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Omelie Parroco


DOMENICA 11 APRILE  2021

 DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             At            4,8-24a          

                       Epistola:               Col           2,8-15

Vangelo:               Gv          20,19-31

 Questa domenica chiude l’ottava di Pasqua, gli otto giorni in cui abbiamo celebrato la resurrezione del Signore Gesù, la sua vittoria sulla morte.

Leggiamo in questa domenica uno dei brani evangelici più significativi tra i racconti cosiddetti della Resurrezione.

L’apostolo Tommaso, il personaggio al centro di questo racconto, è segno e simbolo dell’umanità intera e della fatica che dobbiamo compiere per fidarci completamente del Signore e credere senza aver visto, dando così compimento alle parole di Gesù: “Beati quelli che non hanno visto ed hanno creduto”.

Il nostro non è il tempo della visione ma il tempo della fede che si fonda sulla testimonianza che gli apostoli ci danno della vita, delle parole, delle azioni di Gesù.

Sempre Giovanni nella prima lettera scrive: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo a voi”.  La nostra è da sempre chiamata la fede “Apostolica”.

La testimonianza degli apostoli ha come scopo quello di far conoscere e far crescere la fede in Gesù, per avere la salvezza eterna. Giovanni chiude il suo Vangelo con queste parole: “Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”. (Gv 20, 30-31).

Gesù ritorna dopo otto giorni per dare un ultimo segno ai discepoli, e non solo a Tommaso, che dovranno testimoniare al mondo intero di averlo visto, ascoltato, toccato non solo durante la sua vita terrena, ma anche dopo la sua morte.

Però va detto che se anche noi crediamo abbiamo ancora bisogno di vedere segni ed immagini che facciano memoria per noi degli eventi di salvezza.

Le immagini, icone della chiesa orientale sono dei segni che sin dai primi secoli hanno aiutato a credere.

In Europa, nel medioevo, si è sviluppata la cosiddetta: “Biblia pauperum.”. La gente che non sa leggere impara guardando le storie dell’A.T. e N. T. dipinte sulle pareti delle chiese. Pensiamo a Giotto, alla Basilica di S. Francesco in Assisi o alla cappella degli Scrovegni a Padova. Esempi mirabili eccezionali dell’arte che aiuta la fede. Ma sono tanti gli esempi di Biblia pauperum che hanno educato i nostri   antenati a credere vedendo ciò che l’arte produceva.

Nel Risorgimento grandi opere sostituiscono la Biblia pauperum.


Sono andato a rivedere, ma meglio dire contemplare, uno dei dipinti più belli ed importanti di Caravaggio, anche se non molto conosciuto – Incredulità di San Tommaso – dove Gesù prende la mano di Tommaso perché metta il dito nella piaga del costato.    

È Gesù che dice attraverso il Merisi mi vedi, sono vivo, toccami e la gente lo può vedere.  Ma ancora di più il dipinto di Caravaggio afferma una grande verità teologica: il Risorto porta alla gloria le ferite e piaghe della Passione e della Croce.

I contemporanei di Caravaggio giudicarono questo dipinto scandaloso per il suo realismo.

In realtà la fede non ha origine da una fiaba, ma da una storia reale radicata nell’umanità.

Quell’uomo crocefisso è in realtà il Figlio di Dio e anche noi come Tommaso diciamo: “Mio Signore e mio Dio”.  

don Edy


DOMENICA 28 MARZO  2021

DOMENICA DELLE PALME

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is            52,13-53,12           

                                                            Epistola:               Eb            12,1b-3

Vangelo:               Gv           11,55-12,11

 

La domenica delle Palme ci introduce nella Settimana Santa che fa memoria della Passione, Morte e Resurrezione del Signore Gesù.


Il brano dell’epistola ci invita a tener fisso lo sguardo su di Lui che sta per compiere la sua Pasqua.

Il brano di Vangelo ci dice in modo simbolico che Gesù è l’“Unto” del Signore.

L’unzione è compiuta da Maria sorella di Lazzaro che Gesù aveva resuscitato dai morti.

L’unzione era un segno benaugurale di vita eterna e di immortalità.

Gesù è colui che vince la morte ed apre le porte dell’eternità all’umanità intera.

Deve però prima passare attraverso l’umiliazione estrema: “Disprezzato e reietto dagli uomini … era disprezzato dagli uomini e non ne avevano alcuna stima” dice la prima lettura (il carme del servo di Jahvè).

Va incontro alla morte scelta volontariamente come sacrificio per la salvezza di tutti gli uomini portando su di sé i nostri peccati.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.  Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità.  Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.  Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”.

Per questo Egli sarà glorificato dal Padre: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.  Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”.

Noi celebreremo tutto questo nella liturgia di questa settimana a partire da giovedì sera, ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia.

Venerdì pomeriggio Passione e Morte.

Sabato sera Veglia di Resurrezione.

don Edy

 


DOMENICA 21 MARZO  2021

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

 

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Dt           6,4a.20-25             

                       Epistola:               Ef             5,15-20

Vangelo:               Gv          11,1-53

La Pasqua è ormai vicina e la Chiesa ci invita a meditare sul grande segno della resurrezione di Lazzaro, preannuncio della resurrezione di Gesù.

Il brano è molto complesso ed elaborato.

Un primo particolare da sottolineare, a prima vita sconcertante, Gesù resta ancora due giorni al di là del Giordano, dopo aver saputo della malattia di Lazzaro.  Solo il terzo giorno (allusione alla sua resurrezione) decide di recarsi in Giudea per compiere la volontà di Dio: manifestare la sua gloria ed essere riconosciuto come colui che rivela il Padre.

Prima del miracolo della resurrezione Gesù prega dicendo: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.  Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”.

Egli è l’inviato dal Padre a manifestare la sua gloria.

Il secondo insegnamento, molto caro all’evangelista Giovanni, contro chi affermava che Gesù non era un vero uomo, è la descrizione dei sentimenti umanissimi vissuti da Lui.  Egli si commuove e prova un profondo turbamento quando si incontra con Marta e Maria, sorelle di Lazzaro e scoppia in pianto.

L’umanità di Gesù è vera e reale.

I grandi Concili del III e IV secolo dopo Cristo affermeranno che Egli è “Verus Deus et verus homo” – “Vero Dio e vero uomo”.

Ancora una volta siamo riportati al cuore del Mistero di Cristo.  Colui che è Dio e si è umiliato, fatto povero e piccolo assumendo la nostra umanità per condividere in tutto la nostra condizione, anche le fatiche, le contraddizioni, le paure, il pianto.

Il terzo particolare altrettanto importante sono le parole di Gesù. “Lazzaro vieni fuori”.  E dopo: “Liberatelo e lasciatelo andare”.

Gesù è colui che per volontà del Padre ci fa uscire dalla schiavitù della morte, dal Regno delle tenebre per donarci la libertà dei figli di Dio: “Liberatelo e lasciatelo andare”.

Questo è il Segno di fronte al quale bisogna compiere una scelta, o con Gesù o contro di Lui.  A Marta Gesù aveva detto: “Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno.  Credi tu questo?”.

Questa domanda attraversa tutta la storia dell’umanità: “Credi tu questo?”.

Molti dei Giudei che erano venuti da Marta e Maria, alla vista di ciò che Egli aveva compiuto, credettero in Lui.

I capi dei sacerdoti e i farisei invece decisero di ucciderlo, perché il loro cuore era chiuso ad ogni rivelazione.

Oggi il Signore Gesù ripete a noi la stessa domanda:

“Credi tu?”.

