioso questo gesto che deve ricordarci come il vero culto a Dio gradito è quello di un cuore riconciliato e aperto all'accoglienza e all'amore fraterno. È questo un messaggio che viene da lontano: lo troviamo secoli prima di Cristo nei Profeti che in nome di Dio rigettano gli atti di culto non accompagnati dalla ricerca della giustizia e dall'amore per la vedova e l'orfano, cioè per i più deboli e indifesi (Is 1,10ss.). Troppe volte siamo preoccupati per la corretta esecuzione degli atti di culto. Ne ho conferma nell'esercizio del sacramento della confessione quando la prima colpa che viene confessata è la mancata partecipazione alla messa o le distrazioni nella preghiera… Dovremmo piuttosto chiederci se guardiamo l'altro come altro, cioè estraneo e nemico o se tentiamo di riconoscere in lui un legame di comune appartenenza, una fraternità. Quante volte nelle parole di Gesù il volto di Dio è raggiungibile solo attraverso il riconoscimento dell'altro: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40). E ancora: "Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede…Chi ama Dio, ami anche il suo fratello" (1Gv 4,19). Opportunamente ci è proposta in questa domenica come prima lettura la terribile pagina di Abele e Caino e la parola di quest'ultimo che, interpellato da Dio, dice una parola che non dovrebbe mai risuonare sulle nostre labbra: "Sono forse io il custode di mio fratello?". Sì, ad ognuno di noi Dio affida la custodia del proprio fratello.  Davvero ama il tuo prossimo, è te stesso …                                                  

don Edy

DOMENICA  26  GIUGNO   2022

 TERZA DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Gen                 3,1-20

                                       Epistola:      Rm                    5,18-21

                                       Vangelo:     Mt                    1,20b-24b               

Sarebbe una pretesa ingenua quella di commentare il racconto della Genesi nel breve spazio di un’omelia.  Forse possiamo solo raccogliere alcune suggestioni da un brano che fondamentalmente ha un significato sapienziale.  Per alla fine, se ci riesce, tentare un collegamento con il brano del Vangelo di Matteo.

Dopo le pagine della creazione in cui si respira l’armonia e la bellezza - “E Dio vide che era cosa bella. E Dio vide che era cosa molto bella” - ecco una pagina che ci affatica, anche nella lettura.  Soprattutto nella lettura della vita, della storia di noi umani.  È come se percepissimo che, accanto a una bellezza che non possiamo dimenticare, respira nella storia anche una minaccia, una minaccia all’armonia, alla bellezza.  Una possibilità anche concreta di perdersi, dico di perdersi in umanità: “Dove sei?” chiede Dio all’Adam, a colui che, come dice il nome, è fatto di terra.  E non è proprio questa la sensazione che a volte proviamo?  Di non sapere più dove siamo o dove andiamo. Di accorgerci di essere come nudi, spogliati, spogliati di dignità.  In esibizione del vuoto, luccicante, ma vuoto. C’è la bellezza, ma c’è anche un attentato alla bellezza. Si può passare dall’armonia alla disarmonia.  Il passaggio può avere molte cause.  Una vorrei sottolineare – non so se è la più importante, ma mi sembra attraversi come un male tutto il racconto – la chiamo “diffidenza”. 

A cominciare dalla diffidenza nei confronti di Dio.  Il serpente, astuto, la semina abilmente nel cuore del terrestre e di Eva.  Dio aveva dato loro tutti gli alberi della terra, ma il serpente, dietro il divieto dell’albero della vita, semina il sospetto di un Dio dei divieti, un Dio concorrente dell’uomo, di un Dio geloso della felicità degli umani, preoccupato che essi stiano a distanza.  Il serpente ha sfigurato Dio.  E la sfigurazione – lasciatemi dire – non è del tutto finita.  Non permane ancora oggi, in qualche misura, l’immagine del Dio dei divieti, di un Dio padrone che quasi ti fa sentire in colpa se sei felice?

E da diffidenza, nasce diffidenza: quella dell’uomo nei confronti della donna, quella della donna nei confronti dell’uomo, quella della natura nei confronti degli umani.  Non si aprono per sfiducia le finestre, non si aprono le porte, si ergono muri.  Non ci si concede, ci si rifiuta.  Come Dio anche l’altro cambia immagine agli occhi: l’altro è un concorrente, uno che ti ruba spazio, uno che ti domina. Per un suo, più o meno nascosto, interesse.  Un mondo spogliato dalla diffidenza.

La storia dell’uomo è segnata sin dall’inizio dalla presenza del peccato che nelle pagine iniziali della Genesi si manifesta con questa diffidenza verso Dio e gli altri.

Da questa prospettiva possiamo capire la pagina evangelica. A differenza di Adamo Giuseppe non diffida, ma si fida.  “Fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore”.  Egli accoglierà colui che viene a riconciliare l’uomo con Dio: Gesù, l’Emmanuele.

L’esempio di Giuseppe è importantissimo per noi.  Siamo chiamati come lui a fidarci di Dio e ad affidarci soprattutto nelle prove, nelle tentazioni, a Lui.  In te confido, a te mi affido.  Sia allora la nostra invocazione.

don Edy


DOMENICA  24  APRILE   2022

 DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Rif. Biblici:               1^Lettura     At                    4,8-24a

                                  Epistola:    Col                    2,8-15

                                  Vangelo:    Gv                    20,19-31              


Questa domenica chiude l’Ottava di Pasqua in cui la Chiesa ha celebrato come unico giorno il Mistero della Resurrezione del Signore Gesù.

Le letture di quest’oggi ci descrivono il cammino della Comunità Cristiana dopo che i discepoli hanno fatto l’esperienza viva di una presenza nuova di Gesù.

Il brano evangelico di San Giovanni ci dice che è iniziata una nuova epoca: il tempo della fede.

I discepoli non potranno più vedere il Signore Gesù, parlare con lui, sedere a tavola con lui, ma saranno chiamati a credere che Egli continua la sua opera salvifica in ogni tempo ed in ogni luogo attraverso l’opera dello Spirito.

A Tommaso, che non aveva creduto che Egli fosse risorto, Gesù dice. “Perché mi hai veduto, tu mi hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto o crederanno”.

Il Signore ci ha chiamati beati perché abbiamo creduto in Lui.

La nostra fede, però, ha bisogno di essere rinforzata e di crescere ogni giorno e di diventare nel mondo testimonianza di Cristo.

La prima lettura ci parla della testimonianza dei primi discepoli.

Gli apostoli e gli altri amici di Gesù non hanno timore a proclamare al mondo la Parola del Vangelo e che Gesù è vivo ed è risorto.

Di fronte ai capi del popolo, che proibivano con minacce a Pietro e Giovanni di parlare al popolo nel nome di Gesù, essi replicavano: “Se sia giusto dinnanzi a Dio obbedire a voi invece che a Lui giudicatelo voi stessi.  È meglio obbedire a Dio che agli uomini.  Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto ed ascoltato”.

Ci chiediamo allora se noi abbiamo viva la certezza della presenza e vicinanza di Cristo risorto.

Non siamo soli, ma Egli è con noi.

È davvero così?

Sappiamo testimoniare al mondo la Parola che Cristo ci ha insegnato o abbiamo paura di essere giudicati o emarginati perché testimoni di Cristo?

Facciamo tesoro di questi grandi insegnamenti che oggi ci sono stati dati.

 

don Edy


DOMENICA  10 APRILE   2022

DOMENICA DELLE PALME


Rif. Biblici:    1^Lettura    Is                  52,13-53,12

Epistola:   Eb                     12,1b-3

    Vangelo:   Gv                    11,55-12,11               


    DIOCESI DI  MILANO

      Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa



Questa domenica inaugura la settimana santa, meglio chiamarla settimana autentica come vuole il rito ambrosiano, settimana decisiva nella vita di Gesù e anche per i suoi discepoli di allora e di oggi. Vi entriamo con una pagina evangelica che parla un linguaggio insolito e non consueto per lo stile ecclesiastico. La cornice di questa scena evangelica è una casa, casa di amici. Questa casa non è impregnata dagli odori casalinghi, odori di cucina e di cibo. Questa casa è invasa dal profumo, un profumo di grande pregio perché una donna, Maria sorella di Lazzaro e di Marta compie una "opera bella" (così l'evangelista Luca qualifica il gesto) per il corpo di Gesù. Se raccogliamo questi diversi elementi davvero la pagina odierna è singolare, anzi imbarazzante e disegna una relazione con la persona di Gesù davvero sorprendente. Gesù inaugura la settimana ultima e decisiva della sua esistenza terrena in una casa, la casa di amici. Non siamo nel Tempio. Gesù vuole incontrarci in casa, nel luogo dei nostri affetti più profondi, delle gioie e delle fatiche. Entriamo anche noi in questa casa invasa dal profumo e guardiamo questa donna, Maria, che compie un atto di straordinaria tenerezza per il corpo di Gesù profumandolo con un profumo assai costoso. Riconosciamolo: un gesto niente affatto consueto nelle abitudini ecclesiastiche! Questo gesto di cura per il corpo di Gesù è di imbarazzante bellezza. Imbarazzante perché questa femminile tenerezza per il corpo di Gesù non è usuale, soprattutto in chiesa. Siamo gli eredi di una cultura che per secoli ha svalutato il corpo a vantaggio dell'anima prigioniera appunto del corpo. E invece Gesù si lascia toccare, anzi accarezzare, anzi profumare da mani femminili capaci di delicata premura. Facciamo allora l'elogio del corpo, impariamone il linguaggio. Sì, perché il corpo parla, manifesta i nostri più intimi sentimenti. Già una semplice stretta di mano può comunicare la forza di un rapporto. E poi un abbraccio, un bacio. Quanta tenerezza passa attraverso le mani che accarezzano, quanta dolcezza nel gesto di stringere tra le braccia la persona amata, negli sguardi degli uomini e delle donne che si vogliono bene. Impariamo da questa donna ad esprimere tenerezza attraverso i nostri corpi. Purtroppo attraverso il corpo passa anche la violenza della tortura, il disprezzo, il tentativo di abusare della dignità della persona, soprattutto dei più piccoli e delle donne. Bello il gesto di Maria di Betania: ha la bellezza dei gesti gratuiti, mossi solo dall’amore per la persona, perché la persona vale più di ogni altra cosa e per Lei si può sprecare un costoso profumo. Trecento denari valeva quel profumo, una somma sembra equivalente al salario annuo di un lavoratore. Un gesto che forse anche noi giudichiamo eccessivo. E infatti è criticato come uno spreco di risorse che potevano esser meglio utilizzate per i poveri. Invece una parola di Gesù prende le difese della donna per un gesto che anticipa misteriosamente la sua morte e gli onori al suo corpo. Ha ragione Giuda a ritenere eccessivo il gesto di Maria, proprio uno spreco? Invece Gesù elogia questo gesto segno di un amore 'eccessivo', un amore che non calcola ma dona senza misura. In un'altra occasione il corpo di Gesù è stato profumato da una donna. Nella narrazione di Marco (14,3ss.) non mancano analogie con quella di Giovanni. Ma vi è un dettaglio che ogni volta mi emoziona. Siamo a Betania ma in un'altra casa, quella di Simone il lebbroso. Una donna, senza nome, porta un "vasetto di alabastro pieno di olio genuino di vero nardo di gran valore: ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sulla testa di Gesù". Prezioso l'unguento di vero nardo e prezioso anche il vasetto di alabastro: spezzato perché tutto il profumo scenda, come cascata. Rompere il vasetto di alabastro, un gesto eccessivo? Sì, ma Gesù non è uomo del 'giusto mezzo o happy medium' che a noi sembra tanto ragionevole. Anche gli Antichi suggerivano: "Ne quid nimis--Niente di troppo". Ma un altro è il suo criterio. Lui che "avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò fino alla fine" (Gv 13,1). Un altro il criterio di queste due donne, vere discepole. Ricordano a tutti noi che senza qualche gesto 'eccessivo' forse non c'è vero amore.




DOMENICA  3 APRILE   2022

 

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:                    1^Lettura    Dt                    6,4a;26,5-11

                                       Epistola:      Rm                    1,18-23a

                                       Vangelo:     Gv                    11,1-53              

DIOCESI DI  MILANO

         Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa

DOMENICA DI LAZZARO

Mi colpisce in questa lunga pagina l'attenzione per quella che potremmo chiamare la reazione psicologica di Gesù che l'evangelista registra così: "Si commosse profondamente, si turbò...scoppiò in pianto...". E di nuovo: "Ancora profondamente commosso...". Solo due volte gli Evangeli registrano il pianto di Gesù: di fronte allo spettacolo splendido di Gerusalemme prevedendone la distruzione imminente e qui a Betania per la morte dell'amico Lazzaro. Mi colpisce questo pianto perché i miei lontani studi classici mi hanno insegnato che gli Dei "liberi da ogni cura al pianto condannano il mortale". E' dei mortali piangere, gli Dei invece, imperturbabili, sono liberi da ogni affanno. E invece Gesù piange. 


Mi chiedo quale rivelazione racchiuda questo pianto. E per scoprirlo mi volgo alla mia esperienza del pianto, pianto per la perdita di una persona amata, come Lazzaro per Gesù. Il pianto è, mi sembra, l'unica espressione dei nostri sentimenti quando una persona cara ci lascia e un grande silenzio scende dentro di noi. Con quella persona, infatti, non potremo più parlare, se le rivolgeremo la parola ci risponderà solo il silenzio. Nessun gesto verso di lei sarà più possibile. La mano resterà senza presa alcuna. Mi sembra che il pianto sia l'unica voce di questo silenzio che con la morte entra dentro di noi. Il pianto dice un legame che nei giorni abbiamo costruito con chi ci lascia, un vincolo di appartenenza che viene meno aprendo un vuoto dentro di noi: quante cose non potremo più fare e che ci erano consuete proprio con quella persona. Il pianto dice una appartenenza che abbiamo costruito e che la morte distrugge. Questa mi sembra la voce del pianto. E Gesù che amava Lazzaro e le sorelle e la loro casa piange perché quel legame è spezzato. E la gente spettatrice di quel pianto, capisce e osserva: "Vedi come lo amava". La nostra meditazione potrebbe fermarsi qui, condividendo il pianto umanissimo di Gesù. Quante volte, entrando nelle case visitate dalla morte, ho condiviso il pianto, senza dire parole. Ma l'Evangelo non sarebbe davvero notizia buona se non osasse una parola, quella che Gesù rivolge alle sorelle di Lazzaro: "Chi vive e crede in me non morirà in eterno". Molte persone segnate dalla morte di una persona cara mi chiedono: "E adesso dov'è? Che ne è di Lui o di Lei?...E dopo che cosa ci sarà?". Quante volte queste domande mi nascono dentro quando sono davanti alla tomba dei miei genitori che sarà anche la mia tomba. Confesso di non saper rispondere perché sono persuaso che ci è precluso lo sguardo sul 'dopo'. Tentare di descriverlo è solo esercizio di immaginazione. E non a caso neppure una parola negli evangeli vince questo silenzio. Ma custodisco come perla preziosa la certezza racchiusa nella promessa di Gesù, forse l'unica sua parola che davvero illumina l'oscurità della morte, una parola che ha un tratto di tenerezza: "Vado a prepararvi un posto, quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io" (Gv 14,2,s.). Non il vuoto ma "un posto", preparato per me, per te, per noi, per tutti. A questa promessa si affida l'apostolo Paolo quando dice, ed è una delle sue parole più intense e appassionate: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore" (Rom 8,31ss.). Ci sono nelle pagine della Scrittura sacra altre parole che evocano la nostra risurrezione. Ma queste appena citate hanno un tratto di singolare umanità che le rende vicine e comprensibili. Ci prepara un posto e niente, neppure la morte ci potrà mai separare da Lui e in questo amore niente ci potrà separare da quanti abbiamo amato.

                                        


DOMENICA  27  MARZO   2022

 QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

Rif. Biblici:                    1^Lettura    Es                    17,1-11

                                       Epistola:      1Ts                     5,1-11     

Vangelo:     Gv                      9,1-38b              

 

Domenica del Cieco

La quarta domenica di Quaresima ci presenta un altro brano grandioso di Giovanni: il cieco nato.

Lo sguardo è sempre sul nostro Battesimo.

Dopo averci parlato dell’acqua di vita (la Samaritana), la libertà dal male che deriva dalla fede accolta nel Battesimo (Abramo) oggi ci viene detto che il Battesimo ci dona la luce che ci permette di distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Si compone così un primo quadro della figura del Cristiano.  Egli è il purificato dall’acqua, egli è il liberato dal male, egli è l’illuminato.

Il brano evangelico ci dice con chiarezza che questa “illuminazione” è frutto di una creazione nuova compiuta nel Battesimo.

L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: «Va’ a Siloe e lavati».  Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista”.

Per chi è uso alla lettura della Scrittura è chiarissimo il riferimento a Gen 2,7-8.  “Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato”.

Nel Battesimo si va oltre l’antica creazione che viene lavata/purificata.  C’è una “nuova Creazione”.

Il Cristiano è una creatura nuova, che non appartiene più al mondo delle tenebre, ma alla Luce di Dio.

L’epistola dice: “Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno. Noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre.  Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.  Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano.  Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza”.

Siamo figli della luce, creature nuove in Cristo Gesù.

Qual è la consapevolezza di questo “Status” che il Signore ci ha donato?

Siamo stati liberati dal binomio tenebre-terra in Cristo Gesù.

San Paolo dice: “Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l'ira di Dio su coloro che disobbediscono.  Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca”.  (Col 3,5-8).

don Edy


DOMENICA  20  MARZO   2022

 TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:                    1^Lettura    Dt                    6,4a; 18,9-22

                                        Epistola:     Rm                    3,21-26

Vangelo:     Gv                     8,31-59              

DIOCESI DI  MILANO

         Traccia di riflessione a cura di Giuseppe Grampa

 

DOMENICA DI ABRAMO

 

Innumerevoli volte nelle pagine della Bibbia il nome di Dio è congiunto con quello di Abramo. Così Dio si presenta a Mosè: "Non avvicinarti, togliti i sandali dai piedi perché il luogo sul quale stai è una terra santa. E disse: Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo..." (Es 3,4ss.). Dio è il Dio di Abramo, il nostro Dio è anzitutto prima che nostro, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Dio dei nostri Padri. Se vogliamo conoscere Dio dobbiamo conoscere Abramo, dobbiamo riconoscerci figli di Abramo gente del suo popolo. In una notte piena di stelle Dio si rivolse ad Abramo così: “ Guarda in cielo e conta le stelle se riesci a contarle: tale sarà la tua discendenza così numerosa sarà la tua discendenza. Egli credette al Signore" (Gen 15,5). In quella stellata notturna c’eravamo anche noi figli promessi ad Abramo, chiamati a far parte di questo grande popolo dei figli di Abramo. E’ grazie a questa ininterrotta catena di credenti—i figli di Abramo--che la fede è giunta fino a noi. E’ dentro questo popolo che Gesù, della stirpe di Abramo, è venuto nel mondo. Ma allora è in forza del sangue di Abramo che anche noi e ogni altro uomo può appartenere al popolo dei figli di Abramo? Se così fosse non la fede ma il sangue deciderebbe della nostra appartenenza al popolo di Dio. In altre parole la nostra sarebbe una religione etnica, costruita sulla base esclusiva di una appartenenza razziale. Non sarebbe per tutti. Conosciamo proprio in questi ultimi decenni la funesta saldatura di razza e religione: la causa di Dio si identificherebbe con quella di una razza. Gott mit uns gridavano i Nazisti appropriandosi di Dio e facendone il vessillo di uno sciagurato disegno egemonico. E in anni a noi più vicini l'appartenenza tribale si é saldata con la sottomissione (Islam) a Allah in un progetto di dominio politico. Proprio nella pagina evangelica di questa domenica Gesù dice una parola che i suoi contemporanei non possono accettare. Dice che decisiva non è l’appartenenza al sangue di Abramo ma piuttosto fare le opere di Abramo, vivere della sua fede, non tanto avere il suo sangue, perché anche dalle pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Quante volte Gesù reagirà energicamente contro la pretesa che essere figli di Abramo, avere il suo sangue, sarebbe titolo di privilegio esclusivo. Più volte dirà: verranno genti da oriente e da occidente dal nord e dal sud e siederanno a mensa con Abramo, mentre voi, suoi discendenti che avete il suo sangue, sarete cacciati fuori. Le promesse di Dio non sono per un popolo, peggio per una razza, ma per l’intera umanità. Pretendere di legare Dio ad un popolo, ad una razza, ad una lingua, ad una cultura vuol dire negare quel Dio che è sì il Dio di Abramo, dei nostri Padri, ma per una salvezza che è per tutti, per ogni uomo che lo cerca con cuore sincero. Per questo la fede nel Dio di Abramo può prendere dimora in ogni popolo, in ogni razza, in ogni cultura. Nessuno spirito settario, nessun esclusivismo è compatibile con il respiro grande, universale del popolo di Dio, popolo dei figli di Abramo, figli innumerevoli come le stelle del cielo. Sappiamo come la prima generazione di discepoli di Gesù si domandò se per esser cristiani si dovesse imporre a tutti come necessario il passaggio per il mondo ebraico e le prescrizioni della legge di Mosè. Limpida e decisiva la risposta di Pietro nella casa di Cornelio, un pagano, centurione romano: "Dio non fa preferenze di persone ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto" (At 10, 34s.). In tempi di risorgenti chiusure e ostilità verso stranieri e diversi grande questa parola: "Dio non fa preferenze di persone". La fede di Abramo ha una seconda caratteristica. La prima parola che Dio rivolge ad Abramo è un imperativo: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò...E Abramo partì, come gli aveva ordinato il Signore" (Gen 12, 1). Il popolo dei figli di Abramo, il popolo di Dio è popolo in cammino, popolo in ricerca avendo negli occhi un sogno, cieli nuovi e terra nuova, perché "non è questa la nostra città definitiva, ne cerchiamo una futura"(Eb 13,14). Così la fede è principio non già di tranquillo e definitivo possesso dell'esistente ma principio di santa inquietudine, di perenne rinnovamento. Il popolo dei figli di Abramo è un popolo mai definitivamente installato nelle sue sicurezze, un popolo che si accompagna ad ogni ricerca, ad ogni speranza umana. Ancora oggi si riconoscono figli di Abramo Ebrei, Cristiani e Mussulmani. Possiamo insieme pregare così: Benedetto sei tu, Signore Dio dei nostri padri. Non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico”.

