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Il Parroco

DOMENICA  7  LUGLIO  2019

QUARTA DOMENICA DOPO PENTECOSTE


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Gen              4,1-16
                         Epistola:           Eb             11,1-6     
Vangelo:           Mt               5,21-24

Anche quest’oggi come domenica scorsa il brano della Genesi rilegge l’esperienza dell’uomo che è profondamente segnata dal peccato che accompagna tutta la nostra vita.
Il peccato dell’uomo si manifesta da sempre su due fronti.  Il primo è il peccato contro Dio, il secondo contro gli altri uomini o donne creati come tutti noi ad immagine di Dio.
Oggi siamo chiamati ad interrogarci sulla nostra capacità di vivere rapporti autentici che manifestano la nostra fraternità. Se in positivo ci viene detto e chiesto di amare gli altri come noi stessi, in negativo si afferma che anche le parole possono uccidere, il giudizio temerario, l’incapacità di andare oltre gli stereotipi che incasellano per sempre le persone in cliché e visioni negative. “Io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.  Chi poi dice al fratello: «Stupido», dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: «Pazzo», sarà destinato al fuoco della Geenna”.
È uno dei peccati più gravi che mettono (o hanno messo) in crisi la mia vita di prete facendomi sperimentare la fragilità e precarietà della mia azione pastorale.  Umanamente non potrei che sentirmi fallito quando Cristiani che vengono a Messa regolarmente tutte le domeniche, magari sono attivamente nei gruppi operativi in Parrocchia non sanno perdonare, e dicono che non lo faranno, giudicano in continuazione negativamente fratelli e sorelle incapaci di aprire come dice il Vangelo un dialogo. “Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”. Dialogo significa relazione.  Attraverso (dia) la parola (logos) che porta alla verità.
Oggi, parlando non unicamente (ma anche) della nostra Comunità posso dire che è molto forte la tentazione non solo di giudicare ma anche di escludere e rifiutare.  Ogni giorno i mezzi di comunicazione in particolare la televisione mettono dentro di noi il dubbio che genera reazioni emotive molto forti che portano tanti cristiani a schierarsi con chi pratica il rifiuto e non l’accoglienza.  Spesso la comunicazione è molto subdola e studiata per portare dalla propria parte soprattutto i più deboli e meno preparati culturalmente.
Ho assistito ad un programma televisivo in cui la conduttrice chiedeva ad un noto giornalista molto chiaramente schierato che si dice cattolico come vivesse l'obbedienza al magistero della Chiesa che agli occhi di tanti compie scelte che escono dalle vie o dal solco tipico cristiano.  La risposta è stata che molti cristiani sono delusi e confusi.  Affermava che la Chiesa non recepisce più il sentire popolare, ossia c’è una frattura tra ciò che la gente si aspetta e ciò che la Chiesa fa.   Ora se dobbiamo parlare chiaramente dal punto di vista cristiano o teologico, la Chiesa non deve dire ciò che la gente si aspetta di sentire o fare ciò che la gente vuole.  La Chiesa deve annunciare il Vangelo che non è parola di questo mondo e compiere scelte motivate dalla visione di Cristo che non fa distinzione tra i “loro e i nostri”, tra “buoni e cattivi” ma ama tutti e considera ogni uomo come il valore più grande.
Il passaggio che dobbiamo compiere è dall’ideologia alla fede.  L’ideologia mette al centro interessi, egoismi, confini, la fede la persona.
Vi invito ad essere capaci di autocritica e di esaminare voi stessi e le vostre scelte.  Il Vangelo ci dice:
Guardatevi dai falsi profeti.  Sorgeranno molti che annunceranno una parola che accarezzi le vostre orecchie.  Essi si presentano come pecore ma dentro sono lupi rapaci” e San Paolo continuamente parla di chi vuole cambiare o addomesticare il Vangelo.
Purtroppo molti sono caduti preda di falsi profeti in passato ed anche ai nostri giorni.
Continuo a fare il prete consapevole che si debba andare avanti in forza della fede e per la fede.   Tutti però chiediamoci come essere oggi testimoni autentici del Vangelo.

                                             don Edy



DOMENICA  30  GIUGNO  2019

TERZA DOMENICA DOPO PENTECOSTE


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Gen              3,1-20
                         Epistola:           Rm            5,18-21  
Vangelo:           Mt              1,20b-24b

Le letture di oggi ci dicono che l’uomo non è in grado di salvarsi da solo, anzi da solo è preda del male che lo porta alla perdizione.
La prima lettura è una grande riflessione teologica sul perché del male, della sofferenza e della morte nella nostra vita.
Creati a immagine di Dio per trovare in lui e solo in lui la pienezza dell’esistenza, ci illudiamo di poter essere da soli capaci di dare senso e significato ad essa.
In realtà scopriamo di essere nudi, ossia di non aver nulla di finale e definitivo per la nostra salvezza.  Simbolicamente la nudità indica ed è segno di una condizione di insufficienza, di incapacità ed incompletezza.
Dio però non ci ha abbandonati ed alla prima lettura risponde il brano di Vangelo che dice ed afferma che Egli ha voluto stare con noi, si è fatto uno di noi.   È l’Emmanuele, ossia il “Dio con noi”.
L’apostolo Paolo scrive che come “regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna,  per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore”.
A partire da questo due sono gli insegnamenti che la liturgia di questa domenica ci dà.
Anzitutto l’invito a riconoscere che spesso il nostro Io ci porta lontani da Dio nell’illusione di poter essere salvezza a noi stessi, scoprendo poi con amarezza che non è così.  È necessario riconoscersi insufficienti e bisognosi del suo aiuto ogni giorno.
Con la preghiera del salmo impariamo a dire: “Solo in te Signore posso restare e riposare in pace”.
Il secondo insegnamento è quello annunciato dal brano evangelico.  Dio è con noi, Egli cammina sulle strade della nostra vita ed è vicino nei tempi e momenti più faticosi e tenebrosi quando sembra non esserci più nessuna speranza.
Ci chiediamo allora se per noi è così.
Siamo capaci di dire ogni giorno: “Credo in te!  Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia credo che tu sei con me”?
Preghiamo perché questo si realizzi per noi.



don Edy


DOMENICA  23  GIUGNO  2019

SECONDA DOMENICA DOPO PENTECOSTE


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Sir             18,1-2.4-9a.10-13b
                         Epistola:           Rm            8,18-25      
Vangelo:           Mt            6,25-33

Il tempo dopo Pentecoste ci chiama ad approfondire il significato della nostra sequela a Cristo Gesù.  Il discepolo è chiamato ad essere nel mondo testimone della Sua parola, del significato che Egli ha voluto dare all’esistenza di ciascuno di noi.
Le letture di oggi sono molto significative ed impegnative.
C’è un filo che le unisce ed è sicuramente l’invito ad essere nella vita molto realisti per riconoscere tutta la caducità, provvisorietà ed incompletezza dell’esistenza stessa.
Da questa consapevolezza siamo così chiamati a riconoscere in Dio la fonte della nostra salvezza e felicità.
Il brano di Vangelo ci dice che non dobbiamo essere preoccupati per le necessità primarie della nostra vita. “Non preoccupatevi dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste sa di cosa avete bisogno.”.