Da che parte stiamo?

Crediamo veramente che Gesù è colui che ci rivela l’essenza più profonda di Dio?

Crediamo che Dio in Gesù ha voluto condividere con noi la sofferenza, il dolore, la sconfitta e la morte?

Crediamo che Lui e solo Lui è resurrezione e vita?

Fare Pasqua significa poter rispondere: “Sì lo credo”.

 

don Edy

 


DOMENICA 14 MARZO  2021

 

 

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA

 Rif. Biblici:      1^Lettura:             Es          33,7-11a          

                           Epistola:               1Ts           4,1b-12

                           Vangelo:               Gv           8,12

La quarta domenica di Quaresima è la domenica del cieco nato.

Anche quest’oggi il brano del Vangelo di Giovanni che ci introduce nel tema parlandoci del dono della LUCE che abbiamo ricevuto nel Battesimo.

Il fango spalmato da Gesù sugli occhi del cieco è un segno della prima creazione, richiamando il Cap. 2 di Genesi (il libro delle nostre origini) “Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente”. (Gen 2,7)

Il dono di Dio però è stato usato male dall’uomo che ha peccato mettendo se stesso al centro e non il Signore. Per questo l’uomo è rimasto cieco, proprio a causa della sua mancanza di fiducia ed obbedienza verso colui che dal fango lo aveva plasmato.

La cecità è menzionata spesso dalla Sacra Scrittura come conseguenza della mancanza di fede in Dio. Chi non crede non vede, non può vedere ciò che è vero e giusto.

L’invito di Gesù “Va a lavarti nella piscina di Siloe” richiama in modo chiaro e diretto il Battesimo.

Nel Battesimo siamo stati lavati e ci è stata donata la luce della fede che ci fa vedere là dove normalmente non possiamo vedere.

Anche noi come il cieco nato siamo chiamati a dire “Sì Signore io Credo”.  Ogni giorno questo atto di fede va rinnovato ed approfondito. “Sì Signore io credo che tu sei la mia luce, colui che illumina il mio cammino sui sentieri della vita”.

Nel Battesimo siamo stati illuminati per esser a nostra volta luce per le persone che vivono con noi, accanto a noi o che incontriamo.

La piscina in cui il cieco nato va a lavarsi è la piscina di Siloe. L’evangelista annota che il termine Siloe significa “Inviato”. Siamo stati illuminati per essere inviati a portare la luce nel mondo.

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. (Mt 5, 14-16).È un dono grande sublime quello che il Signor ci ha dato essere suoi collaboratori nella lotta contro le tenebre per illuminare il mondo e di questo lo ringraziamo.  È un compito che ci è stato dato e chiediamo di poter portarlo a compimento nella preghiera.

 PREGHIERA SEMPLICE

Signore, fa di me uno strumento della tua Pace

Dov'è odio fa ch'io porti l'Amore

Dov'è offesa ch'io porti il Perdono

Dov'è discordia ch'io porti l'Unione

Signore, dov'è dubbio fa ch'io porti la Fede

Dov'è errore ch'io porti la Verità

E dov'è disperazione la Speranza

Dov'è tristezza ch'io porti Gioia

Dove sono le tenebre ch'io porti Luce

Maestro, fa che io non cerchi tanto ad esser consolato

Quanto a consolare, a consolare

Ad essere compreso quanto a comprendere

Ad essere amato quanto ad amare

Poiché è dando che si riceve

È perdonando che si è perdonati

Morendo che si risuscita a vita eterna

Signore, fa di me uno strumento della tua Pace

Dov'è odio fa ch'io porti l'Amore

E dov'è disperazione la Speranza

Dov'è tristezza ch'io porti Gioia

Dove sono le tenebre ch'io porti Luce                         

San Francesco

 

don Edy


DOMENICA 7 MARZO  2021

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA

Domenica di Abramo

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:                    Es           32,7-13b         

                               Epistola:                     1Ts            2,20-3,8

Vangelo:                       Gv            8,31-59

 La terza domenica di Quaresima è la domenica di Abramo.

Nel percorso della catechesi battesimale di questa domenica oggi ci viene detto che nel Battesimo ci è stato dato il seme della libertà, un seme che deve crescere in noi giorno dopo giorno.

Il brano evangelico ci indica un percorso che si basa su tre momenti fondamentali.   “Se rimanente nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.

RIMANERE nella parola

CONOSCERE la verità

LA VERITA' vi farà liberi.

Il tema della verità attraversa tutto il Vangelo di Giovanni su due versanti.

Gesù è venuto per dare testimonianza alla verità.

Ogni uomo è chiamato ad accogliere la sua Parola per conoscere la Verità.  Chi non l'accoglie rimane nelle tenebre.  Fondamentali sono le parole pronunciate da Gesù di fronte a Pilato nel Pretorio “Allora Pilato disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re.  Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità.  Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».  Gli dice Pilato: «Che cos'è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante”. (Gv 18,37-40).

La domanda di Pilato: «Cos'è la verità» (Gv 18,38) suona alle nostre orecchie come la domanda per eccellenza: essa dà voce alla tensione più forte che c'è nel cuore di ogni uomo e dell'intera umanità.  Purtroppo, però, quando Pilato chiede a Gesù cosa sia la verità, egli ha ormai smesso di cercarla.  Precisamente il fatto che il governatore romano formuli quella domanda come reazione a quello che Gesù gli sta dicendo è la dimostrazione che egli non è in grado o non ha intenzione di riconoscere la verità: Gesù, infatti, gli ha appena detto che chi è dalla verità ascolta la sua voce (Gv 18,37).  Con la sua domanda, Pilato evidenzia una difficoltà insormontabile ad accogliere quella voce, come il seguito del racconto paleserà drammaticamente.  Aderire alla verità richiede un coraggio che in questo momento Pilato non possiede: egli finirà presto per cedere alle pressioni delle autorità religiose giudaiche.  Solo una visione convinta alla testimonianza che Gesù rende alla verità gli darebbe la libertà sufficiente per aderire su questo caso, senza tener conto delle pressioni dei sommi sacerdoti.  Per quanto la parola di Gesù lo affascini, egli però non rimane in essa.  Per comprendere cosa s'intenda per verità nel Vangelo secondo Giovanni è indispensabile ricordare che in questo Vangelo Gesù può dire allo stesso tempo “Io sono la via, la verità e la vita” (14,6) e “Padre, la tua parola è verità” (17,17).  Secondo San Giovanni pertanto la verità coincide sostanzialmente con la parola di Dio”.

Ci mettiamo allora di fronte a questa pagina grandiosa e ci poniamo almeno due domande.

- Sappiamo metterci in ascolto per accogliere la Parola di verità?  Quanto tempo diamo alla meditazione del Vangelo ed alla contemplazione del Mistero di Gesù?

-  Per noi la verità è che Dio si è fatto piccolo e servo per noi, è andato a morire in Croce e per questo anche noi dobbiamo farci piccoli e servi?

 

don Edy


DOMENICA 28 FEBBRAIO  2021

 SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:      1^Lettura:             Dt           5,1-2.6-21             

                       Epistola:               Ef             4,1-7

Vangelo:               Gv           4,5-42

      

La seconda domenica di Quaresima è detta Domenica della Samaritana a partire dal brano di Vangelo che viene letto.

Con questo Vangelo inizia la grande catechesi battesimale.

2^    Domenica Samaritana – acqua che dona la vita di figli.

3^    Domenica Abramo – la libertà dal male e dal peccato.