 


DOMENICA  6  MARZO   2022

 1^DOMENICA DI QUARESIMA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Gl                      2, 12b-18

                     Epistola:     1Cor                   9,24-27

Vangelo:       Mt                      4,1-11                 

 Le letture di quest’oggi danno un senso ed un significato profondo alla Quaresima che oggi iniziamo.

Nell’epistola San Paolo ci dice che corriamo verso una meta.  La nostra meta è la partecipazione al Mistero della Pasqua che celebriamo nel triduo Santo.  Con Cristo siamo chiamati a morire al male che è dentro di noi per essere con lui uomini nuovi che vivono in pienezza il dono della redenzione che è la libertà dal male.

La prima lettura ci invita quindi a ritornare al Signore: “Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male”.

Dobbiamo tornare a lui perché solo il Signore può dare pienezza, pace e gioia alla nostra vita.

Il brano del Vangelo parla delle tentazioni di Gesù che egli supera dopo quaranta giorni e quaranta notti di permanenza nel deserto pregando e meditando.

Le tentazioni che vengono qui raggruppate in realtà attraversano tutta la vita di Gesù fino al momento supremo sulla croce.

Senza entrare nel merito di ciascuna di loro possiamo dire che le tentazioni pongono Gesù di fronte alla necessità di compiere una scelta: vivere la missione messianica secondo i criteri mondani o essere fedele alla volontà di Dio che lo ha chiamato ad essere il Servo che si umilia e dona la sua vita per la salvezza di ogni uomo.

Gesù sceglie di compiere la volontà di Dio sempre e comunque rifiutando modelli terreni ed umani.

Il brano evangelico di oggi è sicuramente metafora della nostra vita.

Come Gesù siamo chiamati a lottare per poter scegliere la via del mondo o la via di Dio.

Guardiamo Gesù.


Egli ci dice che anzitutto bisogna fare deserto, ossia tirarsi fuori dal frastuono che circonda la nostra vita per poter ascoltare il Signore che vuole parlarci.

Il Vangelo mostra un bisogno da parte di Gesù di far chiarezza, di fare verità su se stesso, dentro il silenzio immenso del deserto, di far verità sul senso della sua missione.

Così per noi c’è una domanda a cui non possiamo sfuggire: per cosa vivo, per cosa esco alla vita ogni giorno, che cosa mi spinge?

Creiamo spazi o luoghi di silenzio per far risuonare dentro di noi la Parola di Dio ed uscire dalla schiavitù del nostro egoismo per trovare la libertà vera di figli di Dio.

Chiudo con una piccola/grande pagina dei fratelli Karamazov sulle tentazioni di Gesù: “No, tu non hai il diritto di aggiungere niente a quello che hai detto un tempo.  E ciò sarebbe come togliere agli uomini la libertà che difendevi tanto sulla terra […].

Non hai detto spesso “voglio rendervi liberi”?  Ebbene, li hai visti questi uomini “liberi” […].

Sì, ci è costato caro […] ma abbiamo infine compiuto quell’opera in tuo nome.

Ci sono occorsi secoli di dura fatica per instaurare la libertà; ma ormai è cosa fatta e solida.

Non lo credi che sia ben solida?  Mi guardi con dolcezza, e non ti degni neppure di indignarti?

Ma sappi che mai gli uomini si sono creduti tanto liberi come ora, e tuttavia la loro libertà essi l’hanno posta ai piedi dei potenti.

Ciò è opera nostra, a dir la verità; e la libertà che tu sognavi? […].

E non puoi, ora pensare di toglierci quel diritto.  Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

 

don Edy


DOMENICA  27  FEBBRAIO   2022

 ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Sir                    18,11-14

                     Epistola:     2Cor                   2,5-11

Vangelo:       Lc                     19,1-10                

Quest’ultima domenica dopo l’Epifania ci parla ancora dell’amore misericordioso di Dio che ha mandato il figlio suo non a condannare ma “a cercare ed a salvare chi era perduto”.

L’episodio narrato nel brano di Vangelo è molto simile a quello ascoltato domenica scorsa.  Là il peccatore era Levi.  Oggi Zaccheo.  Entrambi vengono accolti e perdonati dal Signore Gesù.  Essi diventano così l’esempio ed il prototipo di tutta l’umanità che è cercata da Dio per essere da lui perdonata ed amata.

Facciamo due sottolineature importanti.

Anzitutto chi gusta veramente e profondamente il perdono di Dio cambia la sua vita, compie una grande conversione.

Ecco Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto” sono le parole di Zaccheo dopo che Gesù è entrato nella sua casa.

Così deve essere per noi.

Siamo invitati a riprendere in Quaresima   la pratica del Sacramento della Confessione dopo due anni di COVID.  Ogni volta poi che veniamo a Messa siamo resi partecipi del perdono di Cristo.  Ma cosa cambia veramente nella nostra vita?

Se continuiamo a comportarci nello stesso modo significa che non ci siamo lasciati toccare nel cuore dalla grazia di Cristo.

Molti mi dicono che da anni si trascinano in atteggiamenti o peccati sempre uguali senza venirne mai fuori.  La teologia cristiana sottolinea l’importanza della libertà che deve scegliere tra bene e male e poi della volontà.

Dobbiamo volere il bene, dobbiamo metterlo in atto nella nostra vita sapendo anche rinunciare ad altre cose per mettere al centro Cristo.

Un secondo spunto per la nostra riflessione è sulla qualità dell’amore di Dio che deve riflettersi sulla nostra volontà di amare.


Abbiamo letto un brano molto significativo dal libro del Siracide come prima lettura: “Il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia.  Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono.  La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente.  Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge.  Ha pietà di chi si lascia istruire e di quanti sono zelanti per le sue decisioni”.

Lasciamoci rimproverare, correggere ed ammaestrare dal Signore.  Egli avrà pietà di noi.

don Edy


DOMENICA  20  FEBBRAIO   2022

 PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Dn                    9,15-19

                     Epistola:     1Tm                   1,12-17

Vangelo:       Mc                     2,13-17                

La presenza di Dio si manifesta nelle parole ed opere di Gesù che ci rivela il volto amoroso e misericordioso di Dio. Gesù dà risposta all’invocazione del Salmo 26: “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto io cerco o Signore. Non nascondermi il tuo volto”.

Il nostro Dio che Gesù ci fa conoscere è colui che va in cerca di chi si è perduto, che chiama a sé gli ultimi e gli emarginati, che soccorre la vedova e l’orfano, ma in particolare lenisce e guarisce le sofferenze e le ferite del cuore dell’uomo. “Venite a me voi tutti che siete stanchi ed io vi ristorerò”.

Il brano evangelico di questa domenica ci dice con forza tutto questo.

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori

Ancora una volta però emerge la distanza che esiste tra il pensiero di Dio e quello dell’uomo come dice il profeta Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri e le mie vie non sono le vostre vie”.

I Capi del popolo non capiscono, criticano e condannano Gesù.  “Perché il vostro maestro mangia e beve insieme ai pubblicani e peccatori?”.

È l’incapacità di aprire il cuore e fare propria la volontà di Dio. Purtroppo, questa durezza di cuore ha accompagnato da sempre la vita della Chiesa ed ancora oggi.

Noi con chi stiamo?  Col Dio che ama e perdona o con chi non sa accogliere perdonare ed integrare?

Certo non è facile né semplice.


Nella seconda lettura San Paolo ci dice che per poter essere in grado di portare nel cuore i sentimenti di Gesù bisogna anzitutto riconoscere il proprio peccato, perché tutti siamo peccatori e conseguentemente gustare la misericordia di Dio che si riversa su di noi.  Egli dice: “
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.  Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.  Al re dei secoli, incorruttibile, invisibile unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli”. Raccogliamo l’esempio di Paolo “Il violento e bestemmiatore” che ha avuto il coraggio di compiere una conversione.

Chiediamo al Signore di guarirci dalla cattiveria del cuore, dalla critica o come la chiama il Papa il “chiacchiericcio” che devasta e distrugge le relazioni, il giudizio temerario che uccide moralmente le persone, l’incapacità di tenere nel cuore gli stessi sentimenti del Signore Gesù.

don Edy


DOMENICA  13  FEBBRAIO   2022

 SESTA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   56,1-8

                     Epistola:     Rm                   7,14-25a

Vangelo:       Lc                  17,11-19                 

 La liturgia di questa domenica ci invita ancora una volta a saper cogliere nei gesti compiuti da Gesù la presenza misericordiosa e redentrice di Dio.

Il brano evangelico che ci parla dei dieci lebbrosi guariti da Gesù è un brano estremamente simbolico.

La lebbra era ritenuta la malattia più terribile per una persona, segno del male più vero che è il peccato.

Bisognerebbe aver visto da vicino, aver speso del tempo con qualche lebbroso per capire in profondità tutto questo.  Avevo nella mia missione in Zambia un villaggio di lebbrosi.  Ho visto persone con dei moncherini al posto delle mani o dei piedi, ho dovuto vincermi per sopportare il terribile odore che emanava dalle loro persone.  La cosa più terribile però era cercare di vincere la convinzione delle persone sane che i lebbrosi fossero dei maledetti, lo scarto dell’umanità e per questo persone da isolare con cui non avere contatti.

Per questa ragione ci dice il Vangelo di oggi i dieci lebbrosi “si fermarono a distanza”.  Gesù però non ha paura, li incontra e li guarisce.  L’amore misericordioso di Dio è più grande di ogni pregiudizio umano.

Anche chi è stato guarito non capisce la bellezza di questo amore.  Solo uno torna a dire grazie.

Questa è la storia di gran parte dell’umanità.

Anche noi siamo stati e continuiamo ad essere guariti dalla lebbra del nostro cuore.

Siamo consapevoli di questo grande dono?

Ci sentiamo guariti e liberi dal male?

Sappiamo dire grazie al Signore?

È possibile in questa vita essere liberi da ogni male di peccato?

Il brano dell’epistola di oggi mi ha fatto molto riflettere.

San Paolo dice: “Fratelli, sappiamo che la legge è spirituale, mentre io sono carne, venduto come schiavo del peccato.  Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”.

La vita si configura quindi come una lotta senza fine tra bene e male. Ma il Signore ci ha salvati e liberati.   Per questo ogni giorno nel “Padre Nostro” diciamo: “Liberaci dal male”.

 

don Edy


DOMENICA  6  FEBBRAIO   2022

 QUINTA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Rif. Biblici:   1^Lettura     Ez                  37,21-26

                     Epistola:     Rm                 10,9-13

Vangelo:       Mt                   8,5-13                 

Oggi è la quinta domenica dopo l’Epifania.  In quella grande solennità abbiamo visto nelle figure dei Magi, provenienti da lontano, come la volontà di Dio sia quella di donare ad ogni uomo la salvezza.

Da questo punto di vista il brano evangelico di quest’oggi è molto significativo.  Gesù guarisce il servo di un centurione: un soldato romano, uno straniero, un nemico.

Ciò che conta non è più l’appartenenza etnica al popolo ebraico, ma la fede.

Quel centurione, quell’uomo straniero crede fermamente che Gesù lo possa aiutare e guarire il suo servo.  Gesù stesso rimane colpito dal suo atteggiamento al punto da dire: “In verità vi dico in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande”.

L’apostolo Paolo nell’epistola riafferma con estrema decisione tutto questo:Carissimo, se con la tua bocca proclamerai: «Gesù è il Signore!», e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l'invocano. Infatti: «

Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».  (Rm10,9-13).

Si crede con il cuore.  Poi con la bocca si fa la professione di fede.

Ci possiamo chiedere se per noi è così oppure no.

Anche noi possiamo cadere nell’errore di una professione di fede solo esteriore o rituale.  A questo proposito le parole del profeta Isaia che abbiamo letto nella settimana appena trascorsa sono molto importanti.  Dice il Signore: “Questo popolo mi ama con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”.

Dov’è il nostro cuore?  Qual è il nostro tesoro?  Ossia cos’è più importante per noi?

Il
nostro tesoro è Gesù, la sua parola, i suoi insegnamenti oppure affetti umani, ricchezze terrene, egoismi personali?

C’è sempre bisogno di purificare la nostra fede.  Il centurione con semplicità ed umiltà ci dà una grande lezione: “Signore io non sono degno …”.  Impariamo a ripetere questa invocazione.  “Signore non sono degno per questo purifica il mio cuore e aumenta la mia fede.

 

don Edy


DOMENICA 30 GENNAIO  2022

 SANTA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Sir                 44,23-45,1a.2-5

                     Epistola:     Ef                     5,33-6,4

Vangelo:       Mt                   2,19-23                 

Oggi la liturgia ambrosiana celebra la Festa della Santa Famiglia di Nazareth, la famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Siamo invitati a guardare alla Santa Famiglia perché essa è la prima fra tutte le famiglie cristiane, è il modello a cui guardare ed imitare.

La famiglia di Nazareth è fondata sulla fede.

Per fede Maria accoglie la parola dell’Angelo, per fede Giuseppe prende con sé Maria, per fede il bambino e ragazzo Gesù rimane a loro sottomesso.  Quella di Nazareth è una casa in cui Dio è veramente al centro, dove i componenti sanno dire di sì ogni giorno ai suoi progetti e compiere la sua volontà.

Questa è la prospettiva secondo cui tutte le famiglie cristiane dovrebbero vivere. 

Ci chiediamo allora.

Cosa viene prima per noi?

Spesso tante cose terrene legate alla sicurezza economica, al benessere, al divertimento.  Ci poniamo qualche volta questa semplice domanda: “La nostra è una famiglia che anzitutto vuole compiere la volontà di Dio oppure no?”.

Ancora, cosa significa compiere in famiglia la volontà di Dio?

Sicuramente avere un progetto comune e quindi camminare insieme, volere il bene l’uno dell’altro, accogliere la diversità come un dono e non come una fatica o un peso.

Volere per i figli una crescita anzitutto di fede e di umanità.  Saper vivere nella gioia e nella pace, che solo il perdono reciproco può dare.

Oggi l’apostolo Paolo nella seconda lettura in modo semplice, forse con espressioni legate ad una cultura diversa dalla nostra, ma molto vera, ci dice tutto questo: “Fratelli, ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.  Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. < Onora tuo padre e tua madre!>.  Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: < Perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra>.  E voi, padri, non esasperate i vostri figli ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore”.

Diversi sono gli impegni che la festa di oggi ci suggerisce.

1- Coerenza con la propria chiamata ad essere famiglia cristiana.  Esempio di una casa dove si compie la volontà di Dio.

2- Educazione all’amore vero, all’incontro autentico con l’altro, incontro fondato sul dono e non sul possesso: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. (At 20).

3-  Pregare insieme per mettere Dio al centro della comunità familiare.

 don Edy


DOMENICA 23 GENNAIO  2022 

 TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     Nm                13,1-2.17-27

   
                
 Epistola:     2Cor                 9,7-14

Vangelo:       Mt                   15,32-38                 

La terza domenica dopo l’Epifania ci presenta ancora un episodio epifanico, un episodio che rivela la divinità di Gesù e la potenza salvifica che in lui si rivela.

È la moltiplicazione dei pani e dei pesci che ci mostra tutto questo.

I sette pani e pochi pesci moltiplicati per saziare la fame di una grande folla rivelano le profondità del cuore di Gesù ricco di compassione verso chi ha bisogno.

Naturalmente il miracolo come spesso avviene nei racconti evangelici, assume un carattere estremamente simbolico. Proviamo a riassumere in questi punti le varie simbologie.

 - Nel cuore dell’uomo c’è una grande fame di vita eterna, di verità, di giustizia e di bellezza.

L’umanità da sola non può saziare questa fame – “Come possiamo sfamare una folla così grande?”. L’uomo è parziale e temporale mentre il cuore dell’uomo cerca l’infinito e l’eternità.

- Solo Dio può saziare questa fame di immenso ed eterno.

Il brano di Matteo insiste molto su questo aspetto.  I sette pani dei discepoli sono memoria della antica e prima creazione.  In Cristo c’è una nuova creazione per i presenti e le generazioni future.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene”.

Ed ancora questo cibo di eternità, questa nuova creazione è per tutti gli uomini, non solo il popolo d’Israele.

Quelli che avevano mangiato erano quattromila uomini”, dove il quattro indica tutte le parti della terra, mentre il mille qualcosa che umanamente non si può contare.

Il cibo di eternità è l’Eucaristia nella sua pienezza.

I padri della Chiesa ci parlano del banchetto imbandito nel giorno del Signore in cui siamo invitati a “Mangiare” la Parola di vita e il Pane della Salvezza.



Ci poniamo ora alcune domande molto importanti.

1- Siamo consapevoli che non possiamo essere salvezza a noi stessi ma che solo Dio ci salva?

2- Come accogliamo e sappiamo mangiare il dono del Signore della sua Parola e Pane Consacrato?

3-  Come abbiamo vissuto e viviamo in tempo di Covid tutto questo?

Perché tanti cristiani hanno lasciato per paura la pratica della Messa domenicale che è il banchetto a cui Dio ci chiama?

4-  Cosa sappiamo dire noi a coloro che hanno lasciato e non partecipano più alla celebrazione del banchetto eucaristico?

 

don Edy

 


DOMENICA 9 GENNAIO  2022 

BATTESIMO DEL SIGNORE


Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   55,4-7

                     Epistola:     Ef                     2,13-22

Vangelo:       Lc                    3,15-16.21-22

Sono tanti gli eventi che fanno da costellazione al Battesimo di Gesù. E non si tratta di dettagli di poco conto. Si parla nel nostro brano, per esempio, di due battesimi, quello di Giovanni e quello di Gesù: “Io vi battezzo con acqua… Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. 

La differenza non può sfuggire. Ma mi sento di aggiungere: senza disprezzo per il battesimo di Giovanni. Che aveva richiamato nel deserto, attorno al Giordano, folle. Folle che intravvedevano una possibilità di cambiamento, di rigenerazione, di cui si sentiva acuto prorompente il bisogno. Forse come oggi. Era un battesimo nell’acqua, certo, ma non per questo non formale: impegnava a cambiare mentalità, ad adempiere la giustizia. Ricordate: chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e i militari siano lontani da ogni forma di violenza; e gli esattori delle tasse da ogni forma di arbitrio. Non era ancora il battesimo in Spirito santo e fuoco. Ma ecco il battesimo di Gesù: sarà in Spirito santo e fuoco. Sarà un passo successivo, che chiederà di andare oltre la giustizia. Immersi nello Spirito. Condotti da una energia interiore, abitati dal soffio della passione di Gesù e del suo vangelo,
divorati – potremmo dire – da un fuoco interiore. Che ci allontana dall’essere semplicemente dei manichini o dei burocrati di Dio. Un Dio che mette in gioco in te tutta la sua vivacità e fantasia: “Vi battezzerà in Spirito e fuoco”. Forse un primo nostro passaggio è sentirci abitati dallo Spirito, è prendere contatto con questa parte intima di noi stessi. Che, a ben pensare, è alla radice di tutto. Tutto dipende da come siamo dentro, da che cosa siamo abitati, o divorati, dentro. Il battesimo di Gesù ci presenta questo momento, perdonate se lo chiamo così, di autocoscienza. Stava in preghiera, il cielo si aprì e discese su di lui lo Spirito Santo e la voce a rivelare che era il figlio amato. La rivelazione era rivolta a lui, la manifestazione era tra le pareti dell’anima, dove puoi prendere coscienza di chi sei e della missione cui sei chiamato nel mondo. Un momento in cui ti è dato esperire Dio, la sua vicinanza.

Ci chiediamo quale sia la nostra consapevolezza di essere alitati dallo Spirito.

Ci lasciamo guidare da Lui o la nostra vita è ancora legata a schemi e visioni puramente umane?

                                                                 don Edy


6 GENNAIO  2022

PIFANIA DEL SIGNORE

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   60,1-6

                     Epistola:     Tt                     2,11-3,2

Vangelo:       Mt                   2,1-12

 L’Epifania è la festa della fede.  La luce della fede guida i Magi verso Gesù.  La luce della fede guida tutte le genti e quindi anche noi all’incontro con Lui. 

Tutti siamo chiamati a riconoscere nel bambino nato a Betlemme il miracolo dell’incarnazione.  Dio si è fatto uomo per noi.

Sottolineo due aspetti.

L’Epifania ci parla anzitutto della universalità della salvezza.  I Magi simbolicamente rappresentano tutti i popoli e tutte le persone che cercano Dio e vengono da lui chiamati.

In ogni uomo c’è la capacità di poter arrivare per via naturale a Dio.  Spesso però non è stato fatto o non viene fatto per superficialità o negligenza.

Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell'ignoranza di Dio e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l'artefice, pur considerandone le opere.  Ma o il fuoco o il vento o l'aria sottile o la volta stellata o l'acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono come dei, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dei, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. Se sono colpiti dalla loro potenza e attività, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l'autore.  Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi forse s'ingannano nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo. Occupandosi delle sue opere, compiono indagini, ma si lasciano sedurre dall'apparenza, perché le cose vedute sono tanto belle. Neppure costoro però sono scusabili, perché se tanto poterono sapere da scrutare l'universo, come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?  (Sap 13,1-9).



San Paolo riprenderà tutto questo nell’introduzione della grande lettera ai Romani.

In realtà l'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell'ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti”. (Rom 1-18-22).

I Magi sono i rappresentanti delle persone rette e buone che cercano Dio e lo trovano.  Naturalmente la Rivelazione dell’amore di Dio in Cristo Gesù è fondamentale per conoscere il volto di Dio.  Con i loro doni i Magi ci dicono che non possiamo prescindere da Gesù.

Egli è il Re che ci conduce all’incontro con Dio.  (ORO)

Egli è il Figlio di Dio venuto per noi.  (INCENSO)

Egli è il Messia che realizza le antiche profezie. (MIRRA)

 

                                                                 don Edy

 


DOMENICA  19  DICEMBRE  2021

SESTA DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   62,10-63,3b

                     Epistola:     Fil                    4,4-9

Vangelo:       Lc                    1,26-38a

La Chiesa ambrosiana celebra oggi la festa dell’Incarnazione e della maternità di Maria.

È preludio questa domenica alla gioia del Santo Natale.

Protagonista centrale di questa giornata è sicuramente Maria.  Ella con il suo “Sì” dà inizio ad un’era nuova per la storia della salvezza perché da Lei nascerà “il Figlio dell’Altissimo” che regnerà sulla casa di Davide.

Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.  Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.  Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. 