L’apostolo Paolo affronta su questa linea un tema molto difficile e complesso: “Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura … “ e  più avanti: “Sappiamo che la creazione geme e soffre aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”.
Tutto questo ci dice che il Cristiano deve avere come fondamento della sua vita due convinzioni profonde.
La prima è che la nostra destinazione definitiva non è questa terra.  Siamo in attesa del compimento della beata speranza, di cieli e terra nuove dove avremo la pienezza della vita, dell’amore, della pace e della bellezza in Dio.
La seconda è che in questo tempo di prove, di fatiche e sofferenze è sostenuto dalla presenza amorosa e provvidente del Padre celeste.
Su questo dobbiamo riflettere e la nostra riflessione abbraccia tanti aspetti della nostra vita.
Come usiamo dei beni terreni? Ci ricordiamo che il nostro posto finale non è qui ma nella casa del Padre? Come sappiamo condividere con chi non ha nulla le nostre grandi o piccole ricchezze?
Come affrontiamo la malattia nostra o di persone care?  Soprattutto come ci mettiamo di fronte alla morte?
Spesso purtroppo ci poniamo di fronte a queste problematiche in modo molto materialistico, ossia in una dimensione solo terrena e materiale.  Siamo come i pagani di cui parla il Vangelo. È il neo paganesimo che domina il nostro mondo.
Ricordiamoci che per noi però non può e non deve essere così.
Mi colpisce molto una domanda che è contenuta nella prima lettura di oggi: “Che cosa è l’uomo?”.
Ripartiamo da qui.  Con l’aiuto del Signore riscopriamo che siamo nulla. “Come un atomo sulla bilancia”. E che solo l’amore e la misericordia di Dio danno senso e speranza alla nostra vita.


don Edy


DOMENICA  16  GIUGNO  2019

SANTISSIMA TRINITÀ


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Gen              18,1-10a
                         Epistola:           1Cor           12,2-6    
Vangelo:           Gv              14,21-26

La domenica dopo Pentecoste chiude definitivamente i tempi liturgici che la liturgia chiama tempi forti.
Avvento, tempo di Natale, Quaresima, Settimana Santa, Tempo Pasquale.
Da lunedì inizieremo il tempo ordinario che si concluderà in Novembre con la Solennità di Cristo Re.
Il tempo dopo Pentecoste o tempo ordinario è lo spazio dell’anno in cui siamo chiamati a meditare sul senso profondo della nostra vocazione di discepoli di Cristo.  È il tempo del Cristiano.
Già oggi il brano di Vangelo ci dice che il Cristiano autentico è colui che non solo a parole dice di amare Gesù, non solo attraverso la partecipazione ai riti della Chiesa, ma nella concretezza della vita vive secondo lo stile di Cristo, portando nel suo cuore pensieri e sentimenti che furono del Signore Gesù.
Il brano evangelico ci ricorda anche che ogni giorno i discepoli sono posti di fronte a nuove sfide e che solo lasciandosi guidare dal suo Spirito potranno vivere in pienezza lo loro vocazione.
Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Quest’oggi il Signore ci pone allora una domanda molto importante pur nella sua semplicità. “Cosa significa per te essere Cristiano?  Sai ricordare, perché docile allo Spirito, tutto ciò che Gesù ci ha detto?”.
Spesso purtroppo non è così!
Non ricordiamo le parole di amore, di perdono, di speranza, di fede che il Signore ci ha detto e la nostra sequela è molto superficiale o frammentata.
Forse addirittura non ricordiamo le sue parole perché non abbiamo mai approfondito la nostra fede, non abbiamo mai letto in interezza un Vangelo.
Ripartiamo da qui.
Siamo all’inizio dell’estate che solitamente offre spazi e tempi più ampi ed opportuni per la lettura e la riflessione.  Facciamo questo proposito e mettiamolo in pratica.  Leggiamo almeno uno dei quattro Vangeli e cerchiamo di fare nostro quello che Gesù ci ha detto.
Poi chiederemo la grazia di ricordare e di mettere in pratica la sua parola.
Facciamo nostra la preghiera di inizio di questa Santa Messa.
“Dio Padre, che mandando agli uomini la Parola di verità e lo Spirito di santificazione ci hai rivelato il tuo mistero mirabile, donaci di confessare la vera fede e di riconoscere la gloria della Trinità eterna, adorando l’unità della maestà divina”.



don Edy


DOMENICA  2  GIUGNO  2019

DOMENICA  DOPO L’ASCENSIONE


Rif. Biblici:       1^Lettura:         At                7,48-57
                         Epistola:           Ef               1,17-23  
Vangelo:           Gv              17,1b.20-26

In questa domenica dopo l’Ascensione la Chiesa intera si prepara a ricevere il dono dello Spirito Santo che è la fonte della sua fede e della sua vita.
Gesù che ci dona lo Spirito ha pregato per noi prima di lasciare definitivamente i suoi discepoli: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”.
La preghiera di Gesù è una supplica al Padre fondamentalmente affinché i discepoli siano una cosa sola, anzi siano perfetti nell’unità.
Questa unione di cuore, di sentimenti e di vita è importantissima.  Da essa dipende il buon esito e l’efficacia della testimonianza che i discepoli devono portare al mondo. “Perché il mondo creda”.
Purtroppo nella storia della Chiesa e della cristianità non è stato così e non è così.
I discepoli di Cristo (i cristiani) sono profondamente divisi in innumerevoli chiese e denominazioni.
Proprio oggi il Papa è in visita alla Chiesa Ortodossa di Romania per riaprire o riavviare il dialogo con questa grossa realtà cristiana.  Il dialogo con le Chiese ortodosse orientali dura ormai da circa un secolo, così come con altre Chiese protestanti ma la via dell’unità appare difficile e la meta ancora lontana.
Spesso non ci rimane che la preghiera perché gli sforzi umani continuano ad essere vani.
Per questo allora oggi preghiamo.  Chiediamo al Signore anche il dono della reciproca stima e rispetto, cerchiamo di conoscere i valori e le ricchezze delle altre Chiese per poter così dialogare in modo più corretto e preciso.
Oggi però dobbiamo pregare anche per l’unità dei fedeli della Chiesa Cattolica, per l’unità della Chiesa ambrosiana e per l’unità della nostra Comunità Parrocchiale.
Facciamo nostra la preghiera del Papa per l’unità.