4^    Domenica Cieco nato – la luce che illumina il cammino di     vita.

5^    Domenica Lazzaro – la resurrezione “chi vive e crede non morirà in eterno”.

Nella celebrazione della Pasqua saremo chiamati a fare memoria del nostro battesimo in cui siamo diventati figli/figlie di Dio, siamo stati liberati dal peccato, siamo stati illuminati in attesa della resurrezione finale che ci porterà nella casa del Padre per la beatitudine eterna.

La Quaresima deve quindi aiutarci a riscoprire la bellezza e la grandezza unica del nostro Battesimo, fondamento di tutta la vita cristiana.  Nel brano di Vangelo di oggi ci viene detto che in ogni uomo c’è una grande sete di senso, di amore, di giustizia e di pace.  La Samaritana dice: “Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete”.


Dio ci ha fatti per lui ed il nostro cuore è inquieto perché solo lui può saziare la sete di eternità che abbiamo dentro.

Il Salmo 63 pregava così: O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua. Così nel santuario ti ho cercato, per contemplare la tua potenza e la tua gloria. Poiché la tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode”. (Salmo 63,1-4).

Sant’Agostino riprendendo tutta l’importanza dell’’apertura a Dio diceva: “Il nostro cuore è irrequieto (inquieto) finché non può riposare in te”.

Di fronte a tutto questo ci vogliamo chiedere anzitutto se questa sete è presente in noi, se in noi c’è questa consapevolezza che solo Dio può dare pienezza al nostro cuore.  Purtroppo anche tra i cristiani questa sete può essere soffocata o spenta dalle cose e dalle preoccupazioni di questo mondo.

Il digiuno quaresimale inteso in senso lato, fare a meno di tante cose, ci deve poter riportare all’essenziale, a ciò che conta veramente ed è necessario per noi.  Allora ci chiediamo:

·      Che cosa è più importante per noi?

·      Dio o le nostre cose terrene?

·      Pensiamo di essere fatti per il cielo o siamo tenacemente e ciecamente legati alla terra?

San Paolo nella seconda lettura ci dice: “Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”.

La Quaresima aiuti a riscoprire la chiamata (fatti per Dio) che alimenta in noi la speranza.

don Edy


DOMENICA 21 FEBBRAIO  2021 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             57,15-58,4a

                       Epistola:               2Cor          4,16b-5,9

Vangelo:                Mt             4,1-11

La Quaresima che oggi iniziamo è il tempo forte per eccellenza dell’anno liturgico.  Essa ci chiama a conversione per essere degni e pronti a celebrare la memoria della Pasqua di Cristo Gesù, la memoria della sua morte e resurrezione.

Il foglietto di questa prima domenica di Quaresima riporta una preghiera del Card. Martini che brevemente ma con estrema precisione ci mostra il senso e la finalità di questo tempo.

Tu, o Gesù, ci insegni a non inseguire la via del dominio, del possesso, del metterci al centro di tutto, del pretendere tutto per noi.  E noi vogliamo accompagnarti in questa Quaresima nel cammino verso la Pasqua dando spazio anzitutto a momenti maggiori di silenzio, di ascolto della Parola di Dio; a momenti di conversione e di penitenza.  Vorremmo, o Gesù, essere disponibili all’azione dello Spirito che prega in noi e ci fa entrare nel tuo cuore di Figlio”. (C.M.Martini).

Deve essere tempo di silenzio, di ascolto, tempo di conversione e penitenza.

L’epistola di oggi ci dice che il silenzio e l’ascolto devono aiutarci a riscoprire la precarietà della nostra esistenza.



In realtà quanti siamo in questa tenda sospiriamo come sotto un peso, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti, affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita.  E chi ci ha fatti proprio per questo è Dio, che ci ha dato la caparra dello Spirito.  Dunque, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione -, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore.  Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi”.

Siamo fatti per Dio e l’eternità.

Liberiamo quindi i nostri cuori dai legami che ci tengono prigionieri di questo mondo materiale per aprirci al Signore ed all’incontro con Lui.

don Edy


DOMENICA 14 FEBBRAIO  2021

ULTIMA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             54,5-10

                       Epistola:               Rm             4,9-13

Vangelo:                Lc           18,9-14

È l’ultima domenica del tempo dopo l’Epifania.

Domenica prossima inizieremo la Quaresima, il tempo forte che ha come scopo quello di prepararci alla celebrazione del Mistero Pasquale.

La liturgia odierna già ci dice che questo tempo che stiamo per iniziare è tempo di conversione per poter gustare in pienezza la gioia del perdono.


Il brano evangelico ci mostra due personaggi il fariseo ed il pubblicano che sono l’esempio di due modi di essere e di pensare di fronte a Dio ed alla comunità.

Questi due atteggiamenti in fondo non sono altro che il tentativo di dare una risposta alla domanda che spesso ci poniamo: “Ma io sarò salvo oppure no?”.

Nel Nuovo Testamento l’apostolo Paolo dà una risposta chiara e definitiva a tutto questo.  Lo fa nelle grandi lettere ai Galati ed ai Romani scritti per dire che l’uomo peccatore è salvato dalla fede in Cristo e non dalla legge o dall’osservanza di tante piccole o grandi regole.

Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù”.  (Rm 3,21-24).

Fu così che Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia. Sappiate dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani per la fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: In te saranno benedette tutte le genti. Di conseguenza, quelli che hanno la fede vengono benedetti insieme ad Abramo che credette. Quelli invece che si richiamano alle opere della legge, stanno sotto la maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle. E che nessuno possa giustificarsi davanti a Dio per la legge risulta dal fatto che il giusto vivrà in virtù della fede. Ora la legge non si basa sulla fede; al contrario dice che chi praticherà queste cose, vivrà per esse. Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede”. (Gal 3,6-14).

 

Ne conseguono tre aspetti molto importanti:

·      La convinzione che solo il Signore ci salva e che noi non siamo salvezza a noi stessi.

·      La necessità di riconoscerci peccatori e quindi bisognosi della salvezza di Dio.

·      La necessità di non sentirci mai superiori agli altri perché tutti siamo peccatori.”

Ce lo dice oggi il brano dell’epistola.

E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, poiché sta scritto:

Come è vero che io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio.

Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; fate in modo di non essere causa di inciampo o di scandalo per il fratello”.

Oggi ci interroghiamo su tutto questo.

Siamo convinti di essere peccatori?

Quanto tempo (anni) è che non ci confessiamo?

Perché la comunità cristiana è spesso acida e giudicante?

don Edy


DOMENICA 7 FEBBRAIO  2021

PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Os           6,1-6

                       Epistola:               Gal           2,19-3,7

Vangelo:                Lc            7,36-50

      

Nell'evangelo che abbiamo appena ascoltato c'è un piccolo dettaglio molto importante. Il fariseo che ha invitato in casa sua Gesù, quando la donna, la prostituta, si avvicina a Gesù e compie per il suo corpo gesti di delicata premura, osserva: “Se costui fosse un profeta saprebbe che razza di donna è quella che lo tocca”. Ecco il dettaglio davvero stupendo: Gesù si lascia toccare, anzi più che toccare: accarezzare, baciare, rigare di lacrime, asciugare con i capelli e infine profumare da una donna poco raccomandabile.