Il dialogo tra l'Angelo e Maria anzitutto svela il disegno di Dio di essere “con noi” grazie a questa giovane donna. Ma Luca, con alcuni piccoli eppure decisivi dettagli, ci rende partecipi del cammino di fede di Maria. Con una espressione assolutamente moderna possiamo dire che Luca ci introduce nella psicologia di Maria, nell'incerto e non facile
cammino di fede di questa giovane donna, chiamata ad essere la madre del Messia. Vi confesso che sento vicina a me Maria, anche Lei partecipe delle fatiche che accompagnano il mio itinerario di fede. E penso di non essere solo. Quante persone confessano come colpa i dubbi che attraversano la loro fede. Ma una fede segnata dal dubbio sarebbe forse una fede meno apprezzabile? Sono invece persuaso che i dubbi che attraversano la nostra fede possono essere una occasione propizia per approfondirla e viverla in modo sempre più consapevole. Il dialogo con l'Angelo non si esaurisce nel turbamento e nel dubbio ma si conclude con la parola dell'affidamento a Dio e alla sua parola. E' l'affidamento di un cuore umano che ha conosciuto turbamento e dubbio, un cuore libero, non soggiogato da una forza invincibile, un cuore segnato dalla fatica e dall'incerto interrogare. Quante volte, anche per noi, il cammino di fede conosce l’incerto chiarore dell'alba o del tramonto piuttosto che lo splendore abbagliante del mezzogiorno o l'oscurità della notte. Fede e dubbi convivono in noi: il cardinale Martini parlava di un credente e di un non-credente che coabitano in ognuno di noi, si confrontano, si scontrano, si interrogano. L'incerto percorso di Maria può riconciliarci con le nostre fatiche a credere, con le esitazioni che accompagnano l'abbandono fiducioso a Dio che ci interpella. E se la prima parola di Maria è una domanda percorsa dal dubbio, la sua seconda parola è affidamento incondizionato.

don Edy


DOMENICA  12  DICEMBRE  2021

 QUINTA DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   30,18-26b

                     Epistola:     2Cor                4,1-6

                        Vangelo:       Gv                   3,23-32a

 

Nel nostro cammino di Avvento abbiamo già incontrato la figura di Giovanni Battista.

Abbiamo conosciuto il suo stile di vita povero ed estremamente essenziale, la sua predicazione infuocata ed intransigente che lo porterà allo scontro durissimo con Erode e conseguentemente alla prigione.

Oggi però ci viene presentato in modo diverso.

Egli è Colui che si è messo completamente al servizio di Gesù e da questo suo servizio nasce un impegno educativo molto forte e preciso.

Egli è un vero educatore perché indica il vero Maestro.

Un vero educatore non è preoccupato di richiamare su di sé, sulla propria persona l’attenzione dei suoi discepoli ma sulla verità alla quale egli deve condurre.

Spesso però non è così.  È tentazione fortissima per l’educatore, l’adulto, proporre se stesso e tendere a creare nei figli, negli alunni, nei giovani a lui affidati la propria immagine.  Non è compito però dell’educatore produrre fotocopie di sé, ma aiutare ognuno a scoprire la propria strada.

La strada per i discepoli di Giovanni è seguire e stare con Gesù e Giovanni ha la forza ed il coraggio di dire: “È necessario che Lui cresca, io invece diminuisca”.

Raccogliamo questo grande insegnamento, siamo chiamati nella nostra vita personale a lasciare spazio a Gesù il vero maestro, a portare i nostri figli o nipoti all’incontro con Lui, perché ognuno di loro scopra la propria strada.

Invito anche ad essere liberi da sentimenti di colpa se sperimentiamo effetti diversi da quelli da noi desiderati nel nostro impegno educativo.

L’importante è aver lavorato ed esserci impegnati. Poi ciascuno gioca la propria libertà magari in direzioni diverse da quelle da noi desiderate o pensate.

Il Vangelo ci dice e vale particolarmente in questi casi: “Noi siamo servi inutili”, abbiamo fatto il nostro dovere.

 

don Edy


DOMENICA  5  DICEMBRE  2021

 QUARTA DOMENICA DI AVVENTO

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                   4,2-5

                     Epistola:     Eb                  2,5-15

Vangelo:       Lc                19,28-38

Il brano evangelico di questa domenica ci presenta l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme.

Ci saremmo aspettati di leggere questo brano nella domenica delle Palme, all’inizio della Settimana Santa.

Sicuramente ci saremo chiesti come mai oggi nella IV domenica di Avvento?

La risposta è legata alla scelta di Dio di essere con noi, di venire tra noi. Gesù è il Dio che viene e l’Avvento ci richiama a questa grandissima verità.

Molto significativa è la descrizione del suo ingresso. Egli entra nella città del re, perché egli è il vero re che porta pace e salvezza al suo popolo. La folla a gran voce grida “Benedetto colui che viene, il RE, nel nome del Signore”.



Allo stesso tempo però Gesù il RE non entra in Gerusalemme cavalcando la cavalcatura dei re di questo mondo e con lo sfarzo di questo mondo.

Cavalca un puledro di asina, come i poveri e la gente semplice faceva.

Egli mostra così il compimento della profezia di Isaia il quale afferma che “Colui che viene è il SERVO”.

L’epistola di quest’oggi ci dice che proprio perché si è fatto servo il Figlio di Dio viene coronato di gloria e di amore.

Avendo sottoposto a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza”.

Noi in Avvento attendiamo la venuta del RE-SERVO.

È lui, la sua parola che ci guida e noi siamo chiamati a seguirlo docilmente.

È lui che ci insegna uno stile nuovo di vita che è il servizio.

Celebrare il Natale significa metterci umilmente nelle sue mani ed ancora farci servi come Lui che si è fatto servo per tutta l’umanità.

don Edy


DOMENICA 28 NOVEMBRE 2021

TERZA  DOMENICA DI AVVENTO

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             45,1-8

                       Epistola:               Rm            9,1-5

Vangelo:               Lc             7,18-28

La domanda che Giovanni dal buio della prigione dove Erode lo ha rinchiuso, rivolge a Gesù attraverso i suoi discepoli è il segno di una vera e propria crisi di fede del Battista nella persona di Gesù? Proprio Giovanni che aveva indicato Gesù come l'Agnello che toglie il peccato del mondo, proprio lui, Giovanni, consapevole di essere solo voce, solo apripista, solo precursore che va avanti e prepara la strada ad un altro...proprio Giovanni sarebbe segnato da un dubbio terribile: questo Gesù di cui sente parlare è davvero l'Atteso al quale deve preparare la strada, oppure dobbiamo aspettare un altro? Il dubbio di Giovanni è legittimo perché Gesù non sembra corrispondere all'attesa di Giovanni. Il Battista nella sua infuocata predicazione annunciava imminente il giudizio di Dio che, come scure alla radice dell’albero, avrebbe abbattuto i prepotenti e i superbi, come un fuoco purificatore avrebbe distrutto tutto quanto non è buon grano. Ma sulle labbra di Gesù nessuna invettiva, nessuna condanna ma accorati appelli alla conversione. Gesù non si presenta come l'inviato di un Dio giustiziere bensì, come abbiamo letto domenica, è evangelo, cioè buona, bella notizia. Gesù è la buona e consolante notizia di una speranza offerta ad ogni uomo. Di qui lo sconcerto di Giovanni, forse una crisi di fede. Temo che anche noi siamo vicini al sentire di Giovanni, quando vorremmo che un fuoco dal cielo incenerisse coloro che fanno il male. Quante volte lo chiediamo! Mentre Giovanni, apostrofando i suoi contemporanei come 'razza di vipere' invoca la vendetta di Dio, Gesù con i suoi gesti e le sue parole annuncia che a tutti è irrevocabilmente aperta la via del perdono e della misericordia. Alla domanda di Giovanni: "Sei tu colui che deve venire?"  

Gesù non risponde direttamente, non dichiara le sue generalità ma invita a scrutare alcuni segni, decifrarli per scoprire la sua identità. Ritroviamo qui lo stile tipico del manifestarsi di Dio: non faccia a faccia, non direttamente: Dio non è mai un oggetto della nostra indagine. Non possiamo mettere le mani su di Lui quasi fosse uno degli innumerevoli oggetti della nostra conoscenza. Arriviamo a Lui solo attraverso lo spessore della realtà. Soprattutto Dio si comunica a noi attraverso situazioni, fatti, eventi umani. Il nostro Dio è un Dio della storia. Dobbiamo quindi leggere la sua presenza attraverso la trama, lo spessore della nostra esistenza quotidiana. In particolare si rivela a noi attraverso eventi di liberazione, di riscatto umano, di guarigione. Laddove si attua un processo di promozione umana, di solidarietà, di liberazione, di ricostruzione dell'umano, lì possiamo cogliere un segno, un indizio del Regno di Dio che viene, che si realizza. Come credenti dobbiamo essere testimoni di una speranza che non si esaurisce nel tempo ma che trova nel tempo la sua prima attuazione. L'attesa del Regno di Dio non ci rende estranei alle attese che sono nel cuore degli uomini. Ecco una delle parole più belle del Concilio: "Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore" (Gaudium et spes 1). Il credente non deve opporre l'attesa di Dio e del suo Regno alle attese degli uomini per la costruzione di una convivenza umana più giusta. Ogni passo nella direzione dell'umanizzazione realizza, anche se gli uomini non lo sanno, il disegno di Dio. E i credenti possono, anzi devono prendervi parte. Ma mentre collaborano con tutti gli uomini al compito di liberazione umana dalle molteplici forme di servitù, oppressione, alienazione i cristiani non devono smettere di annunciare l'evangelo: la suprema liberazione dell'uomo ci è data in Cristo, nella sua dedizione incondizionata.  Evangelizzazione e promozione umana non sono strade divergenti ed estranee.  Basti pensare alla passione civile che scaturisce da tanti uomini e donne che in tutto il mondo, annunciando l'Evangelo, si fanno operatori di pace, di giustizia, di sviluppo umano, soprattutto nei luoghi dove più grande è il degrado e la disumanità.  L'evangelo di oggi si conclude con una beatitudine: "Beato colui che non trova in me motivo di scandalo". Il termine 'scandalo' vuol dire ostacolo, pietra d'inciampo. Gesù dice: beato chi non si ferma, perplesso, incredulo di fronte al segno povero, inerme della mia umanità. E per noi, ormai vicini al Natale: Beato chi mi saprà riconoscere nel bimbo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia, chi saprà riconoscere il Signore che i cieli non possono contenere ma per noi, per la nostra salvezza si è fatto piccolo, così piccolo che possiamo stringerlo tra le braccia.

 

Don Edy

 


DOMENICA  21  NOVEMBRE  2021

 SECONDA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                 19,18-24

                     Epistola:     Ef                   3,8-13

Vangelo:       Mc                 1,1-8

 Il Natale a cui ci stiamo preparando è la festa della luce perché il Verbo di Dio è venuto in questo mondo per illuminare ogni uomo.

Nel prologo del suo Vangelo che leggeremo nella Messa della Notte di Natale San Giovanni scrive: In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.  (Gv 1,4-9).

Nell’epistola l’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere il significato del Verbo che è luce. Dice così “Annunciare alla genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sull’attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio”.

Il cristiano non è nel buio e nelle tenebre. Il cristiano è illuminato.

Questa illuminazione riguarda aspetti diversi della nostra vita.

Anzitutto in Cristo noi tutti, dice sempre il Prologo di Giovanni, siamo chiamati ad essere figli e figlie di Dio.


A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

È il cuore dell’annuncio evangelico.

La vita non è uno spazio temporale senza significato, ma è il cammino verso la casa del Padre dove vivremo in pienezza la nostra condizione di figli/e.

In uno dei suoi discorsi più belli e conosciuti Papa Leone Magno, che diede una struttura stabile e permanente alla festa del Natale, dice:“Christiane agnosce dignitatem tuam” – Cristiano conosci la tua dignità!

Sei Figlio, sei Figlia di un Dio che ti ama.  Tutto questo deve illuminare la dignità della nostra vita.

Ecco il fondamento morale della nostra esistenza   fondata non su idee o ideologie terrene ma sul Vangelo.

Ci interroghiamo sulla nostra consapevolezza di essere Figli/e di Dio e che questa è per noi la cosa più importante.

Concludo con queste considerazioni:

1- Sapere di essere FIGLIO DI DIO farà aumentare in modo positivo la tua autostima –

2- Tratterai gli altri con più rispetto –

3- Sarai più forte nell’affrontare le difficoltà e le sfide della vita –

4- Porterai speranza in questo mondo.

 

Don Edy


DOMENICA  14  NOVEMBRE  2021

 PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                 13,4-11

                     Epistola:     Ef                   5,1-11a

Vangelo:       Lc                21,5-28

Con questa domenica inizia un nuovo anno secondo il calendario della chiesa ambrosiana. Nel rito romano il nuovo anno, con la prima domenica di Avvento, inizierà tra due domeniche. E' bello che il nostro rito ambrosiano ci offra un tempo più lungo per prepararci ad accogliere la venuta del Signore. 

Che la Chiesa abbia un suo calendario non è senza significato. Del resto anche altre tradizioni religiose hanno un computo degli anni che non coincide con quello civile ma prende inizio da qualche avvenimento significativo per quella religione. Per il cristianesimo l'anno 2021 dopo Cristo. 

E la chiesa ha un suo calendario che è dettato dalla fedeltà al suo Signore, dal cammino che porta a ripercorrere i momenti decisivi della vita del Signore, per lasciarsi plasmare da quegli eventi lontani nel tempo eppure attuali per chi li accoglie e li rivive. 

Iniziare, come facciamo oggi, un nuovo anno secondo il calendario della Chiesa vuol dire riconoscere che il tempo che potremo vivere non è semplice successione di giorni e mesi, ma passi, tanti passi verso il Signore, rivivendo in noi la sua esistenza in mezzo a noi, quei trent'anni che hanno segnato la nostra storia e sono decisivi per ogni credente.   Nell’anno liturgico rivisitiamo il Mistero di Cristo per approfondire sempre più il Mistero della nostra salvezza.

In questa prima domenica abbiamo ascoltato la lunga pagina evangelica che annuncia la fine del tempo e di tutte le opere dell'uomo a cominciare dalla più grandiosa per gli ascoltatori di Gesù: il magnifico tempio di Gerusalemme: "Non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta". Noi vorremmo poter ricavare da questa pagina e dai segni che l'accompagnano, una sorta di tabella di marcia per conoscere l'avvicinarsi della fine. Ma questo linguaggio allusivo non deve esser inteso come puntuale descrizione del tempo della fine: ci richiama ad una dura verità: noi abitiamo il tempo, lo misuriamo, lo calcoliamo, tentiamo di dominarlo, lo sfruttiamo al meglio ma non ne siamo davvero i padroni, ne siamo solo inquilini provvisori sui quali incombe lo sfratto.

Il linguaggio di queste pagine apocalittiche della Scrittura Sacra, preso alla lettera, ci sembra del tutto improponibile, più che incutere terrore rischia di farci sorridere. Eppure, non possiamo sbarazzarci, magari con un gesto di sufficienza, di questa verità certamente ardua ma decisiva.

Dobbiamo invece lasciarci istruire dall'appello a vivere la precarietà del tempo, la costitutiva fragilità di tutte le cose.

La dura esperienza della precarietà del tempo ci ricorda il nostro limite, ci impedisce di ritenerci onnipotenti, appunto come se fossimo padroni del tempo, padroni del nostro vivere e del nostro morire.

In parrocchia celebriamo le giornate eucaristiche.

Ci mettiamo di fronte al S.S. Sacramento dell’Eucaristia.  Al Signore che è sempre presente tra noi in questo Sacramento affidiamo noi stessi, le nostre famiglie e tutta la nostra comunità all’inizio di un nuovo anno.

 

Don Edy


DOMENICA  7  NOVEMBRE  2021

 NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                 49,1-7

                     Epistola:     Fil                  2,5-11

Vangelo:       Lc                23,36-43

Pilato ha voluto che sulla Croce su cui era inchiodato Gesù fosse scritto: “Gesù Nazareno Re dei Giudei”.

In realtà Gesù non si era mai proclamato re.  Aveva invece parlato spesso del suo Regno che non è “di questo mondo”.

Ancor di più appare strano e difficile da capire che Gesù venga proclamato re sulla Croce, il patibolo più orrendo e crudele che potesse esserci.

Gesù è Re ma secondo una prospettiva completamente diversa rispetto ai modelli terreni ed umani.

Egli è il Re-Servo annunciato da Isaia, colui che umilia se stesso, per condividere la nostra condizione umana fino a dare la vita per noi.

Oggi ce lo ripete San  Paolo nell’epistola: “Fratelli, abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un suo privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.  Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce”.

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI nel 1925. È una festa molto tardiva nella storia della Chiesa nata in un momento difficile in cui poteri e regimi autoritari tentavano di affermare la supremazia di alcuni dittatori anche sulla Chiesa e spegnere  le attività legate a movimenti o gruppi cristiani.

Nata in un contesto polemico la festa odierna manifesta comunque un valore perenne.  L’immagine reale vuole esprimere il primato di Cristo, il suo essere il prototipo dell’umanità, l’uomo nella sua compiutezza, l’uomo pienamente realizzato.  Ma il luogo di questa realizzazione è la croce, è l’incondizionato dono di sé.  Proclamare Cristo re vuol dire proclamare il trionfo di chi sta in mezzo a noi come colui che serve.  Guardiamo Cristo, re sul paradossale trono che è la croce, luogo sì di un potere, quello del perdono e della salvezza non solo per quel malconcio rottame umano passato alla storia con il nome di “buon ladrone”, ma per ognuno di noi.  Questa celebrazione nel segno di Cristo Re conclude l’anno secondo il calendario della Chiesa.  Quando lo abbiamo iniziato un anno fa, l’Evangelo ci annunciava la venuta di Cristo sulle nubi del cielo, giudice della storia umana.  E di nuovo oggi guardiamo, Cristo re crocifisso, braccia spalancate nell’amore e nel perdono.

don Edy



DOMENICA  31  OTTOBRE  2021 

SECONDA  DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Is                 56,3-7

                     Epistola:     Ef                   2,11-22

Vangelo:       Lc                14,1a.15-24

Le letture di questa seconda domenica dopo la Dedicazione ci parlano di un Dio che ci viene incontro e vuole che  ogni persona uomo o donna possano fare parte dei redenti ed essere per sempre con lui, nella sua casa.

È il senso della parabola che ci parla del banchetto che Egli ha preparato per il popolo eletto Israele, a cui vengono poi invitati tutti coloro che non appartengono alla stirpe di Abramo nella carne, perché Israele ha rifiutato di accogliere Gesù, il Cristo, colui che il Padre ha inviato per la nostra salvezza.

La seconda lettura afferma con forza che in Cristo si rivela l’amore di Dio che vuole che ogni uomo senza nessuna distinzione sia salvato.

Fratelli, ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano dell’uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo.  Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne”.

Noi lodiamo e ringraziamo Dio per il suo amore.  Proprio domani celebreremo la solennità di tutti i Santi che ci ricorda che la Santità è la meta verso cui tendiamo per essere sempre nella Casa del Padre. 

Devo dire che anche l’epistola mi ha colpito molto per un altro aspetto.

Si parla che Cristo è venuto per abbattere il muro che separa i popoli a partire da Israele con i gentili ossia i pagani.

Oggi viviamo un periodo storico dove invece si costruiscono muri che separano con forza ed asprezza i popoli.

Il primo muro a cui ho pensato è quello costruito qualche anno fa in Israele.  Un muro che separa i territori palestinesi dallo stato di Israele.  È un muro che fa paura solo a guardarlo e che ci parla dell’incapacità di dialogo e di ricerca della pace di cui ci parla sempre la seconda lettura.

Ora anche nazioni che si dicono cristiane, nel cuore dell’Europa costruiscono muri di separazione.

Tutto questo non è cristiano e secondo il cuore di Cristo.  Dobbiamo avere il coraggio di dirlo.

Nella piazza principale di Betlemme c’è esposto uno striscione che riporta una famosa frase di Giovanni Paolo II: “Non muri ma ponti”.   Noi lavoriamo per questo a partire da casa nostra e dalle nostre piccole cose perché tutto il mondo sia unito da ponti.

don Edy


DOMENICA  24  OTTOBRE  2021

PRIMA DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

 

Rif. Biblici:   1^Lettura     At                 8,26-39

                     Epistola:     1Tim             2,1-5

Vangelo:       Mc               16,14b-20

La pagina evangelica ci riserva due messaggi sorprendenti. Anzitutto il rimprovero di Gesù agli undici, il dodicesimo apostolo che prenderà il posto lasciato da Giuda ancora non è stato scelto, rimprovero per non aver creduto a quanti, in quelle ore, annunciavano la sua risurrezione. È davvero sorprendente nelle pagine evangeliche successive alla morte di Gesù la tenace resistenza degli Apostoli alle notizie di quanti dicono d'averlo visto, incontrato vivo. Gli Evangelisti sono unanimi nel registrare questa incredulità. Eppure più volte Gesù aveva annunciato la sua morte e la sua risurrezione il terzo giorno. I discepoli che al momento dell'arresto del Maestro erano fuggiti e da lontano avevano seguito gli eventi drammatici della crocifissione hanno cancellato dalla loro memoria la promessa della resurrezione: questa parola sembra non avere per loro alcun significato. Trovo questa reazione dei discepoli profondamente umana: quell'uomo per il quale avevano lasciato tutto per seguirlo era finito nelle mani dei suoi nemici che ne avevano fatto scempio inchiodandolo ad una croce. Ormai le loro speranze erano crollate. La dura, inesorabile evidenza della morte cancella ogni speranza. 

Quasi tutte le settimane entro in una casa che è stata visitata dalla morte di una persona cara. Con i familiari parlo di quella persona, dei suoi giorni, della sua fine e non è facile dire parole di speranza che possano rischiarare il buio della morte. Allora penso ai discepoli increduli alla notizia che il Signore non è più chiuso nel sepolcro, il Signore è risorto. E mi domando: Con quali parole Gesù li ha rimproverati? Forse avrà detto loro le stesse parole rivolte ai due discepoli incamminati verso Emmaus, tristi, rassegnati per la morte del maestro: "Stolti e duri di cuore…". 