Preghiera per l’unità dei Cristiani

Signore Gesù Cristo, che alla vigilia della tua passione hai pregato perché tutti i tuoi discepoli fossero uniti perfettamente come tu nel Padre e il Padre in te,  fa’ che noi sentiamo con dolore il male delle nostre divisioni e che lealmente possiamo scoprire in noi e sradicare ogni sentimento d’indifferenza, di diffidenza e di mutua astiosità.
Concedici la grazia di incontrare tutti in te, affinché dal nostro cuore e dalle nostre labbra si elevi incessantemente la tua preghiera per l’unità dei cristiani, come tu la vuoi e con i mezzi che tu vuoi.
In te che sei la carità perfetta, fa’ che noi troviamo la via che conduce all’unità nell’obbedienza al tuo amore ed alla tua volontà.

don Edy


DOMENICA  26  MAGGIO 2019

SESTA  DOMENICA  DI PASQUA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         At                21,40b-22,22
                         Epistola:           Eb               7,17-26 
Vangelo:           Gv              16,12-22

La sesta domenica di Pasqua preannuncia il dono dello Spirito Santo, donato dal Padre nel giorno di Pentecoste agli Apostoli ed ai discepoli che erano rimasti con loro.
Lo Spirito rende presente nella vita della Chiesa il Signore Gesù che continua nel tempo la sua opera di salvezza.   Gesù non più presente fisicamente lo è però spiritualmente e sacramentalmente.
Non mi vedrete più così come sono ora, ma mi vedrete ed incontrerete in un altro modo”.
Nel libro degli Atti che testimonia la vita della Chiesa primitiva ci viene detto che l’azione dello Spirito si manifesta in momenti ed ambiti diversi.
Sono questi: “Assidui all’ascolto della Parola ed all’insegnamento degli Apostoli, allo spezzare del pane e all’aiuto fraterno”.
Ascolto, magistero ecclesiastico, sacramenti e carità.
Ancora oggi lo Spirito rende presente il Signore nei sacramenti.  Facciamo l’esempio del primo dei Sacramenti quello che ci introduce o ci ha introdotti alla vita cristiana.  Il sacerdote prega così sull’acqua che servirà per il Battesimo: “Discenda in quest’acqua la potenza dello Spirito Santo: perché coloro che in essa riceveranno il Battesimo, siano sepolti con Cristo nella morte e con lui risorgano alla vita immortale.  Per Cristo nostro Signore. Amen.
Così l’acqua, lo strumento più importante per la vita dell’uomo diventa uno strumento sacro - Sacrum Instrumentum – Sacramentum.  Lo steso per l’Eucaristia: “Manda il tuo Spirito a santificare questi doni perché diventino il Corpo ed il Sangue del Figlio tuo Gesù”.
Anche la Parola che ascoltiamo viene spiegata ed interpretata in prospettiva cristologica dallo Spirito di Gesù. “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”.
Fondamentale sin dall’inizio della vita della Chiesa è la guida degli Apostoli, poi sarà del Papa, dei vescovi, dei sacerdoti che hanno ricevuto nel Sacramento dell’Ordine lo Spirito di autorità per guidare il popolo di Dio.
Per noi ordinati è fondamentale essere obbedienti allo Spirito per annunciare la Parola di verità e non noi stessi.  Per i fedeli la stessa obbedienza a chi oggi nella Chiesa è chiamato ad essere pastore ed autorità.   “Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi e vi ho inviati, perché portiate molti frutti”.
Non sono i fedeli a scegliere il papa, il vescovo o i preti.  È il Signore per opera dello Spirito.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di metterci in questa prospettiva e visione di fede.  Ancora preghiamo per i nostri pastori perché siano obbedienti alla voce dello Spirito e tutti insieme invochiamo.

Discendi Santo Spirito


Discendi Santo Spirito, le nostre menti illumina;
del ciel la grazia accordaci Tu, creator degli uomini.
Chiamato sei Paraclito e dono dell’Altissimo,
sorgente limpidissima, d’amore fiamma vivida.
I sette doni mandaci, onnipotente Spirito,
le nostre labbra trepide in Te sapienza attingano.
I nostri sensi illumina, fervor nei cuori infondici;
rinvigorisci l’anima nei nostri corpi deboli.
Dal male tu ci libera, serena pace affrettaci;
con Te vogliamo vincere ogni mortal pericolo.
Il Padre Tu rivelaci e il Figlio, l’Unigenito;
per sempre tutti credano in Te, divino Spirito.  Amen



don Edy


DOMENICA  19  MAGGIO 2019

QUINTA  DOMENICA  DI PASQUA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         At                 4,32-37
                         Epistola:           1Cor         12,31-13,8a     
Vangelo:           Gv            13,31-34

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.  Da questo sapranno che siete miei discepoli”.
Il nuovo comandamento che riassume in sé le dieci parole dell’Antico Testamento (i Dieci Comandamenti) viene dato da Gesù ai suoi discepoli nell’Ultima Cena vissuta con loro celebrando la Pasqua, prima della sua Passione.
Fa parte dei cosiddetti discorsi d’Addio di Gesù e diventa per noi discepoli una sorta di testamento spirituale, una ultima volontà del maestro che vuole così caratterizzare l’esistenza del discepolo.
Gesù farà vedere dopo la Cena pasquale, che l’amore autentico e vero è “Dare la vita” per le persone che si amano, offrendo se stesso come vittima innocente, morendo per noi sulla croce.
Il vero amore è il saper dire di no ai propri egoismi, tornaconti o interessi personali per il bene dell’altro.
La seconda lettura di questa domenica, l’Inno all’Amore di San Paolo, della Prima lettera ai Corinzi ci mostra aspetti diversi di questa grande dimensione dello Spirito e del Cuore, che deve essere il tratto distintivo del discepolo.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.  La carità non avrà mai fine”.
Carissimi fremiamoci a riflettere su queste parole ed impariamo a lasciarci guidare dal Signore per portare veramente nel nostro cuore i sentimenti che furono i suoi sentimenti per essere nel mondo segni e presenza del suo amore.
Preghiamo per questo.
Vi invito anche questa domenica a pregare con le parole della preghiera semplice di San Francesco.

Preghiera Semplice

Oh! Signore, fai di me uno strumento della tua pace:

dove è odio , fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.

Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.

Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto:
ad essere compreso, quanto a comprendere.
Ad essere amato, quanto ad amare.
Poiché:

Se è: dando, che si riceve;
perdonando che si è perdonati;
morendo che si risuscita a Vita Eterna. Amen.

                                            San Francesco d’Assisi

don Edy


DOMENICA  12  MAGGIO 2019

QUARTA  DOMENICA  DI PASQUA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         At              21,8b-14
                         Epistola            Fil            1,8-14
Vangelo:           Gv            15,9-17

In questa IV domenica di Pasqua il brano di Vangelo di Giovanni ci invita ad essere nel mondo testimoni dell’amore di Dio, continuando l’opera e l’azione del Figlio suo Gesù.
Siamo stati scelti dal Signore.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”.
Il Signore ci ha chiamati ad essere figli e figlie in Gesù perché portassimo nel mondo la “buona notizia” del suo amore e perché la nostra vita fosse segno concreto e visibile di questo suo amore in mezzo alle genti tra cui ci troviamo.
Ci interroghiamo anzitutto sulla consapevolezza di essere chiamati ed inviati per mostrare e far crescere il frutto dell’amore di Dio.
Chi incontra noi incontra in qualche modo Gesù il Cristo, fa esperienza della sua vicinanza misericordiosa ed amorosa oppure questo non avviene?
Come ci poniamo di fronte alla gente che soffre, che è sfruttata e perseguitata?
Sentiamo dire che chiudiamo le frontiere o i porti per difendere la Cristianità.  Questa affermazione è in realtà la negazione della Cristianità che è apertura, dialogo ed accoglienza.
Per usare le parole di papa Francesco essere cristiani significa costruire ponti per abbattere i muri di separazione.
Fermiamoci quindi a meditare sulla Parola di Gesù: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.  Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita”.
Essere cristiani significa questo.  Conformarci ogni giorno di più a Cristo, il quale è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per noi.
Sia nostro impegno portare nel mondo un segno del suo amore.  Con semplicità ed umiltà ma con costanza e continuità.
Facciamo ancora una volta nostra la preghiera di S. Francesco.
Preghiera Semplice

Oh! Signore, fai di me uno strumento della tua pace:

dove è odio , fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.

Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.

Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto:
ad essere compreso, quanto a comprendere.
Ad essere amato, quanto ad amare.
Poiché:

Se è: dando, che si riceve;
perdonando che si è perdonati;
morendo che si risuscita a Vita Eterna. Amen.

                                            San Francesco d’Assisi


don Edy


DOMENICA  5 MAGGIO 2019

TERZA  DOMENICA  DI PASQUA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         At              28,16-28
                         Epistola            Rm            1,1-16b
Vangelo:           Gv             8,12-19

Queste domeniche di Pasqua ci invitano a prolungare la nostra gioia per la Resurrezione di Gesù e ad approfondire la nostra fede in Lui.
Gesù oggi si presenta come la luce del mondo.
Dice infatti il brano di Vangelo: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”.
Siamo chiamati a meditare su Gesù luce che ci dona la luce della vita.
Cosa significa luce della vita?  Possiamo dire che la nostra esistenza trova in lui un senso ed un significato che va oltre i limiti della natura umana, perché va oltre la nostra mente.  Tutto il nostro vivere sarebbe un non senso: il nostro amore, il nostro impegno, il nostro lavoro vanificati dalla morte che per il giudizio umano è una sciagura misteriosa e senza rimedio.
La Resurrezione di Gesù ci dice che la morte non è la fine di tutto, il termine di ogni cosa.  In lui la nostra morte è diventata la Pasqua, ossia il “passaggio” da questa vita all’eternità dell’amore, della pace, della bellezza di Dio.
Il Vangelo, la buona novella è anzitutto questo.  In Cristo Gesù Dio Padre ci ama di un amore che vince e supera ogni sconfitta umana e terrena per donarci la gioia dell’eternità beata.
Abbiamo ascoltato nella seconda lettura la testimonianza dell’apostolo Paolo che era fiero di annunciare il Vangelo.
Io non mi vergogno del Vangelo”.
Per questo motivo Paolo è stato deriso, perseguitato, messo in prigione ed infine martirizzato, perché non si vergognava e non aveva paura di credere ed annunciare la bella notizia della Resurrezione di Gesù.
E noi cosa possiamo dire di noi stessi?
Qual è il fine ultimo della nostra vita?
Ci stiamo preparando e lavoriamo per questo incontro finale col Signore o continuiamo a credere che le cose di questo mondo siano esse a darci gioia e felicità?
Soprattutto perché spesso facciamo così fatica ad inquadrare in questa prospettiva di fede la morte terrena di persone care o amiche e ci comportiamo come gente senza speranza?
Dobbiamo lavorare più seriamente per approfondire la nostra fede affinché la nostra mente ed il nostro cuore siano veramente guidati dalla Parola del Signore.
Preghiamo con la bellissima preghiera dell’inizio di questa Messa.
Dio di misericordia, luce e conforto di chi crede in te, ravviva sempre più nella tua Chiesa i desideri che tu hai suscitato nel cuore e, rivelando la sublimità delle tue promesse, rendi più certa la nostra speranza; così i tuoi figli potranno aspettare con fiduciosa pazienza il destino di gloria ancora nascosto, ma già contemplato senza ombra di dubbio dagli occhi della fede.  Per Gesù Cristo …”. Amen.


don Edy


DOMENICA  21  APRILE  2019


PASQUA DI RESURREZIONE

La Pasqua è la festa più importante dell’anno liturgico perché la Resurrezione di Cristo Gesù è l’evento più straordinario e significativo della storia dell’umanità.
Il termine Pasqua richiama a partire dall’esperienza dell’Esodo del popolo ebraico un movimento, un passaggio.
È fondamentalmente un passaggio da un luogo di schiavitù ad un luogo di libertà, da una terra tenebrosa ad una terra di luce, da una situazione di morte alla pienezza della vita.
Per questo le letture ci hanno parlato di creazione, di liberazione, di vita nuova.  Gesù che risorge da morte è una nuova creatura ed in lui tutte le cose sono fatte nuove.  Noi che siamo stati resi partecipi della sua Pasqua nel Battesimo con lui siamo nuove creature.
L’apostolo Paolo di dice: “Se uno è in Cristo è una nuova creatura, le cose vecchie sono passate, tutte le cose sono diventate nuove”.
La preghiera di questa Veglia, madre di tutte le veglie e preghiere, vuole confermarsi in questa novità di vita.
La Chiesa Madre e Maestra in questa notte Santa ci indica la strada da seguire, il percorso per la nostra vita di creature nuove.
Il Cristo Risorto è la nostra Luce, Egli è la Parola del Padre, nella sua Acqua siamo stati purificati e abbiamo ricevuto la Vita vera, Egli si fa cibo per la nostra vita.
GESÙ LUCE
GESÙ PAROLA
GESÙ ACQUA
GESÙ PANE
In questa notte la nostra esistenza è redenta e riscopre il significato più profondo del suo essere.
Dio ci ha tanto amati, ci ha redenti nella Pasqua del Figlio suo nel quale tutti noi siamo diventati figli.
“Niente ci potrà mai separare dal suo amore per sempre”.
Paolo dice né le tribolazioni, né le sofferenze, né le persecuzioni e neanche la morte.
Custodiamo allora questa certezza nel nostro cuore: “Nulla ci può separare dall’amore di Cristo”.
Questa certezza è fonte di gioia, siate gioiosi!
Questa certezza ci rende capaci di amare con il cuore di Cristo, siate misericordiosi!
Questa certezza rivela il senso ultimo della nostra esistenza, portate speranza nel mondo!
Questa certezza ci parla di una relazione particolare tra Cristo e noi suoi discepoli, le nostre relazioni siano profonde ed autentiche.
Buona Pasqua, festa della fede nel Cristo risorto.
Buona Pasqua nella gioia, Buona Pasqua nella testimonianza della misericordia di Dio, Buona Pasqua nella speranza di una   nuova creazione, Buona Pasqua nella volontà di una nuova fraternità.


don Edy


DOMENICA  14  APRILE  2019

DOMENICA  DELLE  PALME

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is                52,13-53,12           
                         Epistola:           Eb               12,1b-3
Vangelo:           Gv              11,55-12,11