Secondo le usanze ebraiche questo contatto con una prostituta provocava uno stato di impurità, una sorta di indegnità rituale: bisognava stare alla larga, non lasciarsi nemmeno sfiorare da una donna del genere. E invece Gesù non teme questo contatto, anzi lascia che per il suo corpo la donna compia gesti quasi imbarazzanti di tenerezza. Forse anche noi riteniamo poco prudente l'atteggiamento di Gesù, sarebbe meglio da parte sua evitare questo genere di contatti, meglio stare alla larga da certa gente. Si rischia di essere sporcati dal contatto con persone considerate sudice, fuori e dentro. Gesù, al contrario, non teme d'essere sporcato, anzi questo contatto che dovrebbe insozzarlo produce nella donna una vera e propria novità, un mutamento di vita, una conversione. Non solo Gesù non è sporcato ma la donna a contatto con la luminosa bellezza di Gesù viene rinnovata, perdonata.

Ho pensato a come è invece diverso il nostro modo di avvicinarci a Gesù. Noi vorremmo che questa donna prima di toccare il Signore cambiasse vita, desse prova d'aver lasciato il suo squallido mestiere, fosse, insomma, più presentabile. Solo a quel punto potrebbe avvicinarsi e toccare il Signore. E invece Gesù la accoglie così come è: non le domanda nulla, non pone alcuna condizione, non chiede che confessi le sue colpe, semplicemente si lascia toccare, lascia che pianga sul suo corpo, lo baci, lo profumi. Mi sembra che il nostro modo di avvicinarci a Gesù sia ben diverso.

Io vorrei che la Chiesa ci aiutasse ad avvicinare Gesù così come siamo: con i nostri peccati, con le nostre situazioni irregolari, con il carico dei nostri dubbi, con la nostra faccia non sempre presentabile. Non dobbiamo aspettare di essere degni, in ordine, a posto, in regola per poter toccare Gesù. Lui si lascia toccare anche da chi sembrerebbe poco o per niente raccomandabile.

Egli è venuto per tutti in particolare per gli ultimi e peccatori.

I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno dei cieli”.  Non dobbiamo mai dimenticare queste parole di Gesù.  Attraverso il suo agire Gesù ci ha rivelato e ci rivela il volto di Dio.

Dio è la misericordia, Dio è l’amore, Dio è il perdono, Dio è la tenerezza di un padre o di una madre che accoglie i figli dispersi.  Ci chiediamo se noi ci lasciamo istruire da Gesù oppure no.

La nostra è fede (ascolto-accoglienza di una parola che non è nostra) o ideologia (ossia convinzione nostra-umana che abbiamo fatto diventare religione)?

Abbiamo letto come prima lettura un brano del profeta Osea, il profeta della tenerezza di Dio, che ci ha rivolto un invito molto forte e preciso.

“Affrettiamoci a conoscere il Signore”. 

Lo conosciamo almeno in parte?

Chi è Dio per noi?

È colui che Gesù ci ha “narrato” o è il frutto dei nostri pensieri, desideri o paure?

“Affrettiamoci a conoscere il Signore”.

                                                          

                                                           don Edy


DOMENICA 31 GENNAIO 2021

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             45,14-17

                       Epistola:               Eb              2,11-17

Vangelo:               Lc              2,41-52

 

 Il rito ambrosiano ricorda tutti gli anni nell’ultima domenica di Gennaio la Santa Famiglia di Nazaret. Questa festa è posta qui dalla liturgia come ponte o punto di unione tra gli eventi legati alla nascita e all’infanzia di Gesù con la sua vita pubblica.

Della Santa Famiglia al di là di questo brano del Vangelo di Luca non sappiamo molto.

Quel poco che qui viene detto è però più che sufficiente ed è molto importante.

Possiamo indicare questi aspetti che da lì emergono.

Anzitutto il Figlio di Dio che secondo quanto ci dice la lettera ai Filippesi ha voluto assumere la condizione di servo, vive già nel nascondimento di Nazaret questa dimensione.

Stava loro sottomesso”.

Il potente, l’altissimo si è fatto piccolo ed umile. Vive nel nascondimento e sta sottomesso.

Questa è la prima grande lezione.

Egli è e sarà il “Servo di Iahwè” prefigurato ed annunciato dal profeta Isaia.

Chi decide e vuole essere suo discepolo deve come lui farsi “servo” e come lui dire “non sono venuto per essere servito ma per servire”.

Il secondo insegnamento viene da Maria. “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.

Maria è il prototipo, la prima tra i discepoli.  Ella è Madre ma è anche discepolo del Figlio Gesù.  Ella ci dice che il cristiano vero deve saper far tesoro di quanto il Signore gli dice o gli dimostra nella sua vita.  Anche quando non si capisce o non si può capire.  “Essi non compresero” dice sempre il Vangelo.  Non compresero ma credettero.

Anche noi spesso non comprendiamo, non possiamo capire ma dobbiamo credere che il Signore è all’opera e lavora per la nostra salvezza.  Oggi più che mai in questa situazione così confusa e complessa: “Credere e continuare ad impegnarci come il Signore ci dice”.  È       il richiamo del Vescovo nel discorso alla città del 4 Dicembre scorso.  La nostra società complessa rischia di essere vittima della sua complessità. Come in una specie di babilonia confusa, tutti possono parlare e tutti possono essere ignorati.  Ci si difende dallo smarrimento con l’indifferenza.  Siamo invece chiamati e siamo capaci di affrontare l’emergenza spirituale con un fiducioso farci avanti: tocca a noi, tocca a noi tutti insieme”.

Preghiamo perché come Maria e Giuseppe che non compresero ma stettero al loro posto ed ubbidirono così anche noi.

Diciamo “Signore aumenta la mia fede anche se non comprendo”.          

 

                                            don Edy



DOMENICA 24 GENNAIO 2021

 

 

TERZA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Nm      11,4-7.16a.18-20.31-32a

                       Epistola:               1Cor    10,1-11b

Vangelo:               Mt         14,13b-21

 

Anche la liturgia della terza Domenica dopo l’Epifania ci presenta nella pericope evangelica un segno che manifesta la Signoria e Divinità di Gesù.

È il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

È un segno che Gesù compie perché sente compassione per la folla che lo ha seguito.

Il segno è narrato facendo uso di simboli legati alla tradizione del popolo di Israele e molto eloquenti per la gente che era con Gesù.

I discepoli riconoscono di non essere in grado di dar da mangiare a tutte quelle persone perché hanno solo cinque pani e due pesci.  Una inezia per cinquemila persone!  Quel poco è però accettato e valorizzato da Gesù.

Portatemeli qui” dice Gesù e dopo aver spezzato quei pani tutti mangiarono a sazietà.

I pezzi avanzati furono raccolti in dodici ceste.  Coloro che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini.

I simboli da interpretare e comprendere sono:

CINQUE PANI  - 

DUE PESCI  -

DODICI CESTE  -

CINQUEMILA UOMINI  -

I cinque pani sembrano indicare i cinque libri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), che formano la TORAH ossia la legge che guida Israele.

Due pesci farebbero riferimento a Mosè ed Elia.  I due personaggi che appaiono nella trasfigurazione accanto  a Gesù.

Il senso profondo è che Gesù è più grande non solo della legge antica, ma anche dei personaggi più importanti dell’Antico Testamento, Mosè ed Elia.

Gesù è colui che sa e può nutrire chi ha fame e la fame più vera è quella dell’anima e dello spirito.

Tutto questo verrà ripreso nel grande discorso del Cap. VI di Giovanni dove Gesù dice: “Io sono il pane vero, il pane della vita eterna”.