Anche nella pagina odierna ritorna questa parola: duri di cuore, un cuore che il dolore ha chiuso ad ogni speranza. Non diciamo forse: sono impietrito dal dolore? Se il dolore, la morte rendono duro come pietra il nostro cuore accettiamo il rimprovero di Gesù: è infatti il preludio della seconda sorpresa di questa pagina. Dopo il rimprovero ci aspetteremmo una sorta di licenziamento: come il Signore potrà fidarsi ancora di uomini che non hanno prestato fede alle sue parole? 

E invece: dopo il rimprovero il comando: Andate in tutto il mondo e predicate l'evangelo ad ogni creatura…Davvero sorprendente: l'evangelo, la buona notizia di una speranza che vince l'inesorabile tragedia della morte, è affidato proprio a questi uomini così poco affidabili da esser oggetto di rimprovero. Così la durezza del rimprovero è cancellata dalla rinnovata fiducia del Signore che continua a fidarsi di questi uomini impauriti e increduli. Da allora fino ad oggi la parola dell'Evangelo viene incessantemente affidata alla nostra incredulità. Come se il Signore dicesse: Io conosco la tua fatica a credere, so che il tuo cuore può chiudersi ad ogni speranza, vinto dalla durezza della vita e dal silenzio della morte, la parola che ti affido è più grande del tuo cuore incerto: la metto nelle tue mani perché tu la accolga e la trasmetta ad altri. Non dovrai dire parole tue, parole incerte come incerta è la tua fede. Va', io sono con te, sostengo io la tua incredulità. Non aver paura: lampada ai tuoi passi la mia parola.

don Edy


DOMENICA  17  OTTOBRE  2021

 DEDICAZIONE DEL DUOMO

 Rif. Biblici:   1^Lettura     Ap                21,9a.c-27

                     Epistola:     1Cor              3,9-17

Vangelo:       Gv               10,22-30

Il 20 ottobre 1577 il Cardinale Carlo Borromeo consacra il nuovo duomo di Milano e da
quell’anno ogni terza domenica di ottobre si celebra la memoria della dedicazione e consacrazione della chiesa cattedrale milanese.

Il duomo è segno della comunità cristiana, dei credenti uniti in Cristo.  Essi sono la vera “EKKLESIA” ossia il corpo mistico di Cristo.

L’arcivescovo Delpini scrive per questa occasione: “La Chiesa resta ancora un edificio in costruzione e non è un rifugio tranquillo che non si lascia raggiungere dalle inquietudini della storia.  La Chiesa, secondo l’immagine dell’apostolo Paolo, è un’impresa ancora da compiere.  Siamo quindi convocati per l’impresa di costruire il tempio di Dio che è il popolo cristiano”.

In questo cammino di costruzione del tempio vivente che è il popolo di Dio si inserisce la visita che il Vescovo farà al decanato di Affori nel mese di Gennaio del prossimo anno.  Il Consiglio Pastorale Parrocchiale ha discusso nell’ultimo incontro di venerdì 15 u.s. con molta partecipazione e passione i contenuti del documento che dovremo presentare al Vescovo in quella occasione.

La nostra comunità è chiamata a ripartire dopo la pandemia del Covid col desiderio profondo di essere sempre più segno della presenza viva ed amorosa del Signore tra noi.

Nella sua proposta pastorale per l’anno 2021-2022 intitolata “La grazia e la responsabilità di essere Chiesa” l’Arcivescovo indica tre prospettive:

UNA CHIESA

UNITA dalla comunione con Cristo nell’Eucaristia che diventa realtà di vita.

LIBERA perché “nel mondo ma non del mondo”.   Animata e guidata dal Vangelo e non dal pensiero di questo mondo.

GIOIOSA “la vostra gioia sia piena, perché Io ho vinto il mondo”, ci dice Gesù e questa è la testimonianza che dobbiamo dare.

Una Chiesa gioiosa perché redenta.

Noi lavoriamo per questo.

Preghiamo ed impariamo dalla preghiera semplice di Francesco.

Preghiera semplice

Oh Signore, fa' di me uno strumento della tua pace
dove è odio, fa' che io porti l'amore
dove è offesa, che io porti il perdono,
dove è discordia, che io porti l'unione,
dove è dubbio, che io porti la fede,
dove è errore, che io porti la verità,
dove è disperazione, che io porti la speranza,
dove è tristezza, che io porti la gioia,
dove sono le tenebre, che io porti la luce.
Maestro, fa' che io non cerchi tanto
di essere consolato, quanto di consolare,
di essere compreso, quanto di comprendere,
di essere amato, quanto di amare.
Perché è
dando, che si riceve,
perdonando, che si è perdonati,
morendo, che si resuscita a vita eterna.

San Francesco d’Assisi

don Edy


DOMENICA  10 OTTOBRE  2021

                         VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 Rif. Biblici:   1^Lettura:    Is                  45,20-24a

                       Epistola:      Ef                  2,5c-13

Vangelo:      Mt               20,1-16

Oggi la liturgia ci presenta una delle parabole più difficili da interpretare e comprendere.  È la parabola degli operai della vigna o come è più conosciuta degli operai della undicesima ed ultima ora.

Il punto più problematico sta nello sconcertante comportamento del padrone che tratta gli ultimi che hanno lavorato solo per un’ora come i primi che per tutto il giorno sono stati impegnati nella sua vigna.

Sembra manifestarsi qui un conflitto tra giustizia e bontà.  In realtà la giustizia è rispettata non viene violata.  Egli è giusto con i primi ma ama anche gli ultimi.

Amico, io non ti faccio torto.  Non hai forse concordato con me per un denaro?  Prendi il tuo e vattene.  Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te, non posso fare delle mie cose quello che voglio?  Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi”.

L’amore va al di là di ogni pensiero umano esso va oltre.

Se nel Vecchio Testamento si invitava a fare all’altro lo stesso male subito, nel Vangelo si è chiamati ad una nuova prospettiva: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Mt, 5,43-48).

Il Cristiano che vuole rimanere fedele a Cristo si troverà sempre a dover scegliere tra il seguire il pensiero, le mode, i programmi di questo mondo e ciò che dice il Vangelo.  Per questo spesso può essere giudicato ed anche rifiutato o messo da parte.

Il discepolo autentico però volendo conformarsi allo spirito di Gesù, ha accettato sin da principio di essere giudicato e trattato come lui.

Non abbiate timore” così dice Gesù ai discepoli dopo la sua resurrezione e così dice anche a noi: “Non abbiate timore.  Io ho vinto il mondo”.

La nostra risposta sia quella dell’apostolo Paolo: “Io non mi vergogno del Vangelo”. 

Allora interroghiamoci su come possa essere possibile oggi, come sempre, per ciascuno di noi essere nel mondo ed al tempo stesso non mettervi radici.  Quale dovrà essere il nostro rapporto col denaro, il potere, l’amore, il lavoro, il tempo libero?

 

don Edy


DOMENICA  3  OTTOBRE  2021

 V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:   1^Lettura:    Dt                  6,1-9

                     Epistola:     Rm               13,8-14a

Vangelo:       Lc                10,25-37

Nell’alleanza sinaitica tra Israele ed il popolo di Israele Iahwè ha voluto donare la legge, che viene riassunta nelle “Dieci Parole” che noi chiamiamo comandamenti.

 La legge è fondamento della vita di ogni fedele Israelita.

Il Salmo 118 è una lode alla legge ed invito ad ascoltarla e metterla in pratica.

Ogni giorno si prega così con la preghiera di metà giornata.

Beato l'uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore. Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore. Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie. Tu hai dato i tuoi precetti perché siano osservati fedelmente.

Siano diritte le mie vie, nel custodire i tuoi decreti. Allora non dovrò arrossire se avrò obbedito ai tuoi comandi. Ti loderò con cuore sincero quando avrò appreso le tue giuste sentenze!”. (Salmo 118/119, 1-7).

Si prega anche con l’invocazione dello Shemà Israel riportata dal Deuteronomio nella prima lettera: “Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto.  Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze. Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore”.

La parabola del Buon samaritano che leggiamo oggi va inserita in questo contesto di fede antichissimo.

Gesù non è venuto per abolire ma portare a compimento la legge ed il suo compimento è l’amore per Dio e per i fratelli.

San Paolo nel brano dell’epistola dice: “Qualsiasi altro comandamento si ricapitola in questo - Amerai il tuo prossimo come te stesso”.



Non si può dire di amare Dio che non vediamo se poi non amiamo il fratello che vive accanto a noi dice l’apostolo Giovanni nella sua prima lettera.

Il Signore ci chiama a conversione su questo.

Come coniughiamo questo comandamento nella nostra vita?

In una società individualistica, in un mondo che divide tra noi e gli altri, tra buoni e cattivi, come mettiamo in pratica l’invito di Gesù?

Ancora come accogliamo il diverso, coloro che vengono da lontano?

Ci sentiamo legati in una fraternità universale anche con loro?

Preghiamo allora per tutto questo.

 

don Edy


DOMENICA  26  SETTEMBRE  2021

 IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:   1^Lettura:    1Re                  19,4-8

                     Epistola:     1Cor               11,23-26

Vangelo:       Gv                          6,41-51

I tre testi di questa domenica svolgono un unico tema: il pane del cielo. Incominciamo dal primo testo. La storia di Elia, sull'orlo della disperazione fino a chiedere la morte, può essere la storia di tanti, prostrati dalle fatiche della vita, delusi, disperati. Eppure c'è un pane, una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d'acqua e il cammino può continuare…. Anche il popolo di Israele durante il lungo cammino nel deserto ha avuto bisogno di un cibo, la manna, misteriosamente provveduto da Dio. Non c'è cammino se manca il pane che sostiene. Come a Elia, come a Israele nel deserto, così anche a noi è donato un pane per il cammino dell'esistenza. Prima di stupirci per questo pane misterioso che è il corpo del Signore, vorrei che sostassimo su questo dono del pane per il cammino della vita. C'è un tratto di singolare tenerezza in questa volontà di Dio nostro padre di provvederci non solo del pane quotidiano che ci sostenta, ma anche di questo pane che discende dal cielo e di cui abbiamo bisogno per non venir meno lungo la strada della vita. Questo pane, infatti, non è cosa, oggetto: questo pane è la presenza stessa del Signore Gesù: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo". Per il cammino della vita ci è data quindi la presenza, la compagnia di qualcuno: grazie a questo pane ci è data la presenza, la compagnia del Signore Gesù. Che questo pane non sia pane ma sia la viva presenza di qualcuno è parola stupenda ma sconvolgente: la nostra intelligenza esita, forse anzi rifiuta. Come i contemporanei di Gesù che mormoravano: questo Gesù, figlio di Giuseppe, il falegname di Nazareth noi lo conosciamo bene, come può pretendere d'esser disceso dal cielo? Ancora una volta sembra impossibile che in un uomo, un uomo qualunque di una povera famiglia qualunque, Dio stesso si manifesti, si riveli, si comunichi a noi irrevocabilmente. Peggio: che quest'uomo doni se stesso come pane, nutrimento per la fatica del vivere. Questo è il cuore della nostra fede: che in un uomo qualsiasi, un tale chiamato Gesù figlio del falegname, Dio si faccia compagno della nostra condizione; che in un pezzo di pane, semplice e povero nutrimento, Dio si faccia compagno della nostra condizione.

Questa è la certezza che ci anima in questa festa di Affori.

Da qui vogliamo ripartire dopo questi due anni di pandemia.

Il Signore è accanto a noi.  Egli ci sostiene nel cammino di tutti i giorni con il pane di vita.



L’invito che rivolgo a ciascuno è quello di rimettere al centro della nostra vita l’Eucaristia domenicale.

Ritorniamo a Messa.  Dobbiamo essere testimoni della presenza di Cristo in mezzo alla nostra comunità ed annunciare che non siamo soli.  Il Signore ci accompagna e ci sostiene.

      

don Edy


DOMENICA  5 SETTEMBRE  2021

I  DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:    Is                29,13-21

                       Epistola:       Eb               12,18-25

Vangelo:       Gv                3,25-3 

Il brano evangelico di questa prima domenica dopo il martirio del Battista ci presenta Giovanni che si mette completamente al servizio di Gesù.

Egli è colui che “è stato mandato davanti” per preparare la strada. Dopo aver compiuto il suo compito e portato a termine la missione può dire: “Lui deve crescere; io invece diminuire”.

Questa affermazione ci mostra lo spirito autentico del discepolo che non cerca il proprio successo, la propria gloria o il proprio interesse, ma lavora unicamente per il Signore e per gli altri.

Questa affermazione ha quindi una duplice valenza.

La prima cristologica, la seconda comunitaria.


Nel piano di Dio ci dice S. Paolo nella lettera ai Colossesi “Cristo sarà tutto in tutti” mentre la lettera agli Efesini afferma: “
Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l'ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra”. (Ef 1,3-10).

Ogni cosa sarà ricapitolata in lui (ossia portata al Capo).

Oggi, quindi, ci poniamo anzitutto questa domanda fondamentale per la nostra fede e la nostra vita.

Qual è la nostra consapevolezza che Cristo deve diventare ed essere il nostro tutto?

Stiamo impegnandoci ogni giorno per identificarci e conformarci a Lui per arrivare a poter dire “non sono più io ma è Cristo che vive in me”.

In secondo luogo l’affermazione del Battista ha un significato comunitario e ci invita a metterci veramente e profondamente al servizio (per quello che possiamo fare o possiamo dare) della comunità.

Che cosa faccio io per la nostra parrocchia di S. Giustina? Cosa potrei fare? Sono domande che ci chiedono una risposta.

 

don Edy


DOMENICA 22 AGOSTO  2021

 XIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:     2Cr               36,17c-23

                       Epistola:       Rm                10,16-20

Vangelo:       Lc                  7,1b-10

 

Il brano di Vangelo che oggi ascoltiamo porta in sé un duplice insegnamento.  La salvezza operata dal Signore Gesù è per tutti i popoli ed ogni persona, uomo o donna sono chiamati a riceverla.

Non solo quindi chi appartiene al popolo di Israele ma chi crede che Gesù è il Salvatore e sarà salvato.

Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande” dice Gesù riferendosi al Centurione che era un soldato di Roma, un pagano ma anche un nemico di Israele.

La fede è quindi la discriminante di appartenenza al Popolo dei Salvati, una discriminante che va oltre ogni limite o distinzione umana.

La fede è un dono di Dio che chiede però una forte collaborazione da parte nostra.

Lo abbiamo letto nel brano dell’epistola: “Fratelli, non tutti hanno obbedito al Vangelo.  Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato? .  Dunque, la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.  Ora io dico: forse non hanno udito?  Tutt’altro: Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino agli estremi confini del mondo le loro parole ”.

L’apostolo Paolo afferma che è centrale nella dinamica che porta alla fede, l’ascolto.

L’ascolto riguarda la Parola di Cristo di fronte alla quale siamo invitati a dire di sì.


Si Io credo che tu sei il Cristo, che hai vinto la morte e sei venuto a salvarmi”.

Questa deve essere la nostra risposta.

L’invito oggi è quindi per noi che frequentiamo la chiesa ad approfondire il tempo e la capacità di ascolto ma anche a farci missionari per chiamare all’ascolto chi non lo fa ora non lo fa più.

don Edy

 


DOMENICA 15 AGOSTO  2021 

ASSUNZIONE DELLA BEATA  VERGINE MARIA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:     Ap               11,19-12,6a.10ab

                       Epistola:       1Cor            15,20-26

Vangelo:       Lc                 1,39-55



Il dogma dell’Assunzione della Beata Maria Vergine al cielo è la conclusione di un lungo cammino di fede, cammino che ha il suo fondamento nel dogma dell’Immacolata proclamato da Pio IX l’8 dicembre 1854.

Il primo novembre del 1950 è stato proclamato da Papa Pio XII il dogma dell’Assunzione che prende origine dal fatto che Maria non è stata toccata dal peccato. (Immacolata).

La morte è la conseguenza ultima del peccato. Ciò ci dice la lettera ai Romani. “Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Fino alla legge infatti c'era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire”. (Rm 5,12-14).

La morte è stata sconfitta da Cristo Gesù. “Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini.  E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo”. (Rm 5,15-17).

L’Assunzione è il segno ed anticipazione di quello che avverrà ad ogni credente. Liberati dalla schiavitù della morte grazie alla Resurrezione di Cristo Signore, parteciperemo alla pienezza della vita, della pace e della gioia nella casa del Padre.

Oggi guardiamo a Maria, esultiamo e lodiamo il Signore, perché in lei vediamo prefigurato il nostro futuro di gloria.

In Maria si svela il progetto divino sulla creatura umana chiamata a partecipare nell’integrità della persona, anima e corpo alla gloria celeste.

Con lei innalziamo a Dio l’inno di lode e diciamo: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”.

don Edy


DOMENICA 8 AGOSTO  2021

 XI  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Rif. Biblici:      1^Lettura:    1Re               18,16b-40a

                       Epistola:       Rm               11,1-15

Vangelo:       Mt               21,33-46


Le letture di questa XI domenica dopo Pentecoste sono una rilettura della storia della salvezza a partire dal rifiuto del giudaismo nei confronti di Gesù, l’apertura universalistica della Chiesa alle genti così come venivano chiamati coloro che non appartenevano al popolo di Israele.

Paolo principalmente è colui che apre questo passaggio.

Egli è l’apostolo delle genti.

Abbiamo letto nell’epistola: “A voi genti, ecco cosa dico: come apostolo delle genti”.

Egli percorrerà tutto il mondo allora conosciuto per annunciare che Dio è Padre ed ha voluto la salvezza di tutti gli uomini, chiamati ad appartenere al popolo di Dio, un popolo non più identificato per linee razziali o per sangue, ma dalla fede in Cristo Gesù.


Il Vangelo ci racconta tutto questo con l’immagine della vigna. Simbolicamente essa rappresenta il Regno di Dio che non è stato accolto da Israele, ma continuamente osteggiato “Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.  Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.  Da ultimo mandò loro il figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio dissero fra loro: “Costui è  l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.

All’amore di Dio si contrappone l’egoismo, la cattiveria, il rifiuto fino ad uccidere il Figlio. Egli sarà buttato fuori dalla vigna ed ucciso. Chiarissimo riferimento alla vicenda di Gesù.  Ne abbiamo conferma in un piccolo dettaglio.  La parabola precisa che il figlio viene cacciato fuori dalla vigna e
ucciso e la lettera agli Ebrei scrive che: “
Gesù patì fuori dalla porta, usciamo quindi anche noi fuori dal campo …”.  Anche la citazione dal Salmo 117: “La pietra scartata dai costruttori è diventata pietra angolare” la ritroviamo sulle labbra di Pietro che attribuisce al Sinedrio la responsabilità della crocefissione di Gesù, pietra scartata ma che Dio ha risuscitato dai morti.

Diversi sono i punti di riflessione possibili.

Il destino del popolo di Israele. Leggiamo nell’epistola: “Fratelli, io domando: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile! Anch’io infatti sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino. “Dio non ha ripudiato il suo popolo”, che egli ha scelto fin da principio”.

Purtroppo queste parole di Paolo non vennero ascoltate e si interruppero i rapporti con l’ebraismo. Gli ebrei furono accusati nel Medio Evo nell’Europa cristiana di “DEICIDIO” con conseguenze disastrose e tragiche.

È la storia dell’antisemitismo, dei ghetti, della diaspora e delle persecuzioni fino alla tragedia della storia del secolo scorso.

Oggi siamo chiamati a pregare affinché possiamo mettere in atto quella riconciliazione voluta da Dio.

È il Signore che compie miracoli, ma si serve della nostra disponibilità.

Noi dobbiamo avere una sola certezza: Egli continua ad amare tutti e ciascuno.

 

don Edy


DOMENICA 1° AGOSTO  2021

 X  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    1Re                7,51-8,14       

                       Epistola:       2Cor             6,14-7,1

Vangelo:       Mt              21,12-16

Nella storia della Chiesa primitiva, dopo la Resurrezione ed ascensione di Gesù al cielo, avvengono delle spaccature tra il mondo giudaico e la Comunità dei credenti in Cristo.

Una delle più significative è data dal non considerare più il tempio di Gerusalemme come luogo unico e privilegiato della presenza di Dio.

Secondo la parola di Gesù, leggiamo nel Vangelo di Giovanni, che il vero tempio sarà anzitutto lui.


Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”.  (Gv 2,18-22).

Nell’incontro con la Samaritana poi afferma che la presenza di Dio non è più legata ad un unico luogo (Gerusalemme) ma ovunque i credenti sono chiamati ad adorare Dio.

I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità»”.  (Gv 4,20-24).

L’invito della liturgia odierna è quindi a riconoscere che non mura di pietra sono il tempio di Dio.  Le nostre chiese sono la casa della Comunità dove viene conservata l’Eucaristia.  Per questo sono così importanti.

Il tempio vivente di Dio è però la persona.

Nell’Epistola di oggi San Paolo dice: “Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: “Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo”.

Sempre Paolo nella lettera ai Corinti dice: “Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l'edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”.  (Cor  3,9-11).

Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. (1Cor 3,16-17).

Ringraziamo quindi il Signore per questo grande dono, impariamo a custodire con rispetto il nostro corpo ed a rispettare quello degli altri.

 

 

don Edy


DOMENICA 25 LUGLIO  2021

 IX  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Rif. Biblici:      1^Lettura:    2Sam           6,12b-22       

                       Epistola:       1Cr             1,25-31

Vangelo:       Mc             8,34-38

L’odierno brano del Vangelo ci richiama fortemente a due aspetti fondamentali della vita del Cristiano.

Il primo è la centralità che deve avere nella nostra esistenza la persona di Cristo Gesù.


Per lui siamo chiamati a perdere la nostra vita mettendoci nelle sue mani ed affidandoci a Lui, fidandoci della verità delle sue parole.

Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo, la salverà”.

Cosa significa perdere la propria vita?

Il termine “perdere” indica il passaggio dell’atto di fede che è una spogliazione di sé, del proprio modo di pensare, di giudicare, di progettare, di vedere le cose.

Ancora una volta è l’apostolo Paolo nell’epistola che ci aiuta a comprendere tutto questo.

Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, “chi si vanta, si vanta nel Signore”.

Che cosa è stolto per il mondo?

È’ stolto perdonare come ci dice Gesù i nostri nemici, pregare per chi ci fa del male. È stolto vivere una vita di fedeltà al proprio coniuge. È stolto consacrare la propria vita al Signore rinunciando ai beni di questa terra in primis ad avere una propria famiglia.

È stolto in poche parole ciò che ci dice il Vangelo a partire dalle beatitudini.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”.  (Mt 5,3-11).

L'essere Cristiani autentici significa avere il coraggio della testimonianza.