La Domenica delle Palme presenta un duplice schema per le celebrazioni liturgiche.
Nella messa con la processione degli ulivi si ricorda l’ingresso gioioso e glorioso di Gesù in Gerusalemme.
Nelle messe cosiddette del giorno si dà inizio alla settimana “autentica” o settimana “santa” in cui si celebra il memoriale della Pasqua di Cristo Gesù.
Il brano di Vangelo di Giovanni ci porta proprio all’inizio dell’ultima sua settimana terrena.
A Betania a casa di Marta e Maria viene organizzata una cena, forse in ringraziamento per quanto compiuto da Gesù che aveva riportato in vita Lazzaro.
La narrazione di Giovanni è estremamente simbolica ed ogni particolare ha un suo significato.
Sottolineo questi aspetti.
Il gesto di Maria richiama la tradizione orientale in cui si era soliti ungere i defunti con unguenti preziosi.
L’unzione che preservava dalla corruzione (almeno per qualche tempo) era un segno o un gesto ben augurale di vita eterna o di immortalità.
Maria che per amore unge i piedi di Gesù in realtà proclama al mondo che Egli è l’unto di Dio, Colui che vincerà la morte e vivrà per sempre.
Questo segno di vita eterna ci viene dato proprio nel momento in cui sembra che la storia di Gesù stia per finire per sempre.  Il brano inizia con la menzione della volontà dei capi di arrestarlo e termina dicendo che non solo lui vogliono mettere a morte, ma anche i suoi amici come Lazzaro.  La fine di tutto.
Il piano di Dio però è un altro ed ancora una volta possiamo sperimentare che i “suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie”.
Gesù iniziando da qui, dalla cena di Betania, si prepara a portare a compimento la sua missione di Servo di Dio.
L’abbiamo letto nella prima lettura: “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire … era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima … eppure egli si caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.  Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità”.
Ma quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, dopo il tormento vedrà la luce”.
Gesù accetta il gesto di Maria che lo prepara nell’obbedienza al Padre ad affrontare il tradimento, l’abbandono, il dolore, la passione e la morte.
Volontariamente va incontro alla morte e con grande chiarezza e precisione ci dona una prima parte del suo testamento spirituale (la seconda sulla croce): “I poveri sono sempre con voi, non sempre avete me”.
Con Gesù entriamo nella settimana santa memori che lo troveremo sempre in chi soffre, è povero o rifiutato.


don Edy


DOMENICA   7  APRILE  2019

QUINTA  DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Dt                6,4a;26,5-11 
                         Epistola:           Rm            1,18-23a.
Vangelo:           Gv             11,1-53

La V domenica di Quaresima è la domenica di Lazzaro.
La vicenda di questo amico di Gesù, la sua resurrezione sono figura ed anticipo della resurrezione di Gesù da morte.
Oggi la Chiesa ci dice che nel Battesimo abbiamo ricevuto il seme della vita eterna.  Siamo stati resi partecipi della Pasqua di Cristo che ha vinto la morte.
La vita eterna ed immortale però non ci è ancora data in pienezza.
È necessario però come per Cristo anche per noi passare dalla grande prova che è la morte terrena.
Il brano odierno di Vangelo ci dice che occorre compiere un grande passaggio: dal piano della conoscenza umana ed empirica al piano della fede in Gesù. Egli è Resurrezione e vita.
Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà.  Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno.  Credi tu questo?”.
Ancora una volta il verbo usato da Giovanni evangelista è il verbo CREDERE.  Tutto il brano però ci parla della fatica a credere che la Parola di Gesù sia parola di Verità che va ben oltre la nostra esperienza umana.
Le sorelle Marta e Maria ripetono: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.  Mentre i giudei di fronte alla commozione ed al pianto di Gesù esclamano: “Lui che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far si che costui non morisse?”.
E da ultimo ancora la sorella Marta: “Signore, manda già cattivo odore: è di quattro giorni”.
Tutte queste parole ed affermazioni ci mostrano quanto le parole di Gesù siano fuori da ogni prospettiva della ragione umana. È irrazionale affermare che una persona anche se muore vivrà e per questo ripeto che qui occorre compiere il grande passaggio della fede.
Credi tu?”.  Se non sappiamo rispondere a questa domanda o se la nostra risposta è solo superficiale allora la morte può rimanere anche per noi una condanna incomprensibile.  Di conseguenza l’esistenza un non senso e la pratica cristiana vana.
San Paolo con molta precisione afferma. “Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. (Cor1 15,13-19).
Anche questa domenica è quindi un giorno della fede.
Per questo diciamo: “Signore aumenta la mia fede!” e ripetiamo con la Chiesa ciò che preghiamo nella messa esequiale per i defunti.
Che se il castigo della morte turba e rattrista il nostro cuore, la promessa di una esistenza immortale ci colma di grande speranza.  Memori della salvezza eterna nel giorno che non tramonta, affrontiamo senza angoscia la perdita della luce terrena.  Ai tuoi fedeli, o Padre di misericordia, la vita non è tolta, ma trasformata, e a chi muore in pace con te è dato il possesso di una gioia senza fine.  Sereni e riconoscenti per questo tuo disegno d’amore uniti agli angeli e ai santi, con voce unanime eleviamo l’inno di lode: Santo.

don Edy                                           


DOMENICA   31  MARZO  2019

QUARTA  DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Es              17,1-11  
                         Epistola:           1Ts            5,1-11
Vangelo:           Gv               9,1-38b

La IV domenica di Quaresima ha come tema centrale il dono della LUCE.
È la terza domenica che mette al centro il Battesimo e lo fa con il brano stupendo del cieco nato narrato dal Vangelo di Giovanni.
I temi che qui vengono toccati a partire dall’affermazione di Gesù “Finché sono nel mondo sono la luce del mondo” sono diversi. Sono però tutti legati al gesto di Gesù che richiama la creazione così come è narrata nel libro della Genesi 2,7: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo”.  Giovanni ci dice che Gesù fece del fango con la saliva, plasmò il fango sugli occhi del cieco. Gesù fa così memoria dell’antica creazione che è stata rovinata dal peccato dell’uomo che ha condotto l’umanità alla cecità, ossia l’incapacità di vedere ciò che è buono e ciò che è sbagliato, ciò che è retto e ciò che non lo è.
L’invito che Gesù rivolge al cieco, simbolo dell’umanità intera “Va a lavarti” è figura e immagine del Battesimo in cui il discepolo di Gesù viene lavato per ricevere il grande dono della luce “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”.
Come però per tutti i segni narrati dall’evangelista Giovanni il miracolo compiuto da Gesù richiede la capacità di una scelta chiara e precisa.
È la scelta della fede “Tu credi nel Figlio dell’uomo?” è la domanda fatta da Gesù all’uomo da lui guarito.  Questa stessa domanda viene fatta a noi che in qualche modo siamo nella stessa situazione del cieco nato.  Anche noi come lui abbiamo ricevuto il grande dono della luce prima che ne fossimo consapevoli o in grado di compiere una scelta precisa per Cristo.
Ora, nell’oggi della nostra vita, il Signore ci invita a seguirlo e credere in Lui.
Credere è ciò che illumina la nostra esistenza.
Allora troviamo il tempo per raccoglierci in silenzio e confrontarci con noi stessi.
Cosa significa credere per noi?
È solo un pensiero o un sentimento astratto, fuori dalla vita reale o la fede riesce a toccare e cambiare la nostra esistenza?
Crediamo quando siamo nel dolore, quando muore una persona cara, che la vita è più forte della morte?
Crediamo che il perdono e la misericordia sono più grandi e necessari della vendetta o del castigo?
Crediamo che tutti gli uomini e donne sono chiamati a poter vivere con uguale dignità avendo i medesimi diritti?
Crediamo che essere cristiani significa anzitutto essere nella gioia di sentirsi amati dallo stesso Padre che ci chiama alla fraternità universale?
“Credi Tu?” che ciascuno di noi possa allora dire: “Sì. Io credo Signore.  Credo che la tua Parola e non la mia o quella del mondo è Parola di verità”.