Le dodici ceste che raccolgono gli avanzi indicano il popolo dei redenti, fondato sui dodici apostoli.  Anche per coloro che non hanno avuto la possibilità e la fortuna di incontrarsi con Gesù ci sarà cibo di vita eterna.

Infine i cinquemila nella teologia dei numeri indicano la totalità delle persone.   Più di così non se ne può contare.  Tutti sono chiamati a nutrirsi del pane di vita che è Gesù.

In noi c’è una domanda di senso, c’è un desiderio forte di pace e di gioia, c’è la ricerca del vero e del bello.

Abbiamo “fame di ciò che è vero, di ciò che è bello, della pace e della gioia.

Solo il Signore Gesù può darci tutto questo.

L’invito è quindi ad andare in profondità, riconoscere che le cose di questo mondo non possono darci felicità e pace eterna.

Solo il Signore lo fa per noi.

 

don Edy

 

DOMENICA 17 GENNAIO 2021

SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             25,6-10a

                       Epistola:               Col            2,1-10a

Vangelo:               Gv             2,1-11

Quello compiuto a Cana di Galilea fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. L’evangelista Giovanni non parla di miracoli, ma di “segni”.

I segni narrati da Giovanni sono sette. Dall’acqua trasformata in vino a Cana alla resuscitazione dell’amico Lazzaro. I segni sono dono di Dio e sono un sostegno ed un aiuto alla fede. Naturalmente il segno deve portare alla fede in Cristo Gesù.  Ciò che importa è la fede non i segni che sono strumento per arrivarci. La fede matura piano, piano deve liberarsi da questi strumenti per arrivare all’affidamento nelle mani del Signore. Ripeto il segno deve portare alla fede non all’idolatria, cosa che invece succede molto spesso per tanta gente che cerca il sensazionalismo, di fatti strani per avere sicurezze personali.

Di queste persone Gesù dice nel Vangelo: “A questa generazione non sarà dato alcun segno”. Il segno va interpretato, perché di per sé è equivoco. Il Vangelo di Giovanni ci dice che di fronte allo stesso segno “alcuni credettero, altri no”.

Al termine dei segni cap. 11 leggiamo il famoso sommario di Giovanni: “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”.  (Gv 11,45-53).


È fondamentale quindi rispondere alla domanda che Gesù sempre nel Cap. 11 pone a Marta sorella di Lazzaro.  “Credi tu questo?”.  “Sì o Signore io credo che Tu sei il Cristo il Figlio di Dio”.

Da ultimo tutti i segni narrati da Giovanni vogliono parlarci della vicinanza di Dio che offre il suo amore e la sua misericordia.

Il segno di Cana ci dice che Dio trasforma la nostra povera umanità simboleggiata dall’acqua nella vita vera dell’eternità beata.

Il segno ci dice che Gesù è il Cristo colui che porta a compimento la profezia di Isaia letta nella prima lettura: “Eliminerà la morte per sempre.  Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

Credi tu questo?

È la domanda fondamentale della vita.

A questo dobbiamo rispondere.

 

                                                                  don Edy


DOMENICA 10 GENNAIO 2021

BATTESIMO DEL SIGNORE

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             55,4-7

                       Epistola:               Ef              2,13-22

Vangelo:               Mc             1,7-11

Il Battesimo del Signore Gesù, già ricordato nella solennità dell’Epifania è messo al centro della nostra meditazione in questa domenica che chiude il Tempo del Natale e apre da lunedì il tempo ordinario dopo l’Epifania. 

Il battesimo di Gesù non è affatto gesto di purificazione e riconoscimento dei propri peccati come era per la folla che si accalcava sulla riva del fiume. E’ piuttosto la prima solenne manifestazione di Gesù, la sua epifania dopo quella davanti ai Magi. Il racconto di Marco è di estrema sobrietà ma con tre tratti decisivi. Gesù vede i cieli che si aprono, lo Spirito che su di Lui discende mentre una voce dall’alto lo proclama Figlio amatissimo. Su questo giovane uomo confuso tra la folla e che forse nessuno tranne Giovanni Battista avrà notato, si spalanca il cielo come a dire che proprio in Lui Dio che nessun occhio umano ha mai potuto  vedere, si manifesta. L’attesa secolare di Israele che tante volte aveva invocato un cielo spalancato segno della benedizione di Dio, ora si compie proprio su questo uomo confuso con tutti.

Il Battesimo dà inizio alla vita pubblica di Gesù. Come dicono gli “Atti  degli Apostoli” dal Battesimo fino alla sua Pasqua (morte e resurrezione).

L’epistola di oggi rilegge tutto questo periodo di tempo dicendo che uno dei significati, o contenuti, della missione di Gesù è quello di portare la pace tra il popolo ebraico e i pagani.

Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè  l’inimicizia, per mezzo della sua carne.  Così Egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia”.

La conseguenza è che ormai in Cristo esiste un popolo nuovo. “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù”.

Queste parole dell’Apostolo Paolo però ci sembrano oggi molto  amare e lontane dalla storia reale.  I due popoli non sono diventati uno, ma sono ancora divisi e lontani. Domenica prossima sarà la giornata dell’ebraismo proprio perché c’è nella Chiesa un profondo desiderio di poter parlare e camminare insieme, mantenendo le proprie diversità e peculiarità.

 

don Edy

 



DOMENICA 3 GENNAIO 2021

 

DOMENICA DOPO L'OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE

 


Rif. Biblici:       1"Lettura: Sir 24,1-12

Epistola: Rm 8,3b-9a

Vangelo: Lc 4,14-22



Siamo ancora nel tempo liturgico del Natale ma questa domenica dopo l'ottava ci parla già della Missione di Gesù che Egli è chiamato a compiere nel tempo della vita pubblica prima della sua morte e risurrezione, che è la Nuova e vera Pasqua.

Entrato nella sinagoga di Nazaret Gesù legge dal rotolo di lsaia un passaggio del Quarto Carme del Servo di  Jahve.


"Lo spirito del Signore Dio è  su di me perchè il Signore mi ha consacrato con 

l'unzione; mi ha mandato a portare il

Lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberta degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti ".     (Is 61,1-2).

Egli applica a se quella profezia "Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato ".

Colui che è nato a Betlemme, Colui che si è fatto servo (come ci ha detto l'epistola del primo giorno dell'anno), è Colui che è venuto a proclamare l'anno di grazia del Signore. Questo è il suo servizio primo e fondamentale. Il termine anno non va tanto inteso come una entità temporale di 365 giorni, ma come lo spazio del tempo in cui il Signore è all'opera per la nostra salvezza.

Egli continua ora a voler dare speranza ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la salvezza agli oppressi.

Tutte queste espressioni hanno un senso che va oltre l’immediato significato letterale.

Anche noi siamo spesso prigionieri. Ebbene sì, prigionieri del nostro peccato, del nostro

egoismo, della nostra indifferenza.


Anche noi siamo ciechi perché non riusciamo a vedere ciò che è giusto e buono e 


compiamo ciò che è male agli occhi di Dio.


Anche noi siamo oppressi da tante fatiche e paure che ci impediscono di vivere in 


pienezza la gioia dell'esistenza.

II tempo che ci viene dato deve diventare ii luogo spirituale dell'incontro con il Signore che ci viene incontro e ci dice lasciati liberare e guarire da me.

Ci chiediamo: "Che cosa ci opprime? Di che cosa siamo prigionieri? Ci vediamo oppure siamo ciechi?

Occorre andare oltre la superficialità che spesso caratterizza la nostra vita, andare in profondità e riconoscerci poveri (che significa incapacità di essere salvezza a noi stessi) e saperci mettere nelle mani del Signore.