È il secondo richiamo di questo brano evangelico.  Non dobbiamo vergognarci del Vangelo ma poter dire con l’apostolo Paolo: “Io non mi vergogno del Vangelo”.

Nel suo libro semplice ma molto significativo Luigi Accattoli dice: “È ancora possibile oggi come sempre per un Cristiano non fuggire dal mondo e allo stesso tempo non mettervi radici?”.

Come dovrà essere il rapporto con la casa, le ore della giornata, il lavoro, il denaro, il potere, l’amore, i figli, i mass-media, il tempo libero e la domenica?

 

don Edy


DOMENICA 18 LUGLIO  2021

 VIII  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    Gdc             2,6-17       

                       Epistola:       1Ts             2,1-2,4-12

Vangelo:       Mc           10,35-45

Ancora una volta il brano evangelico di Marco che leggiamo in questa domenica ci ricorda che Gesù è venuto per servire e non per essere servito.

Il discepolo immagine di Cristo deve camminare nella storia dell’uomo con lo stesso spirito del Signore Gesù.


Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.  Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.  Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

Queste parole mi colpiscono sempre profondamente perché spesso purtroppo sono state dimenticate o messe da parte nella vita della Chiesa.

Anche la Chiesa ha scelto strade e percorsi fondati su visioni umane e terrene e non evangeliche.

Per questo è necessario continuamente un impegno di conversione per essere nel mondo come coloro che servono, come Cristo ci insegna.

Questa conversione è chiesta non solo per l’autorità della Chiesa, come vescovi e preti, ma anche per tutti i fedeli.

Dovremmo essere un popolo di fratelli e sorelle e lavorare continuamente per questa fraternità.

Nel brano dell’epistola San Paolo ci dice come lui il sommo predicatore del Vangelo, l’apostolo delle genti abbia vissuto questa fraternità, “Fratello tra i fratelli” come ci dice il Vaticano II.

Neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo.  Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che cura i propri figli.  Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari.  Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il Vangelo di Dio”.

Questo anch’io ho voluto e voglio essere in mezzo a voi, con le mie fragilità e contraddizioni.

Cosa manca spesso ad un prete, parroco o coadiutore?  Potrei dire un’amicizia ed una fraternità autentica con le persone a lui affidate.  Un’amicizia che permetta anche il confronto e la correzione fraterna.

Spesso si critica o si giudica ma non si ha il coraggio di questo confronto aperto e sincero che possa far crescere nel servizio chi è chiamato ad essere autorità ed il popolo di Dio.

Sarà mai possibile tutto questo?

Continuo a sperarlo.  Forse però si compirà solo nella pienezza del Regno.

don Edy

 


DOMENICA 11 LUGLIO  2021

 VII  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    Gs            10,6-15       

                       Epistola:       Rm             8,31b-39

Vangelo:       Gv           16,33-17,3

Il breve brano di Vangelo di oggi (sempre dal libro di Giovanni) inizia con le parole di Gesù che dice: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me.  Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!”.

Per comprendere questa affermazione così grave ed al tempo stesso solenne bisogna leggere i discorsi d’addio che lo precedono in particolare il cap. 15 di Giovanni.

Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Se non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. Chi odia me, odia anche il Padre mio. Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro mai ha fatto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. Questo perché si adempisse la parola scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.


Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio
”. (Gv 15,18-27).

Il discepolo autentico è colui che viene odiato o rifiutato perché segue percorsi che non sono del mondo, ma appartengono all’utopia evangelica, che chiede, uno stile di vita diverso da quello proposto dal mondo ed annuncia valori che il mondo non riconosce.

Siamo chiamati a rendere testimonianza a Cristo annunciando che la sua Parola è la Parola di verità.

In questo cammino faticoso ci deve sostenere la certezza che il Signore è con noi e non ci lascia soli.

Nell’epistola di oggi l’apostolo Paolo in modo sublime ci invita a questo spirito di fede.

Chi ci separerà dall’amore di Cristo?  Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? 

Come sta scritto: ‘Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello’.  Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.  Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”.

don Edy


DOMENICA 4 LUGLIO  2021

 VI  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    Es             3,1-15       

                       Epistola:       1Cor        2,1-7

Vangelo:       Mt         11,27-30

La prima lettura di questa domenica è presa dal libro dell’Esodo e ci parla della missione affidata da Dio a Mosè ma soprattutto della rivelazione del nome di Dio.

La rivelazione del nome è preceduta da alcune note molto importanti.

Dio si manifesta come Colui cha da sempre accompagna il popolo di Israele.

Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”.

Il nostro Dio non è un essere lontano e sconosciuto.  Non è il Dio dei filosofi, a cui si arriva al termine di ragionamenti astratti.  È il Dio della storia concreta dell’uomo, storia di gioie ma anche di dolori, storia di conquiste positive ma anche di conflitti.  Per questo da sempre è importante saper leggere i segni del tempo ed interpretare la storia per scorgervi la presenza di Dio.

Che cosa insegna a me o a noi ciò che sta succedendo, che cosa mi dicono le vicende del tempo presente?   Da qui bisogna partire. 

Naturalmente il cristiano rilegge la storia alla luce di Cristo e della sua Parola, perché, ci dice il Vangelo, “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio”.   Questa rilettura poi deve essere fatta in continuità con chi ci ha preceduto nella fede.

Se vogliamo conoscere Dio dobbiamo passare per Abramo, Isacco, Giacobbe e il popolo di uomini e donne che prima di noi hanno creduto, hanno accolto la sua voce ed obbedito alla sua Parola.

La fede si fonda sull’ascolto della Parola e sulla Tradizione.  Sono i due pilastri che sempre devono guidarci nella nostra sequela.

In questa prospettiva va inserita la rivelazione del nome: IAHVÈ.

Questo termine è costruito sulla radice ebraica del verbo essere ed è praticamente intraducibile.

Nella storia del popolo di Dio si sono date almeno tre spiegazioni importanti.

1-   Io sono l’Essere ossia l’eterno.

2- Io sono Colui che sono e quindi l’uomo non può conoscermi.

3- Io sono Colui che sarà, ossia ti si rivelerà di volta in volta nella tua  storia.

Penso che tutte queste interpretazioni debbano essere accolte e messe insieme.

La storia ci ha rivelato che “Eterno è il suo Amore” e non viene mai meno.  Egli è l’Eterno!

Egli si rivela ogni giorno di più ed il futuro è nelle sue mani. “Chi ci salverà?  Colui che sarà sempre con noi!”

Rimane però per questo sempre un mistero, a noi mai rivelato nella sua interezza.

Accogliamo quindi l’invito del Vangelo, lasciandoci guidare da Gesù il Cristo perché solo in Lui troveremo ristoro e senso per la nostra vita.

don Edy

DOMENICA 27 GIUGNO  2021

  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    Gen             17,1b-16       

                       Epistola:       Rm                4,3-12

Vangelo:       Gv              12,35-50

Anche questa quinta domenica dopo Pentecoste ci invita ad approfondire il tema della sequela.

Oggi ci viene detto che il discepolo autentico è colui che dimora nella luce, che è Cristo, e si lascia illuminare e guidare da lui.

Il tema della luce si trova lungo tutta la narrazione biblica.

La prima parola che Dio, il Creatore, pronuncia è: “Sia la luce.  E la luce fu.  E Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.  E fu sera e fu mattino…”.

E l’ultima pagina della Scrittura è di nuovo nel segno della luce.  L’Apocalisse si chiude dicendo: “La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

Oggi leggiamo un brano del Vangelo di Giovanni che ha tra i temi principali proprio quello della luce.  È Gesù il Verbo la luce vera venuto nel mondo per illuminare ogni uomo.

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.  Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.  In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.  Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.  Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. (Gv 1,1-9).

Affermare che il Verbo di Dio è la nostra luce significa CREDERE che è lui che dà senso e significato alla nostra esistenza.  Chi crede in lui scopre che la vita non è un vuoto camminare senza sapere dove si va, ma è aprirsi alla grazia di Dio, scoprire la bellezza di essere stati chiamati/e ad essere figli e figlie.

A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”. (Gv 1,12-13).

Noi non siamo nelle tenebre.  Per noi la morte non è più una tragedia, ma è il passaggio finale e definitivo alla casa del Padre dove sperimenteremo la bellezza piena di essere figli diletti e amati  dal Padre, nostro Creatore.

Oggi quindi siamo chiamati anzitutto a dare senso pieno alla prima frase della professione di fede, il Credo, là dove diciamo: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore”.

La luce di Dio ci dice che non è un essere lontano e sconosciuto ma è il Creatore che ci rivela la sua paternità e ci chiama a vivere la gioia piena di essere figli amati.

Questa affermazione è però spesso messa alla prova per la nostra debolezza, fragilità e fatiche.

Spesso sentiamo domande come queste.

Se Dio è Padre perché dobbiamo soffrire?

Se siamo figli perché spesso appare come molto lontano?

In realtà è la dialettica propria della fede e del credere.  Credere ci introduce nel Mistero che non possiamo comprendere.    San Paolo dice che nella fede non vediamo ancora in pienezza, non c’è la certezza di quanto creduto o sperato.

La fede autentica è sempre accompagnata dal dubbio altrimenti non sarebbe fede ma visione.

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto”. (1Cor 13,12).

C’è il desiderio di vedere, di capire e di conoscere, ma non possiamo farlo in pienezza.  Cerchiamo di mantenere però viva la tensione che ci porta a cercare Dio.

Facciamo nostra l’invocazione del Salmo responsoriale: “Cercate sempre il volto del Signore”.

don Edy


DOMENICA 20 GIUGNO  2021

 IV  DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Rif. Biblici:   1^Lettura:    Gn      18,17-21;19,1.12-13.15.23-29       

                       Epistola:      1Cor            6,9-12

Vangelo:    Mt              22,1-14

La pagina evangelica di questa domenica risulta chiaramente dall’unione di due testi, due parabole accostate: la prima costruita attorno al simbolo del convitto di nozze, la seconda al simbolo dell’abito della festa.

La narrazione ha un chiaro carattere storico, ossia rilegge simbolicamente la storia di Israele e della Chiesa primitiva.

Il popolo eletto, quel popolo che come leggiamo nel libro dell’Esodo era stato chiamato a concludere l’Alleanza con Iahvè, alleanza riassunta nelle parole “Voi sarete il mio popolo, perché Io sono il vostro Dio”, ha tradito e rifiutato l’amicizia di Iahvè, in particolare rifiutando di credere che Gesù fosse il Figlio, il Diletto.

La venuta del Figlio è descritta con l’immagine della Festa di nozze a cui gli invitati non hanno voluto partecipare. “Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.  Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città”.

È il dramma vissuto dai discepoli che dopo aver sperimentato il rifiuto dei Giudei nei confronti di Gesù vengono a loro volta rifiutati e perseguitati.  È il dramma che porta alla rottura definitiva con i Giudei, ma allo stesso tempo apre all’accoglienza di tutti coloro che erano fino ad allora esclusi, senza nessuna distinzione, cattivi e buoni, uomini e donne, ricchi e poveri.

Unica cosa richiesta è la veste candida ossia il segno della volontà di appartenere alla Chiesa, la comunità dei credenti in Cristo.

Oggi quindi siamo invitati a dire grazie al Signore perché ci ha resi partecipi della sua salvezza e chiamato ciascuno di noi ad essere parte del suo popolo.

Nel Battesimo ci è stata data la veste di coloro che sono invitati alla Festa.  Nel consegnarla il sacerdote ha detto:

 


SEI DIVENTATO UNA NUOVA CREATURA,

E TI SEI RIVESTITO DI CRISTO.

QUESTA VESTE BIANCA

SIA SEGNO DELLA TUA NUOVA DIGNITÀ:

AIUTATO DALLE PAROLE E DALL’ESEMPIO DEI TUOI CARI,

PORTALA SENZA MACCHIA PER LA VITA ETERNA”.

 

Tre sono le sottolineature importantissime.

- Sei diventato/a nuova creatura, perché rivestito/a di Cristo.

-Segno della tua dignità.

-Portala senza macchia per la vita eterna.

Come stiamo portando questa veste che ci è stata donata?

Siamo consapevoli della grande dignità del discepolo, perchè rivestiti di Cristo?

Noi siamo creature nuove o vecchie, perchè ancora immerse nel nostro peccato, egoismo, cattiveria?

Perchè ancora incapaci di portare nel cuore i sentimenti di Cristo?

 

don Edy


DOMENICA 13 GIUGNO  2021

                     III DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:    Gen             2,18-25       

                       Epistola:      Ef                5,21-33

Vangelo:    Mc             10,1-12

Siamo nel tempo dopo Pentecoste che mette al centro il tema della SEQUELA. Oggi ci dicono le letture, vissuta attraverso la vita coniugale.  Il brano di Vangelo afferma: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” unione che avviene nel matrimonio sacramento.  La prima lettura ci parla in modo figurato di ciò che è a fondamento di questa unione. La donna non è un essere inferiore, ma è uguale in dignità all’uomo. Il maschile ed il femminile sono l’immagine somigliantissima di Dio. “E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò”. (Gen 1,27).

La tradizione cristiana parla dell’altro o dell’altra come complementari che nell’incontro e nell’unione di vita realizzano e completano se stessi.

Il matrimonio è una via per questo incontro ed è visto nella storia della Chiesa  come Vocazione.

Cosa significa?  Ai fidanzati che vengono a chiedere il matrimonio cristiano pongo sempre queste domande.

Sei convinto che Dio ti ha fatto per la vita matrimoniale?

Sei sicuro (nella misura del possibile) che la persona che vuoi sposare è quella che il Signore ha fatto per te e che tu sei fatto per lei?

Naturalmente occorre un grosso lavoro di “Discernimento”.  Saper andare oltre gli aspetti esteriori che colpiscono molto e passare da un approccio emotivo ad uno che sa andare in profondità delle cose e poter dire: “Il Signore ci chiama, ci ha fatti per vivere insieme per sempre”.

Oggi spesso ci si chiede perché per sempre?  La Chiesa dice perché gli sposi cristiani sono immagine dell’amore di Dio.  L’amore di Dio non finisce mai, dura per sempre ed allora anche l’amore tra i coniugi deve durare.

Per questa ragione gli sposi consapevoli della propria debolezza chiedono l’aiuto del Signore nel Sacramento.

Perché molti battezzati non si sposano più in Chiesa? Spesso (non dico sempre) perché hanno una fede molto superficiale o perché hanno paura e sentono il “Per sempre” come un peso impossibile da portare.

Perché tanti matrimoni celebrati in Chiesa falliscono o sono falliti?

Ogni persona ha una sua storia ed è quindi impossibile dare una risposta precisa che valga per tutti.  In generale potrei dire perché pur facendo il matrimonio in Chiesa lo si è fatto per motivi esteriori senza una ricerca ed un discernimento profondi, perché non si è capito che l’amore autentico sta nel saper dare se stessi. “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”. (At 20,35).

Oggi si parla molto di “Crisi o emergenza educativa” e questa crisi colpisce molto questo aspetto della vita del Cristiano.

Bisogna ritornare ad educare i piccoli ed i giovani ai grandi valori della vita, dell’amore autentico e del dono di sé.

 

don Edy

 


DOMENICA 6 GIUGNO  2021

 II DOMENICA DOPO PENTECOSTE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:    Sir             16,24-30       

                       Epistola:    Rm               1,16-21

Vangelo:   Lc              12,22-31

Il tempo dopo Pentecoste (tempo orinario nel rito romano) ci invita a riflettere sui contenuti della vocazione cristiana e sulla sequela a Cristo Signore.

Ci sono parole che ascoltate in particolari situazioni risultano problematiche, al limite inaccettabili. Così è dell'Evangelo di oggi, una pagina che mi ha inquietato. Se potessi non aprirei bocca. In questi tempi di crisi economica, di perdita di posti di lavoro, di incapacità per molte famiglie ad arrivare a fine mese, come posso ripetere: Non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete… di quello che indosserete… e di nuovo: Non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete… non state in ansia… Il paragone così suggestivo con gli uccelli del cielo che certo non lavorano per procurarsi cibo e i gigli del campo ai quali Dio stesso provvede un abito di stupenda bellezza, questo paragone rischia d'esser indisponente. A differenza degli uccelli e dei fiori del campo, noi dobbiamo, con il sudore della fronte, procurarci cibo e vestito. Questi beni necessari non piovono dall'alto ma sorgono dalla fatica quotidiana. E oggi è addirittura arduo trovare il modo di procurarseli, è arduo trovare lavoro. Sembrerebbe quindi una pagina del tutto inattuale, improponibile. Una pagina che sembra suggerire una sorta di tranquilla attesa di una soluzione dall'alto grazie ad una Provvidenza che non può non farsi carico di ciò che è per noi necessario. Ma andiamo al cuore dell'evangelo odierno, a quel triplice appello di Gesù: Non preoccupatevi, anzi si dovrebbe tradurre non angosciatevi! Ho pensato immediatamente a quante persone si sono tolte la vita perché si sono sentite impotenti di fronte alle responsabilità che la crisi economica gettava sulle loro spalle. Schiacciati dalle preoccupazioni, angosciati, proprio come dice l'evangelo di oggi. Disperati. Ma senza arrivare a questi casi davvero estremi, quanti padri e madri di famiglia guardano con preoccupazione al futuro dei loro figli, quanti giovani dormono sonni inquieti per un domani incerto. Ma perché, come ci dice l'Evangelo, dovremmo superare l'angoscia? Semplice e disarmante la risposta: Dio nutre gli uccelli del cielo, Dio riveste l'erba del campo, Dio sa che noi uomini abbiamo bisogno di cibo e vestito. In una parola: Dio si prende cura. L'angoscia che nasce dalla terribile esperienza della impotenza di fronte ad un futuro incerto e fosco può trovare nella fede, non già la ricetta miracolistica ma la serena certezza che i nostri giorni, fragili e incerti, sono affidati a Colui che conosce ciò di cui abbiamo bisogno, affidati ad un Dio che si prende cura. La fede non è insieme di risposte rassicuranti ma una sola elementare certezza: Dio sa ciò di cui abbiamo bisogno e si prende cura. Una certezza che sembra scossa proprio dai giorni che viviamo segnati per tanta gente dalla paura d'esser travolti da un futuro sempre più incerto. Come aver fede quando le più elementari certezze vacillano? La certezza del lavoro e del pane quotidiano, la certezza di un domani affidabile. Come non cedere all'amara conclusione che la condizione umana è storia insensata piena di furore e di furia, che non vuol dire niente? 


La fede è certezza che nonostante tutto Dio si prende cura di noi, come una mano amica che tiene la nostra mano, la stringe per infondere coraggio e così aiutare ad attraversare la bufera e vincere l'inquietudine. A noi è detto di cercare una cosa sola: il Regno di Dio e la sua giustizia. Cercarlo, perchè è già in mezzo a noi, nascosto negli innumerevoli gesti di amore, condivisione, accoglienza, fraternità, giustizia, di cui tanti uomini e donne sono capaci soprattutto nei giorni difficili. Cerchiamolo in questi gesti. Quando fa buio non serve imprecare contro l’oscurità. Basta accendere una pur piccola luce.

don Edy

 


DOMENICA 30 MAGGIO  2021

 DOMENICA SS. TRINITÀ

 

Rif. Biblici:  1^Lettura:          Es             33,18-23;34,5-7a       

                          Epistola:    Rm             8,1-9b

Vangelo:     Gv           15,24-27

Dopo aver celebrato la solennità di Pentecoste che ha segnato l’inizio dell’opera della Chiesa, oggi la liturgia ci invita a contemplare il mistero di Dio che si è rivelato come Padre, Figlio e Spirito Santo.  È il mistero della Trinità che è posto a fondamento della nostra fede e che guida la nostra esistenza. Nella trinità siamo stati battezzati, nella trinità siamo stati benedetti perché Dio si è rivelato a noi nella storia così.


Benedetto XVI nel saluto dell’Angelus della festa della SS. Trinità del 2009 diceva:
Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza”: è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore”.

Siamo immagine di un Dio che è relazione, relazione d’amore.  Per questo la nostra vita deve essere fondata sull’amore e deve manifestare un amore vero e profondo. 

Quando iniziamo una giornata con il segno della Croce diciamo: “O Dio mi metto nelle tue mani, perché possa essere veramente immagine del tuo grande amore”.

don Edy


DOMENICA 23 MAGGIO  2021

                             DOMENICA DI PENTECOSTE

 Rif. Biblici:      1^Lettura:     At                2,1-116       

                       Epistola:       1Cor          12,1-11

Vangelo:       Gv             14,15-20

 La festa di Pentecoste ha segnato con l’effusione dello Spirito l’inizio del tempo della Chiesa.

Con il dono dello Spirito Gesù porta a compimento la promessa fatta ai suoi discepoli nella notte che ha preceduto la sua passione.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi.  Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete .  In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi”.

Egli continuerà ad essere accanto ai suoi discepoli e lo sarà anche per i discepoli che verranno dopo di loro.  Non sarà una presenza fisica ma spirituale e sacramentale.

Due i luoghi decisivi di questa presenza.

Il primo è il cuore.  Con questo termine la Scrittura non indica unicamente la dimensione affettiva della persona, quanto l’interiorità, noi diremmo la Coscienza.

È in questo spazio interiore che ognuno di noi esercita la sua libertà e compie le sue scelte. È nella coscienza che risuona la voce di Dio e nella misura che noi ci lasciamo guidare da questa voce possiamo compiere scelte secondo il cuore di Dio e non secondo visioni umane.

Lo Spirito, ci dice l’apostolo Paolo, ci porta al rapporto più vero e corretto con Dio che si esprime nel grido Abbà – Padre.

È lo Spirito che ci dona la gioia di riconoscerci Figli e non Servi.


Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio.  E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!».  Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.  E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria”. (Rom 8,14-17).

Un secondo luogo dove lo Spirito si manifesta è la Comunità

(Ecclesia).

È nella Chiesa che lo Spirito rende presente il Cristo Risorto nei Sacramenti a partire dall’Eucaristia.  È nella Chiesa che suscita vocazioni per il servizio della Comunità e di tutti gli uomini.  È nella Chiesa che chiama uomini e donne a riconoscersi Figli di Dio e quindi Fratelli.  Ancora una volta siamo chiamati a compiere un lavoro che unifichi tutti gli aspetti della sua presenza.

La Chiesa non è solo Sacramentalità e ritualismo, ma anche fraternità ed universalità e a noi è chiesto di saper essere testimoni di simile presenza.