don Edy


DOMENICA   24  MARZO  2019

TERZA  DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Dt              6,4a; 18,9-22
                         Epistola:           Rm            3,21-26
Vangelo:           Gv               8,31-59

Oggi è la domenica di Abramo, il grande padre della nazione ebraica.
A chi afferma di essere libero perché discendente da Abramo Gesù replica che in realtà ogni uomo può essere schiavo, perché chi commette il peccato è schiavo del peccato.
Conoscere Gesù, seguirlo, stare con lui, credere in lui è ciò che ci libera dal peccato.
Il Battesimo che ricordiamo in queste domeniche ci ha liberati dal peccato, ma dobbiamo continuamente impegnarci per non lasciarci riprendere da esso.
Gesù indica un cammino che ogni discepolo deve compiere.
Se rimanete nella mia parola siete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.
C’è anzitutto la necessità di “rimanere” nella sua parola.  Il verbo rimanere/dimorare indica una fedeltà quotidiana, una vicinanza continua che va ben al di là di alcune occasioni.  Fondamentale è l’ascolto della Parola domenicale che dovrebbe diventare il punto di riferimento e di guida per tutta la settimana.
Ci domandiamo come ci prepariamo a questo ascolto, come poi sappiamo far tesoro della parola che ci è stata donata.
Molto spesso purtroppo non ricordiamo neppure il Vangelo che è stato letto ed annunziato.  Dovremmo tutte le domeniche entrare in chiesa con nel cuore la domanda: “Signore che cosa mi dici ed insegni oggi?” ed uscendo con nel cuore l’impegno a vivere ciò che ci è stato detto: “Signore aiutami a ricordare e dimorare nella tua parola”.
Il dimorare nella parola ci deve portare a conoscere la verità.
Anche qui ci chiediamo se per noi è vero ciò che ci dice la Parola del Vangelo o se invece come capita spesso se è vero unicamente quello che pensiamo noi, piace a noi o serve a noi.
Il problema forte che diventa scandalo per molti che stanno ai margini della vita ecclesiale è proprio questo.  Andiamo in chiesa, partecipiamo ai sacri riti, ma poi usciti da qui ci comportiamo in modo indegno dei discepoli di Cristo, incapaci di amare e perdonare, portando nel cuore e nella vita i suoi sentimenti. Vivere con il cuore di Cristo è la Verità, la Verità che libera da ogni miseria e piccolezza umana.
In questa settimana abbiamo letto nell’ufficio delle letture un inno alla Carità di Dio rivelato nel Cuore di Cristo che dice così.  L’inno appartiene ai “trattati” di San Zeno di Verona “Tu sei lieta di essere nuda per vestire chi è nudo.  Se un povero affamato mangia il tuo pane, la fame diventa per te sazietà.  La tua ricchezza consiste nel possedere tutto ciò che possiedi per soccorrere i bisognosi. Tu sola non sai essere pregata. Tu prontamente trai in salvo gli oppressi, in qualunque angustia si trovino, anche a prezzo della tua vita.  Tu sei l’occhio dei ciechi.  Tu sei il piede degli zoppi.  Tu sei per le vedove validissimo scudo.  Tu per i pupilli sei padre migliore d’entrambi i genitori.  Compassione o gioia non consentono che i tuoi occhi rimangano mai senza lacrime.  Tu ami talmente i tuoi nemici, che nessuno riesce a distinguere quale differenza ci sia per te tra loro e i tuoi cari.
Tu, lo affermo, unisci gli arcani celesti agli umani, gli umani ai celesti.  Tu custodisci i divini misteri.  Tu nel Padre comandi, tu nel Figlio obbedisci, tu esulti nello Spirito santo.  Tu, pur essendo in tre, non sei in alcun modo divisa, non ti lasci turbare dalle interpretazioni maligne della curiosità umana.  Dalla fonte del Padre ti riversi interamente nel Figlio, e tuttavia, pure riservandoti tutta, non vieni meno.  Giustamente ti chiamano Dio, perché sola governi la potenza della Trinità”.
don Edy


DOMENICA   17  MARZO  2019

SECONDA  DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Dt              6,4a; 11,18-28
                         Epistola:           Gal           6,1-10
Vangelo:           Gv               4,5-42

A partire da questa Domenica la Quaresima ci offre una grande catechesi battesimale legata a personaggi o pagine del Vangelo di Giovanni.
Questa catechesi nacque probabilmente per i catecumeni che a Pasqua dovevano ricevere il Battesimo, ma al contempo anche per i battezzati affinché potessero riscoprire la bellezza e la grandezza del loro Battesimo.
Così lo è anche per noi.
I personaggi che danno nome alle domeniche sono quattro: la Samaritana, Abramo, il cieco nato, Lazzaro.
La Samaritana ci parla dell’acqua che purifica e dona la vita, Abramo della libertà dal peccato avuta nel Battesimo, il cieco nato della luce battesimale che illumina la vita dei credenti, Lazzaro della resurrezione per la vita eterna.
Il brano odierno della Samaritana è così ricco e complesso che è impossibile poter raccogliere tutti gli insegnamenti che ci dà.
Ne raccolgo alcuni.
Anzitutto ancora una volta il superamento di barriere e vincoli umani che volevano che solo gli appartenenti al popolo di Israele fossero termine del dono di Dio.
Gesù si ferma a parlare con la Samaritana superando e rompendo due pregiudizi o divieti.
Parla con una donna che non è della sua famiglia, è da solo e per lo più la donna appartiene ad un gruppo etnico ritenuto nemico.
Come mai tu che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?”.
Da parte della donna prevale la paura o il sospetto, perché quell’uomo non si comporta correttamente.  Un uomo straniero avrebbe rivolto la parola unicamente ad una schiava o ad una prostituta.
Dio in Gesù ci sorprende rompe tutti gli schemi, perché non c’è né schiava né prostituta, nessuno è escluso o messo ai margini.
S. Paolo riassumerà questa prospettiva dicendo: “Non c’è più né uomo, né donna.  Né libero, né schiavo.  Né giudeo, né greco perché tutti chiamati ad essere una cosa sola in Cristo”.
Questo è un richiamo fortissimo per noi in questo momento storico non solo per la Chiesa, ma anche per la società civile.  In Italia ed in altri luoghi.
Siamo nel tempo in cui si torna a costruire barriere, a creare divisioni invece che unire.
Siamo nel tempo della Brexit, dell’ “Americans first” o “Prima gli Italiani”.
Abbiamo paura, siamo sospettosi come la Samaritana e la reazione irrazionale è quella di chiudersi nell’illusione di fermare fenomeni epocali che vanno gestiti perché sono inarrestabili.
Occorre saper assumere e prendere su di sé la fatica di relazioni nuove, sapendo che ogni uomo e ogni donna sono come noi figli e figlie di Dio.
Se tu conoscessi il dono di Dio”.  Così risponde Gesù alle paure della donna.
Il dono di Dio è grande. È il dono di una fraternità e di una umanità nuova.
A noi l’impegno a partecipare a questo progetto grande e bello di Dio.
don Edy