Solo Lui ci può veramente liberare ed illuminare.

Diciamo allora: "Vieni Signore Gesu" e riempimi di te.

 

don Edy


DOMENICA  20  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:  1^Lettura: Is         62,10-63,3b
Epistola:        Fil             4,4-9
Vangelo:       Lc         1,26-38a   

La sesta  domenica dell’ Avvento ambrosiano è la solennità della “Divina Incarnazione” o della “Divina Maternità della beata e sempre Vergine Maria”.
L’affermazione della Divina maternità di Maria è fondamentale per la fede Cristiana perché ci dice che in Gesù non ci sono due persone (umana e divina) ma una sola e che Maria ha dato un corpo al Verbo Divino.
Questo è un dogma della dottrina Cristiana: “Nel IV secolo il titolo «Madre di Dio» era ampiamente usato ad Alessandria d’Egitto (uno dei principali centri di elaborazione teologica del cristianesimo antico) ed era conosciuto in tutto l’Impero romano.  Fu proclamato dogma dopo la controversia teologica causata dai nestoriani. Nestorio ( 381-451) Patriarca di Costantinopoli, aveva affermato infatti che Maria non aveva titolo per essere definita «madre di Dio», ma solo «madre di Gesù».  La controversia tra Alessandria ed Antiochia fu risolta in un Concilio ecumenico.
L’assise si tenne ad Efeso, in Asia Minore, nel 431.  Il Concilio di Efeso ribadì il 22 Giugno di quell’anno che Maria è Madre di Dio.  Secondo il Concilio, infatti, Gesù Cristo, pur essendo contemporaneamente Dio e uomo – come già aveva affermato in precedenza il Concilio di Nicea -, è un’unica persona: le due nature, divina e umana, sono inseparabili, e perciò Maria può essere legittimamente chiamata «Madre di Dio».

«Madre di Dio (…) non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque la lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne”. 
La dottrina cristologica del patriarca Nestorio venne rifiutata dal Concilio di Efeso perché separava troppo la natura umana di Cristo da quella divina, rischiando - in definitiva -  di pensare a Gesù Cristo semplicemente come uomo “ispirato”, “inabitato” dal Verbo di Dio.  Il titolo di Theotokos venne quindi confermato dal Concilio in opposizione a Nestorio, che gli preferiva il titolo Christotokos.
Ci troviamo oggi di fronte e contempliamo il Mistero più grande del Cristianesimo.
Un mistero che noi non possiamo spiegare ma che accogliamo nella fede.
Questa accoglienza è ciò che dà gioia e senso alla nostra vita.
La domenica della Divina Maternità è la domenica della gioia e dell’esultanza, perché Dio ci ha visitati e fatto come noi.
Facciamo nostro l’invito dell’epistola “Fratelli siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto siate lieti.
Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla.
E la pace di Dio sia nei vostri cuori”.
È l’augurio cristiano per il Natale ed è ciò che chiediamo al Signore.
don Edy


DOMENICA  13  DICEMBRE   2020

QUINTA  DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             11,1-10

                        Epistola:               Eb             7,1-14-17.22.25

                   Vangelo:      Gv     1,19-27a.15c.27b-28  

Celebriamo la liturgia della quinta domenica di Avvento.

La pericope evangelica ci parla anche oggi di Giovanni il Battista che interrogato dagli scribi e farisei con grande umiltà e realismo dà una chiara testimonianza a Gesù. “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”.

Le parole di Giovanni ci dicono che in Gesù si compie la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura.  Egli è il virgulto della radice di Iesse, il Messia perché su di lui si posa lo Spirito di sapienza ed intelligenza, di consiglio e di fortezza, di conoscenza e di timore del Signore.

Egli darà origine ad un’era nuova, l’era messianica del mondo redento e liberato dal male.


La visione di Isaia è grandiosa e magnifica:
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.  La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli.  Il leone si ciberà di paglia, come il bue.  Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare”.

Purtroppo però noi sappiamo che a causa del peccato che è nel cuore dell’uomo nonostante duemila anni di Cristianesimo tutto questo non si è ancora realizzato.

Il Cristiano il discepolo di Cristo deve essere consapevole che a lui è stato dato il compito di essere presente nella storia dell’uomo per creare un mondo nuovo, fondato sulla pace, sulla fratellanza e sull’amore di Dio.

Accogliere colui che viene significa mettersi sulla stessa lunghezza d’onda del pensiero di Cristo ed avere nel cuore gli stessi sentimenti.

Anche quest’oggi quindi ci chiediamo: “È così per me? Porto veramente nel cuore i sentimenti di Cristo?

 

don Edy


DOMENICA  6  DICEMBRE   2020

QUARTA  DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:      1^Lettura:             Is             16,1-5

                       Epistola:               1Ts            3,11-4,2

Vangelo:               Mc            1,1-11

Forse oggi siamo rimasti sorpresi ad ascoltare la pagina evangelica che ci parla dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. 


Normalmente questo episodio viene ricordato nella Domenica delle Palme che dà inizio alla Settimana Santa.

Perché allora oggi in questa IV domenica di Avvento?

La risposta è molto importante e significativa.  La Chiesa vuole ricordarci che il nostro Dio è un Dio che viene nella nostra storia, nella nostra vita.   È un Dio che come a Gerusalemme entra nelle nostre città e nelle nostre case.

Prepararsi al Natale significa ricordare che Egli è venuto, Egli continua a venire nei Sacramenti che celebriamo e che verrà nel giorno del giudizio finale.

Il cristiano è colui che fonda la sua fede su una certezza: l’entrata di Dio nella storia dell’uomo.  Così possiamo aprirci al futuro, al nuovo, in poche parole all’Avvento.

L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, dopo aver parlato della glorificazione di Gesù, il Cristo, l’Agnello e le prove che dovremo attraversare chiude proprio con l’invocazione: “Vieni Signore Gesù”.

È l’invocazione dell’Avvento che vogliamo fare nostra.

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita”. (Ap 22,17) –

Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù”. (Ap 22,20).

Dobbiamo prepararci a questa venuta.

L’epistola anche quest’oggi ci indica la via: “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere salvi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi”.

Crescere nell’amore di Dio e dei fratelli per essere trovati irreprensibili nella santità alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.  Questo deve essere lo scopo della nostra vita.

Ma è così per noi?

 

don Edy


DOMENICA  29  NOVEMBRE   2020

TERZA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is               51,1-6

                               Epistola:              2Cor          2,14-16a

Vangelo:               Gv             5,33-39

Il tempo di Avvento vuole aiutarci a fare memoria della venuta nella carne del Figlio di Dio nell’attesa della seconda e gloriosa venuta nella gloria.

Per questo il brano evangelico parla della testimonianza resa a Gesù da Giovanni Battista.  Egli era la luce, la lampada che risplende per illuminare il cammino che porta all’incontro con Lui il Cristo.

I Giudei non hanno però ascoltato la sua voce e non hanno creduto in Gesù.

A noi cristiani, discepoli di Cristo, che abbiamo ascoltato la sua parola e abbiamo deciso di seguirlo è chiesto ora di essere suoi testimoni come lo fu Giovanni.

Ce lo dice in modo molto significativo ed originale nell’epistola quest’oggi: “Fratelli, siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza!  Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono; per gli uni odore di morti per la morte e per gli altri odore di vita per la vita”.


La domanda è semplice, ma molto impegnativa e significativa.

Come testimoniamo noi il Cristo?