Oggi non a caso si celebra la Festa delle genti a ricordarci che ogni uomo o donna sono chiamati a riconoscersi ed essere riconosciuti Fratelli e sorelle nella Chiesa.

 

don Edy


DOMENICA 16 MAGGIO  202

VII DOMENICA DI PASQUA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:     At            1,15-26       

                       Epistola:       1Tim          3,14-16

Vangelo:       Gv           17,11-19

 La Pentecoste che noi celebriamo domenica prossima ha segnato l’inizio della vita della Chiesa e l’uscita dei discepoli verso tutti i confini della terra. “Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo” dice nella sua preghiera Gesù prima di offrire se stesso nella sua Pasqua.

C’è un breve spazio di tempo tra l’Ascensione di Gesù al cielo e la Pentecoste, tra il saluto finale e l’invio dei discepoli.

Il brano degli Atti che oggi leggiamo ci dice che non è un tempo vuoto.  Nell’attesa dello Spirito e di essere inviati, il gruppo dei discepoli si struttura per essere nel mondo segno della volontà del Padre di chiamare a sé un popolo nuovo, il popolo dei redenti in Cristo.

Vorrei sottolineare questi aspetti molto significativi.

Anzitutto i discepoli vogliono andare oltre il tradimento di Giuda Iscariota.  Ciò che lui ha fatto non li può e non li deve fermare.

I discepoli sono uomini e anche se hanno condiviso con Gesù tanti giorni, hanno ascoltato la sua parola, l’hanno seguito sulle strade della Galilea e della Giudea, non sono immuni dal peccato.

Spesso sentiamo frasi come queste: “Non pensavo che queste cose potessero succedere nella Chiesa” e di conseguenza si conclude: “Cristo sì, la Chiesa no”.

La storia ancora una volta invece ci insegna che bisogna essere molto realisti e non bisogna scandalizzarsi di fronte a niente.

Certo si rimane amareggiati e delusi di fronte al peccato di un uomo di Chiesa, ma questo fa parte della realtà delle cose.  È successo a Gesù quindi può succedere anche a noi.

Bisogna andare avanti perché non crediamo negli uomini, ma in Cristo Signore.

Gli uomini, anche quelli posti in alto possono sbagliare.  Chi ci salverà è Cristo Signore.

La seconda annotazione è che gli apostoli avvertono la necessità di dover essere dodici, perché dodici indica la totalità del popolo di Dio che si fondava sui dodici figli di Giacobbe.

Il nuovo popolo di Dio si fonderà sui dodici apostoli testimoni delle sue opere, parole ed in particolare resurrezione.


Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto tra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua resurrezione”.

La nostra fede si fonda sulla testimonianza degli Apostoli, per questo è una fede “APOSTOLICA”.

Tutte le domeniche diciamo: “Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica”.

Preghiamo affinché a partire dalla loro testimonianza la Chiesa possa essere “Cattolica, santa ed una”.

 

don Edy


DOMENICA 9 MAGGIO  2021

VI DOMENICA DI PASQUA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:     At            26,1-23       

                       Epistola:       1Cor          15,3-11

Vangelo:       Gv             15,26-27

Ci stiamo avvicinando alla Pentecoste che ha segnato per i discepoli l’inizio di un’era nuova.

Gesù non sarà più con loro o con i Cristiani che verranno dopo di loro.  Sarà lo Spirito di Gesù a renderlo presente in mezzo a loro in modo misterico o sacramentale.

Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza perché siete con me fin dal principio”.

Il tempo dello Spirito è il tempo della “Testimonianza”, come ci dice il brano del Vangelo.  Una testimonianza che ha aspetti diversi.  Lo Spirito nel giorno di Pentecoste ha dato ai discepoli la forza di diventare testimoni.

La loro testimonianza è la base su cui si fonda la nostra fede, la “Fede Apostolica”.


Molto importante è il brano dell’Epistola: “Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”.

Come Paolo anche tutti noi abbiamo ricevuto il dono della fede e come lui anche noi siamo chiamati a trasmetterla agli altri.

La testimonianza ricevuta diventa trasmissione (in latino traditio-tradizione).

Perché sono Cristiano (mi chiedo qualche volta), perché sono diventato prete?

Sicuramente perché come Paolo (nella prima lettura) mi sono incontrato con il Cristo in un momento particolare della mia vita.  Egli mi aspettava e mi chiamava sulla mia via di Damasco, così come penso dovrebbe essere stato per ciascuno di voi.

Ma quante persone con la loro testimonianza di fede mi hanno portato a quell’incontro.  Mia madre anzitutto con la sua fede rigida e dolce allo stesso tempo profondissima, i preti e le suore che ho incontrato sin da bambino, i ragazzi grandi-giovani dell’oratorio.  Tutti mi hanno trasmesso qualcosa di ciò che avevano ricevuto per darmi la luce di Cristo.

Ora tocca a noi.  Ci dobbiamo chiedere come sappiamo essere testimoni per trasmettere ciò che abbiamo ricevuto?  Sono convinto che il dono di fede non è un tesoro da conservare o nascondere nel privato della mia vita ma va manifestato anche se come dice il Vangelo a causa di questo potremmo essere derisi, messi alla berlina o perseguitati.

Il Vangelo di Luca dice: Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti.  A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri. Inoltre vi dico: Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. (Lc 12,2-9).

Preghiamo perché lo Spirito ci dia la forza di questa testimonianza.

 

don Edy








DOMENICA 25 APRILE  2021

IV DOMENICA DI PASQUA

 

Rif. Biblici:   1^Lettura:           At           20,7-124       

                       Epistola:            1Tm           4,12-16

Vangelo:             Gv          10,27-30

Ogni anno la quarta domenica del Tempo di Pasqua ci presenta Gesù Buon Pastore.


In realtà il testo originale in greco dice: “Egò eimì o poimen o Kalòs” (Gv, 10,11 e 10,14). Io sono il pastore bello.  Mentre il latino dice: “Ego sum pastor bonus”.  Io sono il Buon Pastore.

Mi ha sempre incuriosito molto la traduzione latina che si discosta dall’originale greco di Giovanni.

Poi ho capito perché San Gerolamo che tradusse la Bibbia in latino, su ordine di Papa Damaso I, per il popolo che non conosceva il greco e tantomeno l’ebraico fece questa scelta.

La sua fu una traduzione non legata alla lettera, ma al significato che il termine poteva simbolicamente indicare.

Nella sua traduzione (chiamata VULGATA ossia  per il vulgus-popolo) vuole richiamare che la Bellezza non è quella fisica o naturale che passa e si deteriora, ma quella eterna che è l’amore di Dio, la misericordia di Dio, il perdono di Dio.  Egli è “Grande ed eterno nella sua misericordia”.  Gesù è venuto a farci vedere e conoscere tutto questo.  La sua Bontà è il segno della bellezza eterna.

La Vulgata è stato il testo ufficiale della Chiesa dal V secolo dopo Cristo fino alla riforma del Concilio Vaticano II del 1963.

Per questo l’espressione “Buon Pastore” si è profondamente e giustamente radicata nella nostra fede.

Il brevissimo brano evangelico di oggi è posto quasi al termine del Cap. 10 e ci mostra i contenuti di questa “Bontà Bella”.

Tre passaggi.

Riguardo alle pecore “Ascoltano e seguono”.

Riguardo al pastore “Conosce le pecore e da loro la vita eterna”.

Riguardo la qualità di questa relazione reciproca “Non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”.

Ci interroghiamo anzitutto sull’ascolto, l’atteggiamento importantissimo che porta alla sequela. 

La preghiera fondamentale dell’Antico Testamento inizia proprio così: “Ascolta Israele”.

Nella lettera ai Romani l’apostolo Paolo dice che la “fede deriva dall’ascolto”.

L’ascolto deve essere apertura e disponibilità ad accogliere la Parola che ci è stata donata e di conseguenza generare una relazione attiva che ci porta all’incontro ed alla sequela.

In secondo luogo, dobbiamo sempre ricordarci che anche nella prova, nella malattia, nelle sconfitte, nella morte non siamo soli ed abbandonati.

Il pastore ci conosce, ci assiste, ci dona la vita eterna e niente ci può separare da Lui.

Guardare oggi a Gesù Buon Pastore ci aiuti quindi a vincere le paure che ci prendono in questo tempo che stiamo passando.

Eleviamo il nostro sguardo e sappiamo andare oltre, memori che la nostra storia ci porta verso la bellezza eterna nella bontà infinita di Dio.

 

don Edy

 


DOMENICA 18 APRILE  2021

III DOMENICA DI PASQUA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             At            16,22-34       

                       Epistola:               Col            1,24-29

Vangelo:               Gv          14,1-11a

 Non sia turbato il vostro cuore” è l’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli.

Il brano di Giovanni che ascoltiamo oggi (III domenica di Pasqua) fa parte di una sezione molto importante del suo libro.

Vengono raccolti dal Cap. 14mo al 17mocompreso i discorsi di “Addio” pronunciati da Gesù prima della sua passione e morte.

Ci introducono a questi discorsi le parole di Gesù stesso che leggiamo a conclusione del Cap. 13mo: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico anche a voi: dove vado io voi non potete venire”.

Il turbamento dei discepoli nasce da queste parole.  Gesù se ne va e i suoi discepoli non possono seguirlo.

Possiamo dividere il brano in queste parti.

1  -    Invito a credere (abbiate fede in Dio e abbiate  fede anche in  me).

2  -   La fede deriva dal sapere che la morte non è la fine, il termine di ogni cosa,  ma un andare alla “Casa” del Padre dove ci sono molti posti.

3  -   Ogni discepolo conosce il percorso (Gesù dice la “Via”) per andare alla casa del Padre.

4  -   Gesù è la via che conduce al Padre ed in questo sta la verità non ne esiste un’altra.  Solo seguendo la via che è Gesù si avrà la vita.

Ogni Cristiano deve riflettere su queste parole per vivere in pienezza la sua esistenza.  Ci chiediamo se noi crediamo fino in fondo alla Parola di Gesù: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso, ma il Padre che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: Io sono nel Padre e il Padre è in me”.

Allora ci chiediamo.

Qual è il senso della nostra vita?

Crediamo che è un andare verso la Casa del Padre?

Perché tanto affanno, tante paure anche tra noi discepoli quando invece Gesù ci dice: “Non sia turbato il vostro cuore”.

Sicuramente anche Gesù di fronte alla prospettiva della sua morte ha provato un forte turbamento e lo ha confessato: “Ora l’anima mia è turbata”. 

Il turbamento che prova viene però superato dalla fiducia che egli ripone nel Padre, fino al punto supremo sulla Croce quando dice: “Nelle tue mani affido il mio spirito”.

Questa è la via che anche noi dobbiamo seguire: metterci nelle sue mani ed affidarci a Lui.

don Edy


DOMENICA 11 APRILE  2021

 DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             At            4,8-24a          

                       Epistola:               Col           2,8-15

Vangelo:               Gv          20,19-31

 Questa domenica chiude l’ottava di Pasqua, gli otto giorni in cui abbiamo celebrato la resurrezione del Signore Gesù, la sua vittoria sulla morte.

Leggiamo in questa domenica uno dei brani evangelici più significativi tra i racconti cosiddetti della Resurrezione.

L’apostolo Tommaso, il personaggio al centro di questo racconto, è segno e simbolo dell’umanità intera e della fatica che dobbiamo compiere per fidarci completamente del Signore e credere senza aver visto, dando così compimento alle parole di Gesù: “Beati quelli che non hanno visto ed hanno creduto”.

Il nostro non è il tempo della visione ma il tempo della fede che si fonda sulla testimonianza che gli apostoli ci danno della vita, delle parole, delle azioni di Gesù.

Sempre Giovanni nella prima lettera scrive: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi”.  La nostra è da sempre chiamata la fede “Apostolica”.

La testimonianza degli apostoli ha come scopo quello di far conoscere e far crescere la fede in Gesù, per avere la salvezza eterna. Giovanni chiude il suo Vangelo con queste parole: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. (Gv 20, 30-31).

Gesù ritorna dopo otto giorni per dare un ultimo segno ai discepoli, e non solo a Tommaso, che dovranno testimoniare al mondo intero di averlo visto, ascoltato, toccato non solo durante la sua vita terrena, ma anche dopo la sua morte.

Però va detto che se anche noi crediamo abbiamo ancora bisogno di vedere segni ed immagini che facciano memoria per noi degli eventi di salvezza.

Le immagini, icone della chiesa orientale sono dei segni che sin dai primi secoli hanno aiutato a credere.

In Europa, nel medioevo, si è sviluppata la cosiddetta: “Biblia pauperum.”. La gente che non sa leggere impara guardando le storie dell’A.T. e N. T. dipinte sulle pareti delle chiese. Pensiamo a Giotto, alla Basilica di S. Francesco in Assisi o alla cappella degli Scrovegni a Padova. Esempi mirabili eccezionali dell’arte che aiuta la fede. Ma sono tanti gli esempi di Biblia pauperum che hanno educato i nostri   antenati a credere vedendo ciò che l’arte produceva.

Nel Risorgimento grandi opere sostituiscono la Biblia pauperum.


Sono andato a rivedere, ma meglio dire contemplare, uno dei dipinti più belli ed importanti di Caravaggio, anche se non molto conosciuto – Incredulità di San Tommaso – dove Gesù prende la mano di Tommaso perché metta il dito nella piaga del costato.    

È Gesù che dice attraverso il Merisi mi vedi, sono vivo, toccami e la gente lo può vedere.  Ma ancora di più il dipinto di Caravaggio afferma una grande verità teologica: il Risorto porta alla gloria le ferite e piaghe della Passione e della Croce.

I contemporanei di Caravaggio giudicarono questo dipinto scandaloso per il suo realismo.

In realtà la fede non ha origine da una fiaba, ma da una storia reale radicata nell’umanità.

Quell’uomo crocefisso è in realtà il Figlio di Dio e anche noi come Tommaso diciamo: “Mio Signore e mio Dio”.  

don Edy


DOMENICA 28 MARZO  2021

DOMENICA DELLE PALME

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is            52,13-53,12           

                                                            Epistola:               Eb            12,1b-3

Vangelo:               Gv           11,55-12,11

 

La domenica delle Palme ci introduce nella Settimana Santa che fa memoria della Passione, Morte e Resurrezione del Signore Gesù.


Il brano dell’epistola ci invita a tener fisso lo sguardo su di Lui che sta per compiere la sua Pasqua.

Il brano di Vangelo ci dice in modo simbolico che Gesù è l’“Unto” del Signore.

L’unzione è compiuta da Maria sorella di Lazzaro che Gesù aveva resuscitato dai morti.

L’unzione era un segno benaugurale di vita eterna e di immortalità.

Gesù è colui che vince la morte ed apre le porte dell’eternità all’umanità intera.

Deve però prima passare attraverso l’umiliazione estrema: “Disprezzato e reietto dagli uomini … era disprezzato dagli uomini e non ne avevano alcuna stima” dice la prima lettura (il carme del servo di Jahvè).

Va incontro alla morte scelta volontariamente come sacrificio per la salvezza di tutti gli uomini portando su di sé i nostri peccati.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.  Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.  Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.  Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”.

Per questo Egli sarà glorificato dal Padre: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.  Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”.

Noi celebreremo tutto questo nella liturgia di questa settimana a partire da giovedì sera, ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia.

Venerdì pomeriggio Passione e Morte.

Sabato sera Veglia di Resurrezione.

don Edy

 


DOMENICA 21 MARZO  2021

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

 

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Dt           6,4a.20-25             

                       Epistola:               Ef             5,15-20

Vangelo:               Gv          11,1-53

La Pasqua è ormai vicina e la Chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, preannuncio della resurrezione di Gesù.

Il brano è molto complesso ed elaborato.

Un primo particolare da sottolineare, a prima vita sconcertante, Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano, dopo aver saputo della malattia di Lazzaro.  Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione) decide di recarsi in Giudea per compiere la volontà di Dio: manifestare la sua gloria ed essere riconosciuto come colui che rivela il Padre.

Prima del miracolo della resurrezione Gesù prega dicendo: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.  Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”.

Egli è l’inviato dal Padre a manifestare la sua gloria.

Il secondo insegnamento, molto caro all’evangelista Giovanni, contro chi affermava che Gesù non era un vero uomo, è la descrizione dei sentimenti umanissimi vissuti da Lui.  Egli si commuove e prova un profondo turbamento quando si incontra con Marta e Maria, sorelle di Lazzaro e scoppia in pianto.

L’umanità di Gesù è vera e reale.

I grandi Concili del III e IV secolo dopo Cristo affermeranno che Egli è “Verus Deus et verus homo” – “Vero Dio e vero uomo”.

Ancora una volta siamo riportati al cuore del Mistero di Cristo.  Colui che è Dio e si è umiliato, fatto povero e piccolo assumendo la nostra umanità per condividere in tutto la nostra condizione, anche le fatiche, le contraddizioni, le paure, il pianto.

Il terzo particolare altrettanto importante sono le parole di Gesù. “Lazzaro vieni fuori”.  E dopo: “Liberatelo e lasciatelo andare”.

Gesù è colui che per volontà del Padre ci fa uscire dalla schiavitù della morte, dal Regno delle tenebre per donarci la libertà dei figli di Dio: “Liberatelo e lasciatelo andare”.

Questo è il Segno di fronte al quale bisogna compiere una scelta, o con Gesù o contro di Lui.  A Marta Gesù aveva detto: “Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.  Credi tu questo?”.

Questa domanda attraversa tutta la storia dell’umanità: “Credi tu questo?”.

Molti dei Giudei che erano venuti da Marta e Maria, alla vista di ciò che Egli aveva compiuto, credettero in Lui.

I capi dei sacerdoti e i farisei invece decisero di ucciderlo, perché il loro cuore era chiuso ad ogni rivelazione.

Oggi il Signore Gesù ripete a noi la stessa domanda:

“Credi tu?”.

Da che parte stiamo?

Crediamo veramente che Gesù è colui che ci rivela l’essenza più profonda di Dio?

Crediamo che Dio in Gesù ha voluto condividere con noi la sofferenza, il dolore, la sconfitta e la morte?

Crediamo che Lui e solo Lui è resurrezione e vita?

Fare Pasqua significa poter rispondere: “Sì lo credo”.

 

don Edy

 


DOMENICA 14 MARZO  2021

 

 

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Es          33,7-11a          

                           Epistola:               1Ts           4,1b-12

                           Vangelo:               Gv           8,12

La quarta domenica di Quaresima è la domenica del cieco nato.

Anche quest’oggi il brano del Vangelo di Giovanni che ci introduce nel tema parlandoci del dono della LUCE che abbiamo ricevuto nel Battesimo.

Il fango spalmato da Gesù sugli occhi del cieco è un segno della prima creazione, richiamando il Cap. 2 di Genesi (il libro delle nostre origini) “Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente”. (Gen 2,7)

Il dono di Dio però è stato usato male dall’uomo che ha peccato mettendo se stesso al centro e non il Signore. Per questo l’uomo è rimasto cieco, proprio a causa della sua mancanza di fiducia ed obbedienza verso colui che dal fango lo aveva plasmato.

La cecità è menzionata spesso dalla Sacra Scrittura come conseguenza della mancanza di fede in Dio. Chi non crede non vede, non può vedere ciò che è vero e giusto.

L’invito di Gesù “Va a lavarti nella piscina di Siloe” richiama in modo chiaro e diretto il Battesimo.

Nel Battesimo siamo stati lavati e ci è stata donata la luce della fede che ci fa vedere là dove normalmente non possiamo vedere.

Anche noi come il cieco nato siamo chiamati a dire “Sì Signore io Credo”.  Ogni giorno questo atto di fede va rinnovato ed approfondito. “Sì Signore io credo che tu sei la mia luce, colui che illumina il mio cammino sui sentieri della vita”.

Nel Battesimo siamo stati illuminati per esser a nostra volta luce per le persone che vivono con noi, accanto a noi o che incontriamo.

La piscina in cui il cieco nato va a lavarsi è la piscina di Siloe. L’evangelista annota che il termine Siloe significa “Inviato”. Siamo stati illuminati per essere inviati a portare la luce nel mondo.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. (Mt 5, 14-16).È un dono grande sublime quello che il Signor ci ha dato essere suoi collaboratori nella lotta contro le tenebre per illuminare il mondo e di questo lo ringraziamo.  È un compito che ci è stato dato e chiediamo di poter portarlo a compimento nella preghiera.

 PREGHIERA SEMPLICE

Signore, fa di me uno strumento della tua Pace

Dov'è odio fa ch'io porti l'Amore

Dov'è offesa ch'io porti il Perdono

Dov'è discordia ch'io porti l'Unione

Signore, dov'è dubbio fa ch'io porti la Fede

Dov'è errore ch'io porti la Verità

E dov'è disperazione la Speranza

Dov'è tristezza ch'io porti Gioia

Dove sono le tenebre ch'io porti Luce

Maestro, fa che io non cerchi tanto ad esser consolato

Quanto a consolare, a consolare

Ad essere compreso quanto a comprendere

Ad essere amato quanto ad amare

Poiché è dando che si riceve

È perdonando che si è perdonati

Morendo che si risuscita a vita eterna

Signore, fa di me uno strumento della tua Pace

Dov'è odio fa ch'io porti l'Amore

E dov'è disperazione la Speranza

Dov'è tristezza ch'io porti Gioia

Dove sono le tenebre ch'io porti Luce                         

San Francesco

 

don Edy


DOMENICA 7 MARZO  2021

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Domenica di Abramo

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:                    Es           32,7-13b         

                               Epistola:                     1Ts            2,20-3,8

Vangelo:                       Gv            8,31-59

 La terza domenica di Quaresima è la domenica di Abramo.

Nel percorso della catechesi battesimale di questa domenica oggi ci viene detto che nel Battesimo ci è stato dato il seme della libertà, un seme che deve crescere in noi giorno dopo giorno.

Il brano evangelico ci indica un percorso che si basa su tre momenti fondamentali.   “Se rimanente nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

RIMANERE nella parola

CONOSCERE la verità

LA VERITA' vi farà liberi.

Il tema della verità attraversa tutto il Vangelo di Giovanni su due versanti.

Gesù è venuto per dare testimonianza alla verità.

Ogni uomo è chiamato ad accogliere la sua Parola per conoscere la Verità.  Chi non l'accoglie rimane nelle tenebre.  Fondamentali sono le parole pronunciate da Gesù di fronte a Pilato nel Pretorio “Allora Pilato disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re.  Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità.  Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».  Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante”. (Gv 18,37-40).