DOMENICA   10  MARZO  2019

PRIMA  DOMENICA DI QUARESIMA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Gl                 2,12b-18
                         Epistola:           1Cor             9,24-27
Vangelo:           Mt                 4,1-11

Il tempo di Quaresima che oggi iniziamo si ispira simbolicamente alla tradizione biblica dove il numero quaranta applicato ai giorni o agli anni indica un tempo in cui il Signore si fa più vicino al suo popolo ed a lui rivela la potenza della sua grande misericordia.
I quaranta giorni di Gesù nel deserto ci mostrano fondamentalmente due cose.  Anzitutto che la vita spesso è vissuta lontana da Dio o fuori da alcune prospettive che ci dicono che il senso più vero e più profondo di essa ci viene unicamente da Lui.  Solo Lui può dare pienezza alla nostra esistenza e non le cose terrene e materiali.
Secondo,  che bisogna lottare come ha fatto Gesù contro il tentatore per dare il primo posto a Dio.  Nulla è scontato, nulla viene da sé, ma solo attraverso un impegno forte e continuo possiamo vincere l’inclinazione che ci porta verso il basso lontano da Lui.
Il deserto in cui Gesù si reca è caratterizzato dal silenzio, dal digiuno e dalla preghiera.
Nella nostra vita oggi non c’è più posto o ce ne è molto poco per il silenzio.
Quel silenzio che ci porta ad incontrarci anzitutto con noi stessi nella profondità del nostro cuore per aprirci a Dio.
Questo è il primo richiamo che diventa il primo impegno.  Fare silenzio o come diceva il Cardinale Martini fare deserto.
Il digiuno è profondamente legato al silenzio.  Solo nella meditazione silenziosa di fronte a Dio scopriamo il nostro peccato e a partire da questa scoperta nasce il nostro impegno.
Il peccato che caratterizza socialmente le nostre comunità oggi è l’egoismo, l’individualismo, il disinteresse.  Viviamo spesso solo per noi stessi, attenti solo ai nostri bisogni o interessi, incapaci di dialogo o di incontri veri e profondi con gli altri.
Digiuno oggi è prima di tutto questo.
Pensare un po’ meno a noi stessi, per aprirci agli altri.
Iniziamo allora questo tempo consapevoli che il Signore ci chiama a conversione e ci accompagna nel nostro cammino.
Anche quest’anno la Chiesa recita l’invito quaresimale del padre Ambrogio che sicuramente era interpretato e compreso in chiave moderna ma che ci dà tutti i contenuti di questo tempo.  E’ bellissimo e sublime nella sua semplicità.

INNO DI S. AMBROGIO

Quaresima è tempo santo:
dopo Mosè e i Profeti
anche il Signore del  mondo
obbedì al rito antico.

Sobrio sia il cibo, sobria la parola;
contro le insidie del male
l’animo attento allo Spirito
vigili i sensi inquieti.

Grida e pianto si levino
a placare la collera:
a chi ti offese peccando,
perdona, o dolce Padre.

Noi siamo pur se deboli,  plasmati dalle tue mani:
o Dio, non disconoscere l’opera tua mirabile.

Assolvi dalle colpe, accresci il gusto del bene:
a te, supremo Giudice,
rendici grati per sempre.

O Trinità beata, unico Dio,
accogli la nostra supplica
e questi giorni austeri
rendi fecondi e lieti.    Amen


don Edy

                                           

DOMENICA   3  MARZO  2019

ULTIMA  DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Sir              18,11-14
                         Epistola:           2Cor             2,5-11
Vangelo:           Lc               19,1-10

Le domeniche del Tempo dopo l’Epifania si chiudono con la grande affermazione del primato dell’amore misericordioso di Dio che supera ogni cosa ed è immensamente più grande del peccato dell’uomo.
L’episodio narrato dal brano di Luca ci porta a Gerico che viene considerata la città più antica del mondo (si parla di 10.000 anni) nonché la più bassa situata a – 260 metri sotto il livello del mare nella depressione del Mar Morto.  Il suo nome biblico significa “città delle palme”, mentre il suo nome arabo “la profumata”.  Questi nomi ci fanno intuire che si tratta di un’oasi la cui natura lussureggiante contrasta con l’asprezza e la durezza del deserto di Giuda in cui è immersa.
Ancora oggi quasi al centro della città si può ammirare una pianta enorme, un grande sicomoro che la tradizione dice fosse già lì quando Gesù, come racconta l’evangelista Luca, entrò nella città di Gerico e la stava attraversando alla ricerca di un ristoro.  Un uomo dal nome Zaccheo, spinto dalla curiosità o dal desiderio sincero cercava di vedere Gesù. “Ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura.  Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là”.
Zaccheo è segno e simbolo di tutta l’umanità e di ogni uomo che vive nel peccato.  Per questo Gesù lo chiama e si incontra con lui, entra nella sua casa e siede a mensa con lui.
La scelta di Gesù rivela al mondo il primato dell’amore di Dio che sa andare oltre ogni barriera o limite prestabilito anche dalla tradizione umana.  Ci dice sempre Luca: “È entrato nella casa di un peccatore”.
Sono due gli aspetti che la liturgia ci richiama oggi.
C’è l’invito a lasciarci prendere dall’amore di Dio che vuole rendere nuova la nostra vita attraverso il suo perdono.  Stiamo per iniziare la Quaresima che ci deve portare a ricevere il Sacramento della Riconciliazione, a confessare i nostri peccati per sperimentare la gioia del perdono di Dio.  Prepariamoci a ricevere questo Sacramento, non mettiamolo all’ultimo giorno prima di Pasqua ma sappiamo dedicargli un tempo opportuno.
Ricevere questo Sacramento oggi significa saper superare e vincere la visione individualistica della vita che afferma “Con Dio me la vedo io personalmente”.  Non è così perché il peccato anche quello più segreto ha sempre una ricaduta comunitaria, o la fatica a mettersi di fronte a un prete dimenticando che non è lui che perdona ma attraverso di lui è Dio.  Egli è lo strumento nelle sue mani.  Dobbiamo anche essere meno superficiali.  Nessuno dovrebbe più dire “Io non ho peccati”, ma piuttosto “Signore aiutami a conoscere il mio peccato”.
Il secondo aspetto richiamato dal Vangelo odierno è la consapevolezza che nel mondo noi siamo chiamati ad essere portatori del perdono cristiano.
È davvero così?  Sappiamo perdonare chi ci ha fatto del male o pensiamo ce l’abbia fatto?  Purtroppo spesso a causa del nostro egoismo non avviene.
Raccogliamo l’invito che oggi ho letto nella lettera di Giacomo “Confessate i vostri peccati e pregate per essere guariti”.
Davvero abbiamo bisogno di essere guariti, abbiamo bisogno che il Signore cambi il nostro cuore e ci doni una vita nuova.