Nel mondo siamo il profumo della sua conoscenza?

In questo periodo in cui ormai sembra prevalere sempre più la rassegnazione di fronte alla pandemia del COVID sappiamo dire una parola di fede che diventa invito alla speranza e alla fiducia?

Il Natale si avvicina.  E’ la festa della luce.  Come ci stiamo preparando per essere veramente noi stessi la luce per questo mondo?

don Edy


DOMENICA  22  NOVEMBRE   2020

SECONDA   DOMENICA DI AVVENTO


Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                51,7-12a

                               Epistola:              Rm            15,15-21

Vangelo:               Mt              3,1-12

La seconda domenica di Avvento ci presenta una figura caratteristica di questo tempo liturgico: Giovanni il Battista.

Giovanni viene chiamato anche il precursore, prendendo a prestito un’immagine tipica del tempo di allora.

Quando arrivava il re o un grande personaggio (un ministro del re) c’erano degli uomini che correvano davanti a lui e al corteo regale per annunciare al popolo il suo arrivo.

Giovanni annuncia al resto di Israele che il Signore il vero re sta per arrivare: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

L’annuncio di Giovanni è un annuncio alla Conversione: “Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino”.  Egli richiama alla conversione per essere degni di accogliere il Signore.  Il suo appello però presenta dei grossi limiti.  Giovanni è l’ultimo grande rappresentante dell’Antico Testamento e la sua predicazione riprende temi cari ai profeti che hanno visto l’infedeltà di Israele, la sua sconfitta ad opera di potenze straniere, la deportazione e l’esilio.

Di fronte a tutto questo i profeti parlano del “Giorno di Jahvè”, il giorno di Dio, tempo in cui Egli punirà e distruggerà il male e chi lo opera, il peccato ed i peccatori.


Giovanni ne è convinto: “Già la scure è posta alle radici degli alberi; ogni albero che non dà buon frutto verrà tagliato e gettato nel fuoco” e parlando di colui che deve venire dice: “Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

Colui che verrà però annuncerà che il giorno di Jahvè, il giorno di Dio è un tempo in cui si manifesterà la misericordia di Dio, perché: “Egli è venuto non a condannare chi era perduto, ma a perdonarlo e a salvarlo”.

Di fronte a questo annuncio Giovanni entrerà in una crisi profonda che addirittura lo porterà a dubitare su Gesù, se veramente fosse lui Colui che doveva venire.  Dalla prigione manderà a chiedere: “Ma sei tu o dobbiamo aspettarne un altro”.

Anche noi aspettiamo “Colui che deve venire”.

Convertirci significa mettere da parte il nostro modo umano e terreno di pensare per accogliere la Parola di Gesù, il suo pensiero, il suo modo di vedere le cose che non sono la nostra Parola o i nostri pensieri.

Egli viene a dirci che ci ama e vuole il nostro bene.

Oggi in tempo di COVID abbiamo bisogno più che mai di credere che sia veramente così.  Non rinchiudiamoci nella paura e nella tristezza: apriamoci a Lui.

Diciamo “Maranatàh” – Vieni Signore Gesù a guarirci da ogni male.

don Edy


DOMENICA  15  NOVEMBRE   2020

 PRIMA DOMENICA DI AVVENTO

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                24,16b-23      

                               Epistola:              1Cor           15,22-28

Vangelo:               Mc             13,1-27

Iniziamo oggi il cammino di un nuovo Anno Liturgico con il Tempo di Avvento che nel rito Ambrosiano ha la durata di sei settimane.

L’Avvento (ce lo dice la parola stessa) ci parla della venuta del Figlio di Dio nella storia dell’uomo.

La rivelazione neotestamentaria parla di due venute.

La prima è quella storica attestata in particolare dai Vangeli dell’infanzia di Matteo e Luca.

Questa venuta è caratterizzata da una scelta ben precisa: è la “Chenosi” il Figlio di Dio svuota se stesso della sua potenza e gloria per farsi come noi e redimere così la natura umana. Questa è la fede annunciata dalla Chiesa Primitiva. Troviamo tutto questo negli inni cristologici. “Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”. (Fil 2,6-11).


La seconda venuta è la venuta finale quando dice il brano evangelico odierno: “Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria” venuta che manifesterà a tutti gli uomini e donne la sua gloria e la sua missione di radunare attorno a sé gli eletti di Dio.

Tra la venuta storica e quella finale c’è il Tempo della Chiesa e della sua storia, un tempo descritto dal brano evangelico con immagini ed iperboli apocalittiche che parlano di prove, di perequazioni, di sofferenze.

La prova più grande è il dover o voler continuare a credere con pazienza e perseveranza nell’attesa che si compia la beata speranza dell’incontro totale e definitivo con Cristo.  Molti, ci dice sempre il brano odierno, cadranno e si allontaneranno perché tratti in inganno.

Da quanto detto ci poniamo due domande.

-       Che immagine abbiamo di Dio?  Siamo consapevoli che si è umiliato per amore nostro?  Egli che è venuto per servire e non per essere servito.

-       Che senso diamo al tempo che ci è stato dato da vivere?  È un camminare, un voler andare incontro a Cristo, o un passare vuoto di giorni, e di anni?

don Edy


DOMENICA  25  OTTOBRE   2020
PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:             1^Lettura:            At                10,34-48a      

                               Epistola:              1Cor            1,17b-24

Vangelo:               Lc              24,44-49a

 Oggi celebriamo la Giornata missionaria mondiale.

Nel brano di Vangelo che oggi leggiamo troviamo la motivazione più profonda ed autentica per l’impegno missionario: “Di questo voi siete testimoni”.

I discepoli di Gesù prima, noi oggi, siamo chiamati a proclamare al mondo che Gesù è risorto ed è vivo in mezzo a noi.  Siamo invitati a dire che la sua è la  parola di Verità e Salvezza.  In poche parole a dare a Lui e per Lui la nostra bella testimonianza.

Gli apostoli lo hanno fatto a partire da una vicinanza e conoscenza profondissima di Gesù.

L’evangelista Giovanni scrive: “Ciò che i nostri occhi hanno visto, le nostre mani hanno toccato, le nostre orecchie hanno udito, noi lo trasmettiamo a voi”.


A noi non è stato dato di condividere con Gesù parte della nostra vita, di ascoltare direttamente la sua voce, di camminare con Lui per le strade della Galilea.

Noi diamo la nostra testimonianza nella fede. È questo il primo fondamentale passaggio.  Credere sulla parola degli Apostoli (la nostra è una fede “apostolica”) nella verità della Parola di Gesù, credere che solo Lui ha parole di vita eterna perché ha vinto la morte ed è presente in mezzo a noi.

Spesso avvertiamo la fatica e la nostra inadeguatezza. “Credere per essere testimoni”.  Questo è l’impegno che ci è stato affidato nel giorno del Battesimo.

Dobbiamo pregare come leggiamo nel Vangelo: “Signore aumenta la mia fede” perché io possa testimoniare in pienezza al mondo intero che Tu sei il Cristo della nostra salvezza, con l’apostolo Paolo poter dire:

Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1Cor 16)

Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro.”. (1Cor 19-23).