La domanda di Pilato: «Cos'è la verità» (Gv 18,38) suona alle nostre orecchie come la domanda per eccellenza: essa dà voce alla tensione più forte che c'è nel cuore di ogni uomo e dell'intera umanità.  Purtroppo, però, quando Pilato chiede a Gesù cosa sia la verità, egli ha ormai smesso di cercarla.  Precisamente il fatto che il governatore romano formuli quella domanda come reazione a quello che Gesù gli sta dicendo è la dimostrazione che egli non è in grado o non ha intenzione di riconoscere la verità: Gesù, infatti, gli ha appena detto che chi è dalla verità ascolta la sua voce (Gv 18,37).  Con la sua domanda, Pilato evidenzia una difficoltà insormontabile ad accogliere quella voce, come il seguito del racconto paleserà drammaticamente.  Aderire alla verità richiede un coraggio che in questo momento Pilato non possiede: egli finirà presto per cedere alle pressioni delle autorità religiose giudaiche.  Solo una visione convinta alla testimonianza che Gesù rende alla verità gli darebbe la libertà sufficiente per aderire su questo caso, senza tener conto delle pressioni dei sommi sacerdoti.  Per quanto la parola di Gesù lo affascini, egli però non rimane in essa.  Per comprendere cosa s'intenda per verità nel Vangelo secondo Giovanni è indispensabile ricordare che in questo Vangelo Gesù può dire allo stesso tempo “Io sono la via, la verità e la vita” (14,6) e “Padre, la tua parola è verità” (17,17).  Secondo San Giovanni pertanto la verità coincide sostanzialmente con la parola di Dio”.

Ci mettiamo allora di fronte a questa pagina grandiosa e ci poniamo almeno due domande.

- Sappiamo metterci in ascolto per accogliere la Parola di verità?  Quanto tempo diamo alla meditazione del Vangelo ed alla contemplazione del Mistero di Gesù?

-  Per noi la verità è che Dio si è fatto piccolo e servo per noi, è andato a morire in Croce e per questo anche noi dobbiamo farci piccoli e servi?

 

don Edy


DOMENICA 28 FEBBRAIO  2021

 SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:      1^Lettura:             Dt           5,1-2.6-21             

                       Epistola:               Ef             4,1-7

Vangelo:               Gv           4,5-42

      

La seconda domenica di Quaresima è detta Domenica della Samaritana a partire dal brano di Vangelo che viene letto.

Con questo Vangelo inizia la grande catechesi battesimale.

2^    Domenica Samaritana – acqua che dona la vita di figli.

3^    Domenica Abramo – la libertà dal male e dal peccato.

4^    Domenica Cieco nato – la luce che illumina il cammino di     vita.

5^    Domenica Lazzaro – la resurrezione “chi vive e crede non morirà in eterno”.

Nella celebrazione della Pasqua saremo chiamati a fare memoria del nostro battesimo in cui siamo diventati figli/figlie di Dio, siamo stati liberati dal peccato, siamo stati illuminati in attesa della resurrezione finale che ci porterà nella casa del Padre per la beatitudine eterna.

La Quaresima deve quindi aiutarci a riscoprire la bellezza e la grandezza unica del nostro Battesimo, fondamento di tutta la vita cristiana.  Nel brano di Vangelo di oggi ci viene detto che in ogni uomo c’è una grande sete di senso, di amore, di giustizia e di pace.  La Samaritana dice: “Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete”.


Dio ci ha fatti per lui ed il nostro cuore è inquieto perché solo lui può saziare la sete di eternità che abbiamo dentro.

Il Salmo 63 pregava così: O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode”. (Salmo 63,1-4).

Sant’Agostino riprendendo tutta l’importanza dell’’apertura a Dio diceva: “Il nostro cuore è irrequieto (inquieto) finché non può riposare in te”.

Di fronte a tutto questo ci vogliamo chiedere anzitutto se questa sete è presente in noi, se in noi c’è questa consapevolezza che solo Dio può dare pienezza al nostro cuore.  Purtroppo anche tra i cristiani questa sete può essere soffocata o spenta dalle cose e dalle preoccupazioni di questo mondo.

Il digiuno quaresimale inteso in senso lato, fare a meno di tante cose, ci deve poter riportare all’essenziale, a ciò che conta veramente ed è necessario per noi.  Allora ci chiediamo:

·      Che cosa è più importante per noi?

·      Dio o le nostre cose terrene?

·      Pensiamo di essere fatti per il cielo o siamo tenacemente e ciecamente legati alla terra?

San Paolo nella seconda lettura ci dice: “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”.

La Quaresima aiuti a riscoprire la chiamata (fatti per Dio) che alimenta in noi la speranza.

don Edy


DOMENICA 21 FEBBRAIO  2021 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             57,15-58,4a

                       Epistola:               2Cor          4,16b-5,9

Vangelo:                Mt             4,1-11

La Quaresima che oggi iniziamo è il tempo forte per eccellenza dell’anno liturgico.  Essa ci chiama a conversione per essere degni e pronti a celebrare la memoria della Pasqua di Cristo Gesù, la memoria della sua morte e resurrezione.

Il foglietto di questa prima domenica di Quaresima riporta una preghiera del Card. Martini che brevemente ma con estrema precisione ci mostra il senso e la finalità di questo tempo.

Tu, o Gesù, ci insegni a non inseguire la via del dominio, del possesso, del metterci al centro di tutto, del pretendere tutto per noi.  E noi vogliamo accompagnarti in questa Quaresima nel cammino verso la Pasqua dando spazio anzitutto a momenti maggiori di silenzio, di ascolto della Parola di Dio; a momenti di conversione e di penitenza.  Vorremmo, o Gesù, essere disponibili all’azione dello Spirito che prega in noi e ci fa entrare nel tuo cuore di Figlio”. (C.M.Martini).

Deve essere tempo di silenzio, di ascolto, tempo di conversione e penitenza.

L’epistola di oggi ci dice che il silenzio e l’ascolto devono aiutarci a riscoprire la precarietà della nostra esistenza.



In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita.  E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito.  Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione -, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore.  Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi”.

Siamo fatti per Dio e l’eternità.

Liberiamo quindi i nostri cuori dai legami che ci tengono prigionieri di questo mondo materiale per aprirci al Signore ed all’incontro con Lui.

don Edy


DOMENICA 14 FEBBRAIO  2021

ULTIMA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             54,5-10

                       Epistola:               Rm             4,9-13

Vangelo:                Lc           18,9-14

È l’ultima domenica del tempo dopo l’Epifania.

Domenica prossima inizieremo la Quaresima, il tempo forte che ha come scopo quello di prepararci alla celebrazione del Mistero Pasquale.

La liturgia odierna già ci dice che questo tempo che stiamo per iniziare è tempo di conversione per poter gustare in pienezza la gioia del perdono.


Il brano evangelico ci mostra due personaggi il fariseo ed il pubblicano che sono l’esempio di due modi di essere e di pensare di fronte a Dio ed alla comunità.

Questi due atteggiamenti in fondo non sono altro che il tentativo di dare una risposta alla domanda che spesso ci poniamo: “Ma io sarò salvo oppure no?”.

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo dà una risposta chiara e definitiva a tutto questo.  Lo fa nelle grandi lettere ai Galati ed ai Romani scritti per dire che l’uomo peccatore è salvato dalla fede in Cristo e non dalla legge o dall’osservanza di tante piccole o grandi regole.

Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”.  (Rm 3,21-24).

Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede”. (Gal 3,6-14).

 

Ne conseguono tre aspetti molto importanti:

·      La convinzione che solo il Signore ci salva e che noi non siamo salvezza a noi stessi.

·      La necessità di riconoscerci peccatori e quindi bisognosi della salvezza di Dio.

·      La necessità di non sentirci mai superiori agli altri perché tutti siamo peccatori.”

Ce lo dice oggi il brano dell’epistola.

E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto:

Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.

Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello”.

Oggi ci interroghiamo su tutto questo.

Siamo convinti di essere peccatori?

Quanto tempo (anni) è che non ci confessiamo?

Perché la comunità cristiana è spesso acida e giudicante?

don Edy


DOMENICA 7 FEBBRAIO  2021

PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Os           6,1-6

                       Epistola:               Gal           2,19-3,7

Vangelo:                Lc            7,36-50

      

Nell'evangelo che abbiamo appena ascoltato c'è un piccolo dettaglio molto importante. Il fariseo che ha invitato in casa sua Gesù, quando la donna, la prostituta, si avvicina a Gesù e compie per il suo corpo gesti di delicata premura, osserva: “Se costui fosse un profeta saprebbe che razza di donna è quella che lo tocca”. Ecco il dettaglio davvero stupendo: Gesù si lascia toccare, anzi più che toccare: accarezzare, baciare, rigare di lacrime, asciugare con i capelli e infine profumare da una donna poco raccomandabile.


Secondo le usanze ebraiche questo contatto con una prostituta provocava uno stato di impurità, una sorta di indegnità rituale: bisognava stare alla larga, non lasciarsi nemmeno sfiorare da una donna del genere. E invece Gesù non teme questo contatto, anzi lascia che per il suo corpo la donna compia gesti quasi imbarazzanti di tenerezza. Forse anche noi riteniamo poco prudente l'atteggiamento di Gesù, sarebbe meglio da parte sua evitare questo genere di contatti, meglio stare alla larga da certa gente. Si rischia di essere sporcati dal contatto con persone considerate sudice, fuori e dentro. Gesù, al contrario, non teme d'essere sporcato, anzi questo contatto che dovrebbe insozzarlo produce nella donna una vera e propria novità, un mutamento di vita, una conversione. Non solo Gesù non è sporcato ma la donna a contatto con la luminosa bellezza di Gesù viene rinnovata, perdonata.

Ho pensato a come è invece diverso il nostro modo di avvicinarci a Gesù. Noi vorremmo che questa donna prima di toccare il Signore cambiasse vita, desse prova d'aver lasciato il suo squallido mestiere, fosse, insomma, più presentabile. Solo a quel punto potrebbe avvicinarsi e toccare il Signore. E invece Gesù la accoglie così come è: non le domanda nulla, non pone alcuna condizione, non chiede che confessi le sue colpe, semplicemente si lascia toccare, lascia che pianga sul suo corpo, lo baci, lo profumi. Mi sembra che il nostro modo di avvicinarci a Gesù sia ben diverso.

Io vorrei che la Chiesa ci aiutasse ad avvicinare Gesù così come siamo: con i nostri peccati, con le nostre situazioni irregolari, con il carico dei nostri dubbi, con la nostra faccia non sempre presentabile. Non dobbiamo aspettare di essere degni, in ordine, a posto, in regola per poter toccare Gesù. Lui si lascia toccare anche da chi sembrerebbe poco o per niente raccomandabile.

Egli è venuto per tutti in particolare per gli ultimi e peccatori.

I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli”.  Non dobbiamo mai dimenticare queste parole di Gesù.  Attraverso il suo agire Gesù ci ha rivelato e ci rivela il volto di Dio.

Dio è la misericordia, Dio è l’amore, Dio è il perdono, Dio è la tenerezza di un padre o di una madre che accoglie i figli dispersi.  Ci chiediamo se noi ci lasciamo istruire da Gesù oppure no.

La nostra è fede (ascolto-accoglienza di una parola che non è nostra) o ideologia (ossia convinzione nostra-umana che abbiamo fatto diventare religione)?

Abbiamo letto come prima lettura un brano del profeta Osea, il profeta della tenerezza di Dio, che ci ha rivolto un invito molto forte e preciso.

“Affrettiamoci a conoscere il Signore”. 

Lo conosciamo almeno in parte?

Chi è Dio per noi?

È colui che Gesù ci ha “narrato” o è il frutto dei nostri pensieri, desideri o paure?

“Affrettiamoci a conoscere il Signore”.

                                                          

                                                           don Edy


DOMENICA 31 GENNAIO 2021

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             45,14-17

                       Epistola:               Eb              2,11-17

Vangelo:               Lc              2,41-52

 

 Il rito ambrosiano ricorda tutti gli anni nell’ultima domenica di Gennaio la Santa Famiglia di Nazaret. Questa festa è posta qui dalla liturgia come ponte o punto di unione tra gli eventi legati alla nascita e all’infanzia di Gesù con la sua vita pubblica.

Della Santa Famiglia al di là di questo brano del Vangelo di Luca non sappiamo molto.

Quel poco che qui viene detto è però più che sufficiente ed è molto importante.

Possiamo indicare questi aspetti che da lì emergono.

Anzitutto il Figlio di Dio che secondo quanto ci dice la lettera ai Filippesi ha voluto assumere la condizione di servo, vive già nel nascondimento di Nazaret questa dimensione.

Stava loro sottomesso”.

Il potente, l’altissimo si è fatto piccolo ed umile. Vive nel nascondimento e sta sottomesso.

Questa è la prima grande lezione.

Egli è e sarà il “Servo di Iahwè” prefigurato ed annunciato dal profeta Isaia.

Chi decide e vuole essere suo discepolo deve come lui farsi “servo” e come lui dire “non sono venuto per essere servito ma per servire”.

Il secondo insegnamento viene da Maria. “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Maria è il prototipo, la prima tra i discepoli.  Ella è Madre ma è anche discepolo del Figlio Gesù.  Ella ci dice che il cristiano vero deve saper far tesoro di quanto il Signore gli dice o gli dimostra nella sua vita.  Anche quando non si capisce o non si può capire.  “Essi non compresero” dice sempre il Vangelo.  Non compresero ma credettero.

Anche noi spesso non comprendiamo, non possiamo capire ma dobbiamo credere che il Signore è all’opera e lavora per la nostra salvezza.  Oggi più che mai in questa situazione così confusa e complessa: “Credere e continuare ad impegnarci come il Signore ci dice”.  È       il richiamo del Vescovo nel discorso alla città del 4 Dicembre scorso.  La nostra società complessa rischia di essere vittima della sua complessità. Come in una specie di babilonia confusa, tutti possono parlare e tutti possono essere ignorati.  Ci si difende dallo smarrimento con l’indifferenza.  Siamo invece chiamati e siamo capaci di affrontare l’emergenza spirituale con un fiducioso farci avanti: tocca a noi, tocca a noi tutti insieme”.

Preghiamo perché come Maria e Giuseppe che non compresero ma stettero al loro posto ed ubbidirono così anche noi.

Diciamo “Signore aumenta la mia fede anche se non comprendo”.          

 

                                            don Edy



DOMENICA 24 GENNAIO 2021

 

 

TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Nm      11,4-7.16a.18-20.31-32a

                       Epistola:               1Cor    10,1-11b

Vangelo:               Mt         14,13b-21

 

Anche la liturgia della terza Domenica dopo l’Epifania ci presenta nella pericope evangelica un segno che manifesta la Signoria e Divinità di Gesù.

È il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

È un segno che Gesù compie perché sente compassione per la folla che lo ha seguito.

Il segno è narrato facendo uso di simboli legati alla tradizione del popolo di Israele e molto eloquenti per la gente che era con Gesù.

I discepoli riconoscono di non essere in grado di dar da mangiare a tutte quelle persone perché hanno solo cinque pani e due pesci.  Una inezia per cinquemila persone!  Quel poco è però accettato e valorizzato da Gesù.

Portatemeli qui” dice Gesù e dopo aver spezzato quei pani tutti mangiarono a sazietà.

I pezzi avanzati furono raccolti in dodici ceste.  Coloro che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini.

I simboli da interpretare e comprendere sono:

CINQUE PANI  - 

DUE PESCI  -

DODICI CESTE  -

CINQUEMILA UOMINI  -

I cinque pani sembrano indicare i cinque libri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), che formano la TORAH ossia la legge che guida Israele.

Due pesci farebbero riferimento a Mosè ed Elia.  I due personaggi che appaiono nella trasfigurazione accanto  a Gesù.

Il senso profondo è che Gesù è più grande non solo della legge antica, ma anche dei personaggi più importanti dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia.

Gesù è colui che sa e può nutrire chi ha fame e la fame più vera è quella dell’anima e dello spirito.

Tutto questo verrà ripreso nel grande discorso del Cap. VI di Giovanni dove Gesù dice: “Io sono il pane vero, il pane della vita eterna”.

Le dodici ceste che raccolgono gli avanzi indicano il popolo dei redenti, fondato sui dodici apostoli.  Anche per coloro che non hanno avuto la possibilità e la fortuna di incontrarsi con Gesù ci sarà cibo di vita eterna.

Infine i cinquemila nella teologia dei numeri indicano la totalità delle persone.   Più di così non se ne può contare.  Tutti sono chiamati a nutrirsi del pane di vita che è Gesù.

In noi c’è una domanda di senso, c’è un desiderio forte di pace e di gioia, c’è la ricerca del vero e del bello.

Abbiamo “fame di ciò che è vero, di ciò che è bello, della pace e della gioia.

Solo il Signore Gesù può darci tutto questo.

L’invito è quindi ad andare in profondità, riconoscere che le cose di questo mondo non possono darci felicità e pace eterna.

Solo il Signore lo fa per noi.

 

don Edy

 

DOMENICA 17 GENNAIO 2021

SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             25,6-10a

                       Epistola:               Col            2,1-10a

Vangelo:               Gv             2,1-11

Quello compiuto a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. L’evangelista Giovanni non parla di miracoli, ma di “segni”.

I segni narrati da Giovanni sono sette. Dall’acqua trasformata in vino a Cana alla resuscitazione dell’amico Lazzaro. I segni sono dono di Dio e sono un sostegno ed un aiuto alla fede. Naturalmente il segno deve portare alla fede in Cristo Gesù.  Ciò che importa è la fede non i segni che sono strumento per arrivarci. La fede matura piano, piano deve liberarsi da questi strumenti per arrivare all’affidamento nelle mani del Signore. Ripeto il segno deve portare alla fede non all’idolatria, cosa che invece succede molto spesso per tanta gente che cerca il sensazionalismo, di fatti strani per avere sicurezze personali.

Di queste persone Gesù dice nel Vangelo: “A questa generazione non sarà dato alcun segno”. Il segno va interpretato, perché di per sé è equivoco. Il Vangelo di Giovanni ci dice che di fronte allo stesso segno “alcuni credettero, altri no”.

Al termine dei segni cap. 11 leggiamo il famoso sommario di Giovanni: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”.  (Gv 11,45-53).


È fondamentale quindi rispondere alla domanda che Gesù sempre nel Cap. 11 pone a Marta sorella di Lazzaro.  “Credi tu questo?”.  “Sì o Signore io credo che Tu sei il Cristo il Figlio di Dio”.

Da ultimo tutti i segni narrati da Giovanni vogliono parlarci della vicinanza di Dio che offre il suo amore e la sua misericordia.

Il segno di Cana ci dice che Dio trasforma la nostra povera umanità simboleggiata dall’acqua nella vita vera dell’eternità beata.

Il segno ci dice che Gesù è il Cristo colui che porta a compimento la profezia di Isaia letta nella prima lettura: “Eliminerà la morte per sempre.  Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

Credi tu questo?

È la domanda fondamentale della vita.

A questo dobbiamo rispondere.

 

                                                                  don Edy


DOMENICA 10 GENNAIO 2021

BATTESIMO DEL SIGNORE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             55,4-7

                       Epistola:               Ef              2,13-22

Vangelo:               Mc             1,7-11

Il Battesimo del Signore Gesù, già ricordato nella solennità dell’Epifania è messo al centro della nostra meditazione in questa domenica che chiude il Tempo del Natale e apre da lunedì il tempo ordinario dopo l’Epifania. 

Il battesimo di Gesù non è affatto gesto di purificazione e riconoscimento dei propri peccati come era per la folla che si accalcava sulla riva del fiume. E’ piuttosto la prima solenne manifestazione di Gesù, la sua epifania dopo quella davanti ai Magi. Il racconto di Marco è di estrema sobrietà ma con tre tratti decisivi. Gesù vede i cieli che si aprono, lo Spirito che su di Lui discende mentre una voce dall’alto lo proclama Figlio amatissimo. Su questo giovane uomo confuso tra la folla e che forse nessuno tranne Giovanni Battista avrà notato, si spalanca il cielo come a dire che proprio in Lui Dio che nessun occhio umano ha mai potuto  vedere, si manifesta. L’attesa secolare di Israele che tante volte aveva invocato un cielo spalancato segno della benedizione di Dio, ora si compie proprio su questo uomo confuso con tutti.

Il Battesimo dà inizio alla vita pubblica di Gesù. Come dicono gli “Atti  degli Apostoli” dal Battesimo fino alla sua Pasqua (morte e resurrezione).

L’epistola di oggi rilegge tutto questo periodo di tempo dicendo che uno dei significati, o contenuti, della missione di Gesù è quello di portare la pace tra il popolo ebraico e i pagani.

Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè  l’inimicizia, per mezzo della sua carne.  Così Egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia”.

La conseguenza è che ormai in Cristo esiste un popolo nuovo. “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù”.

Queste parole dell’Apostolo Paolo però ci sembrano oggi molto  amare e lontane dalla storia reale.  I due popoli non sono diventati uno, ma sono ancora divisi e lontani. Domenica prossima sarà la giornata dell’ebraismo proprio perché c’è nella Chiesa un profondo desiderio di poter parlare e camminare insieme, mantenendo le proprie diversità e peculiarità.

 

don Edy

 



DOMENICA 3 GENNAIO 2021

 

DOMENICA DOPO L'OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE

 


Rif. Biblici:       1"Lettura: Sir 24,1-12

Epistola: Rm 8,3b-9a

Vangelo: Lc 4,14-22



Siamo ancora nel tempo liturgico del Natale ma questa domenica dopo l'ottava ci parla già della Missione di Gesù che Egli è chiamato a compiere nel tempo della vita pubblica prima della sua morte e risurrezione, che è la Nuova e vera Pasqua.

Entrato nella sinagoga di Nazaret Gesù legge dal rotolo di lsaia un passaggio del Quarto Carme del Servo di  Jahve.


"Lo spirito del Signore Dio è  su di me perchè il Signore mi ha consacrato con 

l'unzione; mi ha mandato a portare il

Lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberta degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti ".     (Is 61,1-2).

Egli applica a se quella profezia "Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato ".

Colui che è nato a Betlemme, Colui che si è fatto servo (come ci ha detto l'epistola del primo giorno dell'anno), è Colui che è venuto a proclamare l'anno di grazia del Signore. Questo è il suo servizio primo e fondamentale. Il termine anno non va tanto inteso come una entità temporale di 365 giorni, ma come lo spazio del tempo in cui il Signore è all'opera per la nostra salvezza.

Egli continua ora a voler dare speranza ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la salvezza agli oppressi.

Tutte queste espressioni hanno un senso che va oltre l’immediato significato letterale.

Anche noi siamo spesso prigionieri. Ebbene sì, prigionieri del nostro peccato, del nostro

egoismo, della nostra indifferenza.


Anche noi siamo ciechi perché non riusciamo a vedere ciò che è giusto e buono e 


compiamo ciò che è male agli occhi di Dio.


Anche noi siamo oppressi da tante fatiche e paure che ci impediscono di vivere in 


pienezza la gioia dell'esistenza.

II tempo che ci viene dato deve diventare ii luogo spirituale dell'incontro con il Signore che ci viene incontro e ci dice lasciati liberare e guarire da me.

Ci chiediamo: "Che cosa ci opprime? Di che cosa siamo prigionieri? Ci vediamo oppure siamo ciechi?

Occorre andare oltre la superficialità che spesso caratterizza la nostra vita, andare in profondità e riconoscerci poveri (che significa incapacità di essere salvezza a noi stessi) e saperci mettere nelle mani del Signore.

Solo Lui ci può veramente liberare ed illuminare.

Diciamo allora: "Vieni Signore Gesu" e riempimi di te.

 

don Edy


DOMENICA  20  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:  1^Lettura: Is         62,10-63,3b
Epistola:        Fil             4,4-9
Vangelo:       Lc         1,26-38a   

La sesta  domenica dell’ Avvento ambrosiano è la solennità della “Divina Incarnazione” o della “Divina Maternità della beata e sempre Vergine Maria”.
L’affermazione della Divina maternità di Maria è fondamentale per la fede Cristiana perché ci dice che in Gesù non ci sono due persone (umana e divina) ma una sola e che Maria ha dato un corpo al Verbo Divino.
Questo è un dogma della dottrina Cristiana: “Nel IV secolo il titolo «Madre di Dio» era ampiamente usato ad Alessandria d’Egitto (uno dei principali centri di elaborazione teologica del cristianesimo antico) ed era conosciuto in tutto l’Impero romano.  Fu proclamato dogma dopo la controversia teologica causata dai nestoriani. Nestorio ( 381-451) Patriarca di Costantinopoli, aveva affermato infatti che Maria non aveva titolo per essere definita «madre di Dio», ma solo «madre di Gesù».  La controversia tra Alessandria ed Antiochia fu risolta in un Concilio ecumenico.
L’assise si tenne ad Efeso, in Asia Minore, nel 431.  Il Concilio di Efeso ribadì il 22 Giugno di quell’anno che Maria è Madre di Dio.  Secondo il Concilio, infatti, Gesù Cristo, pur essendo contemporaneamente Dio e uomo – come già aveva affermato in precedenza il Concilio di Nicea -, è un’unica persona: le due nature, divina e umana, sono inseparabili, e perciò Maria può essere legittimamente chiamata «Madre di Dio».

«Madre di Dio (…) non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque la lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne”. 
La dottrina cristologica del patriarca Nestorio venne rifiutata dal Concilio di Efeso perché separava troppo la natura umana di Cristo da quella divina, rischiando - in definitiva -  di pensare a Gesù Cristo semplicemente come uomo “ispirato”, “inabitato” dal Verbo di Dio.  Il titolo di Theotokos venne quindi confermato dal Concilio in opposizione a Nestorio, che gli preferiva il titolo Christotokos.
Ci troviamo oggi di fronte e contempliamo il Mistero più grande del Cristianesimo.
Un mistero che noi non possiamo spiegare ma che accogliamo nella fede.
Questa accoglienza è ciò che dà gioia e senso alla nostra vita.
La domenica della Divina Maternità è la domenica della gioia e dell’esultanza, perché Dio ci ha visitati e fatto come noi.
Facciamo nostro l’invito dell’epistola “Fratelli siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto siate lieti.
Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla.
E la pace di Dio sia nei vostri cuori”.
È l’augurio cristiano per il Natale ed è ciò che chiediamo al Signore.
don Edy


DOMENICA  13  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             11,1-10

                        Epistola:               Eb             7,1-14-17.22.25

                   Vangelo:      Gv     1,19-27a.15c.27b-28  

Celebriamo la liturgia della quinta domenica di Avvento.

La pericope evangelica ci parla anche oggi di Giovanni il Battista che interrogato dagli scribi e farisei con grande umiltà e realismo dà una chiara testimonianza a Gesù. “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

Le parole di Giovanni ci dicono che in Gesù si compie la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.  Egli è il virgulto della radice di Iesse, il Messia perché su di lui si posa lo Spirito di sapienza ed intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore.

Egli darà origine ad un’era nuova, l’era messianica del mondo redento e liberato dal male.


La visione di Isaia è grandiosa e magnifica:
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.  La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli.  Il leone si ciberà di paglia, come il bue.  Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare”.

Purtroppo però noi sappiamo che a causa del peccato che è nel cuore dell’uomo nonostante duemila anni di Cristianesimo tutto questo non si è ancora realizzato.

Il Cristiano il discepolo di Cristo deve essere consapevole che a lui è stato dato il compito di essere presente nella storia dell’uomo per creare un mondo nuovo, fondato sulla pace, sulla fratellanza e sull’amore di Dio.

Accogliere colui che viene significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda del pensiero di Cristo ed avere nel cuore gli stessi sentimenti.

Anche quest’oggi quindi ci chiediamo: “È così per me? Porto veramente nel cuore i sentimenti di Cristo?

 

don Edy


DOMENICA  6  DICEMBRE   2020

QUARTA  DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             16,1-5

                       Epistola:               1Ts            3,11-4,2

Vangelo:               Mc            1,1-11

Forse oggi siamo rimasti sorpresi ad ascoltare la pagina evangelica che ci parla dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. 


Normalmente questo episodio viene ricordato nella Domenica delle Palme che dà inizio alla Settimana Santa.

Perché allora oggi in questa IV domenica di Avvento?

La risposta è molto importante e significativa.  La Chiesa vuole ricordarci che il nostro Dio è un Dio che viene nella nostra storia, nella nostra vita.   È un Dio che come a Gerusalemme entra nelle nostre città e nelle nostre case.

Prepararsi al Natale significa ricordare che Egli è venuto, Egli continua a venire nei Sacramenti che celebriamo e che verrà nel giorno del giudizio finale.

Il cristiano è colui che fonda la sua fede su una certezza: l’entrata di Dio nella storia dell’uomo.  Così possiamo aprirci al futuro, al nuovo, in poche parole all’Avvento.

L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, dopo aver parlato della glorificazione di Gesù, il Cristo, l’Agnello e le prove che dovremo attraversare chiude proprio con l’invocazione: “Vieni Signore Gesù”.

È l’invocazione dell’Avvento che vogliamo fare nostra.

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita”. (Ap 22,17) –

Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù”. (Ap 22,20).

Dobbiamo prepararci a questa venuta.

L’epistola anche quest’oggi ci indica la via: “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere salvi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Crescere nell’amore di Dio e dei fratelli per essere trovati irreprensibili nella santità alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.  Questo deve essere lo scopo della nostra vita.

Ma è così per noi?

 

don Edy


DOMENICA  29  NOVEMBRE   2020

TERZA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is               51,1-6

                               Epistola:              2Cor          2,14-16a

Vangelo:               Gv             5,33-39

Il tempo di Avvento vuole aiutarci a fare memoria della venuta nella carne del Figlio di Dio nell’attesa della seconda e gloriosa venuta nella gloria.

Per questo il brano evangelico parla della testimonianza resa a Gesù da Giovanni Battista.  Egli era la luce, la lampada che risplende per illuminare il cammino che porta all’incontro con Lui il Cristo.

I Giudei non hanno però ascoltato la sua voce e non hanno creduto in Gesù.

A noi cristiani, discepoli di Cristo, che abbiamo ascoltato la sua parola e abbiamo deciso di seguirlo è chiesto ora di essere suoi testimoni come lo fu Giovanni.

Ce lo dice in modo molto significativo ed originale nell’epistola quest’oggi: “Fratelli, siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza!  Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morti per la morte e per gli altri odore di vita per la vita”.


La domanda è semplice, ma molto impegnativa e significativa.

Come testimoniamo noi il Cristo?

Nel mondo siamo il profumo della sua conoscenza?

In questo periodo in cui ormai sembra prevalere sempre più la rassegnazione di fronte alla pandemia del COVID sappiamo dire una parola di fede che diventa invito alla speranza e alla fiducia?

Il Natale si avvicina.  E’ la festa della luce.  Come ci stiamo preparando per essere veramente noi stessi la luce per questo mondo?

don Edy


DOMENICA  22  NOVEMBRE   2020

SECONDA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                51,7-12a

                               Epistola:              Rm            15,15-21

Vangelo:               Mt              3,1-12

La seconda domenica di Avvento ci presenta una figura caratteristica di questo tempo liturgico: Giovanni il Battista.

Giovanni viene chiamato anche il precursore, prendendo a prestito un’immagine tipica del tempo di allora.

Quando arrivava il re o un grande personaggio (un ministro del re) c’erano degli uomini che correvano davanti a lui e al corteo regale per annunciare al popolo il suo arrivo.

Giovanni annuncia al resto di Israele che il Signore il vero re sta per arrivare: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

L’annuncio di Giovanni è un annuncio alla Conversione: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”.  Egli richiama alla conversione per essere degni di accogliere il Signore.  Il suo appello però presenta dei grossi limiti.  Giovanni è l’ultimo grande rappresentante dell’Antico Testamento e la sua predicazione riprende temi cari ai profeti che hanno visto l’infedeltà di Israele, la sua sconfitta ad opera di potenze straniere, la deportazione e l’esilio.

Di fronte a tutto questo i profeti parlano del “Giorno di Jahvè”, il giorno di Dio, tempo in cui Egli punirà e distruggerà il male e chi lo opera, il peccato ed i peccatori.


Giovanni ne è convinto: “Già la scure è posta alle radici degli alberi; ogni albero che non dà buon frutto verrà tagliato e gettato nel fuoco” e parlando di colui che deve venire dice: “Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

Colui che verrà però annuncerà che il giorno di Jahvè, il giorno di Dio è un tempo in cui si manifesterà la misericordia di Dio, perché: “Egli è venuto non a condannare chi era perduto, ma a perdonarlo e a salvarlo”.

Di fronte a questo annuncio Giovanni entrerà in una crisi profonda che addirittura lo porterà a dubitare su Gesù, se veramente fosse lui Colui che doveva venire.  Dalla prigione manderà a chiedere: “Ma sei tu o dobbiamo aspettarne un altro”.

Anche noi aspettiamo “Colui che deve venire”.

Convertirci significa mettere da parte il nostro modo umano e terreno di pensare per accogliere la Parola di Gesù, il suo pensiero, il suo modo di vedere le cose che non sono la nostra Parola o i nostri pensieri.

Egli viene a dirci che ci ama e vuole il nostro bene.

Oggi in tempo di COVID abbiamo bisogno più che mai di credere che sia veramente così.  Non rinchiudiamoci nella paura e nella tristezza: apriamoci a Lui.

Diciamo “Maranatàh” – Vieni Signore Gesù a guarirci da ogni male.

don Edy


DOMENICA  15  NOVEMBRE   2020

 PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                24,16b-23      

                               Epistola:              1Cor           15,22-28

Vangelo:               Mc             13,1-27

Iniziamo oggi il cammino di un nuovo Anno Liturgico con il Tempo di Avvento che nel rito Ambrosiano ha la durata di sei settimane.

L’Avvento (ce lo dice la parola stessa) ci parla della venuta del Figlio di Dio nella storia dell’uomo.

La rivelazione neotestamentaria parla di due venute.

La prima è quella storica attestata in particolare dai Vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca.

Questa venuta è caratterizzata da una scelta ben precisa: è la “Chenosi” il Figlio di Dio svuota se stesso della sua potenza e gloria per farsi come noi e redimere così la natura umana. Questa è la fede annunciata dalla Chiesa Primitiva. Troviamo tutto questo negli inni cristologici. “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. (Fil 2,6-11).


La seconda venuta è la venuta finale quando dice il brano evangelico odierno: “Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” venuta che manifesterà a tutti gli uomini e donne la sua gloria e la sua missione di radunare attorno a sé gli eletti di Dio.

Tra la venuta storica e quella finale c’è il Tempo della Chiesa e della sua storia, un tempo descritto dal brano evangelico con immagini ed iperboli apocalittiche che parlano di prove, di perequazioni, di sofferenze.

La prova più grande è il dover o voler continuare a credere con pazienza e perseveranza nell’attesa che si compia la beata speranza dell’incontro totale e definitivo con Cristo.  Molti, ci dice sempre il brano odierno, cadranno e si allontaneranno perché tratti in inganno.

Da quanto detto ci poniamo due domande.

-       Che immagine abbiamo di Dio?  Siamo consapevoli che si è umiliato per amore nostro?  Egli che è venuto per servire e non per essere servito.

-       Che senso diamo al tempo che ci è stato dato da vivere?  È un camminare, un voler andare incontro a Cristo, o un passare vuoto di giorni, e di anni?

don Edy


DOMENICA  25  OTTOBRE   2020
PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:             1^Lettura:            At                10,34-48a      

                               Epistola:              1Cor            1,17b-24

Vangelo:               Lc              24,44-49a

 Oggi celebriamo la Giornata missionaria mondiale.

Nel brano di Vangelo che oggi leggiamo troviamo la motivazione più profonda ed autentica per l’impegno missionario: “Di questo voi siete testimoni”.

I discepoli di Gesù prima, noi oggi, siamo chiamati a proclamare al mondo che Gesù è risorto ed è vivo in mezzo a noi.  Siamo invitati a dire che la sua è la  parola di Verità e Salvezza.  In poche parole a dare a Lui e per Lui la nostra bella testimonianza.

Gli apostoli lo hanno fatto a partire da una vicinanza e conoscenza profondissima di Gesù.

L’evangelista Giovanni scrive: “Ciò che i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato, le nostre orecchie hanno udito, noi lo trasmettiamo a voi”.


A noi non è stato dato di condividere con Gesù parte della nostra vita, di ascoltare direttamente la sua voce, di camminare con Lui per le strade della Galilea.

Noi diamo la nostra testimonianza nella fede. È questo il primo fondamentale passaggio.  Credere sulla parola degli Apostoli (la nostra è una fede “apostolica”) nella verità della Parola di Gesù, credere che solo Lui ha parole di vita eterna perché ha vinto la morte ed è presente in mezzo a noi.

Spesso avvertiamo la fatica e la nostra inadeguatezza. “Credere per essere testimoni”.  Questo è l’impegno che ci è stato affidato nel giorno del Battesimo.

Dobbiamo pregare come leggiamo nel Vangelo: “Signore aumenta la mia fede” perché io possa testimoniare in pienezza al mondo intero che Tu sei il Cristo della nostra salvezza, con l’apostolo Paolo poter dire:

Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 16)

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.”. (1Cor 19-23).

                                                          don Edy

            


DOMENICA  18  OTTOBRE   2020

DEDICAZIONE DEL DUOMO

 

Rif. Biblici: 1^Lettura: Bar             3,24-38 –Ap 1,10;21,2-5  

                    Epistola: 2Tim           2,19-22

                     Vangelo:  Mt             21,10-17

 Il 20 Ottobre 1577 San Carlo celebrava la dedicazione del nostro Duomo consacrando così il magnifico edificio iniziato due secoli prima. Il duomo è il seno della presenza viva e salvifica di Dio al centro, direi nel cuore della città di Milano. Il Duomo è anche il simbolo dell’unità del popolo ambrosiano, perché da lì l’Arcivescovo guida ed istruisce tutta la diocesi. Viene chiamato anche Cattedrale ossia luogo dove il vescovo ha la sua cattedra.

Da quel 20 ottobre 1577 ogni anno nella terza domenica di ottobre ricordiamo che il Signore ha voluto abitare tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo alla nostra città, ci chiama ad essere Chiesa, ossia Comunità dei credenti e dei discepoli di Cristo.

Il brano di Vangelo che oggi leggiamo ci invita a saper riconoscere questa presenza libera da ogni equivoco. Le parole dure di Gesù vogliono restituire al tempio la sua natura di Casa di preghiera e di incontro nella fede dei credenti.

Spesso anche per noi succede quello che avveniva ai tempi di Gesù.


Ci viene chiesto “quanto costa una messa per i defunti?”-  “Cosa devo pagare per il funerale?”.

Ogni volta tento di spiegare che non si deve pagare niente. Il sacro non è in vendita, non si può vendere.

Sta alla coscienza dei singoli fare un’offerta per i bisogni della parrocchia e dei poveri.  Certo che il gesto di Gesù può essere letto ad un livello molto più impegnativo: liberare la Chiesa da equivoci e non sempre trasparenti connessioni finanziarie.

In questi giorni in molti ci aspettiamo dal Papa una riforma che faccia chiarezza sulle finanze vaticane.

La Chiesa deve fare un uso quanto mai limpido ed evangelico delle pur necessarie risorse economiche.

Fa male venire a conoscere gli scandali, ruberie e quant’altro nell’uso di beni destinati alla Chiesa ed ai poveri.

Il mio invito però è a non scoraggiarsi.  Se da un lato ci deve essere la condanna chiara di chi compie queste cose, dall’altro dobbiamo andare avanti con coraggio.

La Chiesa è da sempre “Sancta e Peccatrix” – Santa e Peccatrice.  Sin dall’inizio tra gli apostoli chi teneva la borsa rubava.  Questo però non ha frenato il diffondersi del Vangelo.

Allora sia così anche per noi.                                                                                   

 

                                                          don Edy

DOMENICA  11  OTTOBRE   2020

 

 

VII   DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                65,8-12         

                               Epistola:              1 Cor          9,7-12

Vangelo:               Mt             13,3b-23

 

Oggi leggiamo una delle parabole più conosciute e più belle del Vangelo: la parabola del seminatore.

Il versetto dell’Alleluia in modo molto semplice ma efficace ce ne spiega il senso: “Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Cristo. Chiunque trova Lui ha la vita eterna”.


Simbolicamente siamo paragonati al terreno che può accogliere o rifiutare il seme, che può farlo crescere ma anche farlo morire.

Il Signore ci nutre continuamente con la sua parola in modo privilegiato nella celebrazione eucaristica della domenica dove siamo invitati al banchetto della Parola e del Corpo di Cristo.

Vorrei allora richiamare alcuni punti importanti della prassi ecclesiale per poter accogliere in modo degno e fruttuoso il dono di Dio.

Anzitutto la Parola va ascoltata e va meditata.  Purtroppo spesso la sentiamo ma poi la dimentichiamo quasi immediatamente.

Ci è invece di esempio Maria, la madre di Gesù. 

Nel Vangelo di Luca ci viene detto che “Serbava e custodiva nel suo cuore tutte le parole meditandole profondamente”.

La parola ascoltata e meditata va poi messa in pratica nella concretezza della vita quotidiana.

L’apostolo Paolo dice: “Non siate solo ascoltatori della Parola, illudendo voi stessi, ma persone che la vivono e la mettono in pratica”.

Mettere in pratica la Parola richiede un continuo lavoro ed impegno di conversione.

Nella lettera agli Ebrei leggiamo che: “La Parola è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo, delle giunture e delle midolla e scrutai sentimenti e i pensieri dei cuori”.

La parola ci giudica in tanti nostri comportamenti che vanno in una direzione che non è quella della volontà di Dio.  Per questo è scomoda e spesso difficile da accogliere.

Ancora una volta dobbiamo dire di no al nostro Io per lasciare spazio a lei.

Ciò che è giusto, ciò che è vero non deve essere ciò che a noi piace o serve ma unicamente ciò che il Signore ci dice.

                                                         

don Edy

            

DOMENICA  4  OTTOBRE   2020

 

 

VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Gb               1,13-21         

                               Epistola:              2Tm            2,6-15

Vangelo:               Lc             17,7-10

 

Il Vangelo di questa VI domenica dopo il Martirio di Giovanni ci ricorda in modo forte e preciso che siamo servi.

Non siamo noi i padroni della nostra vita e dei nostri giorni ma solo il Signore lo è.

La pandemia del “Corona virus” ci ha fatto riscoprire in modo inaspettato tutta la fragilità e precarietà del nostro essere.

In questo tempo siamo chiamati a pregare per il dono della sapienza che ci aiuti ad andare avanti.

L’Arcivescovo intitola la sua lettera “Infonda Dio Sapienza” quella sapienza che ci aiuta a vedere nella tragedia una occasione per purificarci ed essere più autenticamente noi stessi: creature non signori.

A chi mi chiede: “Perché è capitato questo male?  Di chi è la colpa?” io rispondo che non lo so.  Il male è un enigma incomprensibile, non so di dove venga.  So per certo che non è voluto da Dio.

-       Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisiremo un cuore saggio – (Salmo 90,12).

Quante volte Gesù ha pregato con le parole del Salmo 90!

I discepoli di Gesù non hanno tutte le risposte, percorrono le vie del tempo e del mondo nella fede, non nella visione: hanno abbastanza luce per imparare la sapienza, quella che sa contare i giorni.

“Contare i giorni”, condizione per la sapienza del cuore, significa fare i conti con il limite.  Si prende contatto con il limite, ci si –misura- ”.

 “Contare i giorni significa accettare se stessi, sopportare pazientemente le tante zone buie di quel dolore che resta sempre avvinghiato anche alle gioie più alte”.

In questa prospettiva propone di dare un significato particolare a questa domenica.


“Propongo di caratterizzare domenica 4 Ottobre come “domenica dell’ulivo”. Non è stato possibile celebrare la Domenica delle Palme per entrare nella Settimana autentica ricordando l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme.  Pertanto è mancato anche quel segno popolare tanto gradito e significativo di far giungere in tutte le case un rametto di ulivo benedetto.  Ripensiamo spontaneamente alla colomba di Noè: “Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e fece uscire un corvo.  Esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra.  Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora acqua su tutta la terra.  Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca.  Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco essa aveva nel becco una tenera foglia d’ulivo.  Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra”. (Gen 8,6-11).

Nel tempo che abbiamo vissuto, l’epidemia ha devastato la terra e sconvolto la vita della gente.  Abbiamo atteso segni della fine del dramma.  La benedizione dell’ulivo o di un segno analogo deve essere occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case”.

 

                                                          don Edy


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