                                                          don Edy

            


DOMENICA  18  OTTOBRE   2020

DEDICAZIONE DEL DUOMO

 

Rif. Biblici: 1^Lettura: Bar             3,24-38 –Ap 1,10;21,2-5  

                    Epistola: 2Tim           2,19-22

                     Vangelo:  Mt             21,10-17

 Il 20 Ottobre 1577 San Carlo celebrava la dedicazione del nostro Duomo consacrando così il magnifico edificio iniziato due secoli prima. Il duomo è il seno della presenza viva e salvifica di Dio al centro, direi nel cuore della città di Milano. Il Duomo è anche il simbolo dell’unità del popolo ambrosiano, perché da lì l’Arcivescovo guida ed istruisce tutta la diocesi. Viene chiamato anche Cattedrale ossia luogo dove il vescovo ha la sua cattedra.

Da quel 20 ottobre 1577 ogni anno nella terza domenica di ottobre ricordiamo che il Signore ha voluto abitare tra noi, ha posto la sua dimora in mezzo alla nostra città, ci chiama ad essere Chiesa, ossia Comunità dei credenti e dei discepoli di Cristo.

Il brano di Vangelo che oggi leggiamo ci invita a saper riconoscere questa presenza libera da ogni equivoco. Le parole dure di Gesù vogliono restituire al tempio la sua natura di Casa di preghiera e di incontro nella fede dei credenti.

Spesso anche per noi succede quello che avveniva ai tempi di Gesù.


Ci viene chiesto “quanto costa una messa per i defunti?”-  “Cosa devo pagare per il funerale?”.

Ogni volta tento di spiegare che non si deve pagare niente. Il sacro non è in vendita, non si può vendere.

Sta alla coscienza dei singoli fare un’offerta per i bisogni della parrocchia e dei poveri.  Certo che il gesto di Gesù può essere letto ad un livello molto più impegnativo: liberare la Chiesa da equivoci e non sempre trasparenti connessioni finanziarie.

In questi giorni in molti ci aspettiamo dal Papa una riforma che faccia chiarezza sulle finanze vaticane.

La Chiesa deve fare un uso quanto mai limpido ed evangelico delle pur necessarie risorse economiche.

Fa male venire a conoscere gli scandali, ruberie e quant’altro nell’uso di beni destinati alla Chiesa ed ai poveri.

Il mio invito però è a non scoraggiarsi.  Se da un lato ci deve essere la condanna chiara di chi compie queste cose, dall’altro dobbiamo andare avanti con coraggio.

La Chiesa è da sempre “Sancta e Peccatrix” – Santa e Peccatrice.  Sin dall’inizio tra gli apostoli chi teneva la borsa rubava.  Questo però non ha frenato il diffondersi del Vangelo.

Allora sia così anche per noi.                                                                                   

 

                                                          don Edy

DOMENICA  11  OTTOBRE   2020

 

 

VII   DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Is                65,8-12         

                               Epistola:              1 Cor          9,7-12

Vangelo:               Mt             13,3b-23

 

Oggi leggiamo una delle parabole più conosciute e più belle del Vangelo: la parabola del seminatore.

Il versetto dell’Alleluia in modo molto semplice ma efficace ce ne spiega il senso: “Il seme è la parola di Dio e il seminatore è Cristo. Chiunque trova Lui ha la vita eterna”.


Simbolicamente siamo paragonati al terreno che può accogliere o rifiutare il seme, che può farlo crescere ma anche farlo morire.

Il Signore ci nutre continuamente con la sua parola in modo privilegiato nella celebrazione eucaristica della domenica dove siamo invitati al banchetto della Parola e del Corpo di Cristo.

Vorrei allora richiamare alcuni punti importanti della prassi ecclesiale per poter accogliere in modo degno e fruttuoso il dono di Dio.

Anzitutto la Parola va ascoltata e va meditata.  Purtroppo spesso la sentiamo ma poi la dimentichiamo quasi immediatamente.

Ci è invece di esempio Maria, la madre di Gesù. 

Nel Vangelo di Luca ci viene detto che “Serbava e custodiva nel suo cuore tutte le parole meditandole profondamente”.

La parola ascoltata e meditata va poi messa in pratica nella concretezza della vita quotidiana.

L’apostolo Paolo dice: “Non siate solo ascoltatori della Parola, illudendo voi stessi, ma persone che la vivono e la mettono in pratica”.

Mettere in pratica la Parola richiede un continuo lavoro ed impegno di conversione.

Nella lettera agli Ebrei leggiamo che: “La Parola è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e del corpo, delle giunture e delle midolla e scrutai sentimenti e i pensieri dei cuori”.

La parola ci giudica in tanti nostri comportamenti che vanno in una direzione che non è quella della volontà di Dio.  Per questo è scomoda e spesso difficile da accogliere.

Ancora una volta dobbiamo dire di no al nostro Io per lasciare spazio a lei.

Ciò che è giusto, ciò che è vero non deve essere ciò che a noi piace o serve ma unicamente ciò che il Signore ci dice.

                                                         

don Edy

            

DOMENICA  4  OTTOBRE   2020

 

 

VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

 

 

Rif. Biblici:             1^Lettura:            Gb               1,13-21         

                               Epistola:              2Tm            2,6-15

Vangelo:               Lc             17,7-10

 

Il Vangelo di questa VI domenica dopo il Martirio di Giovanni ci ricorda in modo forte e preciso che siamo servi.

Non siamo noi i padroni della nostra vita e dei nostri giorni ma solo il Signore lo è.

La pandemia del “Corona virus” ci ha fatto riscoprire in modo inaspettato tutta la fragilità e precarietà del nostro essere.

In questo tempo siamo chiamati a pregare per il dono della sapienza che ci aiuti ad andare avanti.

L’Arcivescovo intitola la sua lettera “Infonda Dio Sapienza” quella sapienza che ci aiuta a vedere nella tragedia una occasione per purificarci ed essere più autenticamente noi stessi: creature non signori.

A chi mi chiede: “Perché è capitato questo male?  Di chi è la colpa?” io rispondo che non lo so.  Il male è un enigma incomprensibile, non so di dove venga.  So per certo che non è voluto da Dio.

-       Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisiremo un cuore saggio – (Salmo 90,12).

Quante volte Gesù ha pregato con le parole del Salmo 90!

I discepoli di Gesù non hanno tutte le risposte, percorrono le vie del tempo e del mondo nella fede, non nella visione: hanno abbastanza luce per imparare la sapienza, quella che sa contare i giorni.

“Contare i giorni”, condizione per la sapienza del cuore, significa fare i conti con il limite.  Si prende contatto con il limite, ci si –misura- ”.

 “Contare i giorni significa accettare se stessi, sopportare pazientemente le tante zone buie di quel dolore che resta sempre avvinghiato anche alle gioie più alte”.

In questa prospettiva propone di dare un significato particolare a questa domenica.


“Propongo di caratterizzare domenica 4 Ottobre come “domenica dell’ulivo”. Non è stato possibile celebrare la Domenica delle Palme per entrare nella Settimana autentica ricordando l’ingresso festoso di Gesù in Gerusalemme.  Pertanto è mancato anche quel segno popolare tanto gradito e significativo di far giungere in tutte le case un rametto di ulivo benedetto.  Ripensiamo spontaneamente alla colomba di Noè: “Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e fece uscire un corvo.  Esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra.  Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora acqua su tutta la terra.  Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca.  Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco essa aveva nel becco una tenera foglia d’ulivo.  Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra”. (Gen 8,6-11).

Nel tempo che abbiamo vissuto, l’epidemia ha devastato la terra e sconvolto la vita della gente.  Abbiamo atteso segni della fine del dramma.  La benedizione dell’ulivo o di un segno analogo deve essere occasione per un annuncio di pace, di ripresa fiduciosa, di augurio che può raggiungere tutte le case”.

 

                                                          don Edy


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