                                       don Edy


DOMENICA   24  FEBBRAIO  2019

PENULTIMA  DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Dn              9,15,-19
                         Epistola:           1Tm         1,12-17
Vangelo:           Mc              2,13-17

Il brano evangelico di questa Penultima Domenica dopo l’Epifania ci comunica una grande speranza che deriva dalla certezza che l’amore di Dio è infinitamente più grande del nostro peccato, perché Gesù il Figlio è venuto non per i giusti ma per i peccatori.
Nella seconda lettura ascoltiamo oggi la testimonianza di Paolo, l’apostolo delle genti, il più grande missionario della Chiesa primitiva che racconta la sua esperienza che diventa così testimonianza dell’agire imperscrutabile di Dio.
“Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”.
Vorrei sottolineare due aspetti di quanto dice Paolo.
“Agivo per ignoranza, lontano dalla fede”. Molto spesso il peccato è frutto di ignoranza, ossia di non conoscenza della grandezza, bellezza, profondità dell’amore di Dio.
Mi ricordo una meditazione del Cardinal Martini che mi colpì molto in cui si diceva che spesso siamo nel peccato perché non
dimoriamo in Dio o meglio “Non abbiamo il senso di Dio”.
E allora oggi ci chiediamo “Ma noi Dio lo conosciamo, sappiamo metterci in ascolto della Parola di Gesù che come ci dicono i Vangeli è venuto a rivelarci chi è Dio”?
-       Il secondo punto che prendo dalla pagina di Paolo. “Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti è Cristo Gesù, è venuto nel mondo per salvare i peccatori”.
I testimoni di Cristo a partire dagli Apostoli fino ai Santi dei nostri giorni ci dicono proprio questo: Dio è grande nell’amore e la sua misericordia dura per sempre.
Impariamo ad ascoltare i testimoni della misericordia, sapendo superare quella che spesso è una tentazione anche per noi come lo fu per gli scribi del Vangelo che giudicavano Gesù perché sedeva a tavola con i peccatori. Non esiste una Chiesa degli eletti, o un popolo di Dio di serie A o di serie B, non giudichiamo chi ha sbagliato, ma cerchiamo di essere a loro vicini per far sentire la misericordia di Dio.
Preghiamo perché chi incontra noi incontri davvero questo amore di Dio.

                                       don Edy


DOMENICA   17  FEBBRAIO  2019

VI  DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is                56,1-8
                         Epistola:           Rm             7,14-25a
Vangelo:           Lc               17,11-19

La liturgia di questa domenica presenta ancora un segno epifanico, una manifestazione della divinità in Gesù.
Il miracolo è invito a comprendere il significato profondo dei gesti da lui compiuti.  Egli ci offre una guarigione ed una salvezza che vanno ben oltre l’aspetto fisico.  La lebbra è segno del peccato, dell’orgoglio, dell’egoismo che sono i mali più profondi dell’umanità.
Come viene detto nel brano evangelico solo la fede in Gesù può liberarci e salvarci dal male che è in noi.
S. Paolo nella seconda lettura, fortemente autobiografica, ci dice che l’uomo da solo non può vincere il male che è in lui.  Spesso esiste un desiderio di bene che non riusciamo a realizzare. 
Dice così l’apostolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” e più avanti ribadisce lo stesso concetto dicendo: “Io so infatti che nella mia carne non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". Tutto questo ci chiede anzitutto l’impegno a riconoscerci di fronte a Dio e a noi stessi peccatori bisognosi di essere salvati perché incapaci da soli di essere salvezza a noi stessi. 
Il Signore ci ha dato la capacità di distinguere il bene dal male, riconoscere ciò che è giusto e retto da ciò che non lo è.  Purtroppo spesso nel nostro mondo anche i cristiani hanno perso o non hanno più chiari i parametri che ci aiutano a compiere questo giudizio sulla bontà o negatività delle cose, dei gesti, delle parole.
È buono e giusto non quello che a me piace o serve, ma ciò che Dio mi indica nella sua legge e nella sua parola.
In una società soggettivistica e relativista questo è quello che dobbiamo tornare a dire e testimoniare al mondo che ci circonda.  Sicuramente dobbiamo partire da noi.  Ci chiediamo se siamo consapevoli o no di essere peccatori, bisognosi di salvezza.  Spesso non lo siamo, perché superficiali.  O forse nella nostra vita non c’è più il primato di Dio e della sua legge che dovrebbe essere luce ai nostri passi e guida sul nostro cammino.
Oggi allora chiediamo al Signore la grazia di saperlo mettere al centro della nostra vita.   Preghiamo con l’espressione più antica della fede cristiana, quella che il Vangelo di Giovanni mette sulla bocca dell’apostolo Tommaso: “Mio Signore e mio Dio”.  Gesù il Cristo deve essere il Signore della nostra vita, deve essere il tutto della nostra esistenza.
Lui può guarirci.  I frutti che produciamo sono segno della nostra appartenenza al Signore.  In una pagina analoga a quella di oggi nella lettera ai Galati Paolo dice: “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come gia ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è legge”. (Gal 5,19-23)  E noi che frutti produciamo?  Nel bene o nel male?                               

don Edy


DOMENICA   10  FEBBRAIO  2019

V DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Ez              37,21-26
                         Epistola:           Rm            10,9-13
Vangelo:           Mt                 8,5-13

La guarigione del servo del centurione, rappresenta una nuova manifestazione epifanica di Gesù.
Il brano evangelico sottolinea un aspetto molto importante per la Comunità cristiana ed il singolo credente.
Il Vangelo ci dice che Gesù si mette in relazione con gli altri non perché Israeliti o Giudei come era costume, ma perché scopre in essi un profondo desiderio di Dio ed una fede grande.
In questo caso Gesù incontra ed ascolta un centurione romano, ossia un nemico.  La legge antica diceva: “Amerai il prossimo tuo ed odierai il tuo nemico”.

Con il suo atteggiamento Gesù rivela che l’amore di Dio è così grande che non ha confini.  Commentando questa norma nel discorso della montagna dirà: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.  Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?  E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?  Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Mt 5,44-48).
Siamo chiamati ad essere perfetti e una strada alla perfezione sta proprio in questa capacità di amare, di perdonare, di fare del bene a coloro che ci hanno fatto o ci fanno del male.  Nell’inno all’amore che Paolo apostolo scrive nella 1^ lettera ai Corinzi dice:
L’amore non cerca il proprio interesse, non si adira,
non tiene conto del male ricevuto.
Tutto tollera, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta.
L’amore di Dio non verrà mai meno”.

Carissimi confrontiamoci allora su questo ricordandoci che il Signore ama tutti e vuole che ogni persona sia toccata dal suo amore. 
Ci sono categorie di persone che ci passano accanto di cui non ci accorgiamo, ci sono persone che noi abbiamo ormai escluso dalla nostra vita, ci sono persone che noi consideriamo perdute e senza speranza di salvezza.
Ecco tutto questo non è cristiano.
Allora ci chiediamo.
Siamo consapevoli che nel mondo il Signore ci vuole testimoni del suo amore che fa piovere sui buoni e sui cattivi, fa splendere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti?
Occorre l’impegno e la grazia di una grande conversione affinché si compia la parola trasmessaci dall’apostolo Paolo e ciascuno di noi possa non tener conto del male ricevuto, possa tollerare e sopportare ogni cosa come fa Dio padre per noi.


                                    don Edy


DOMENICA   3  FEBBRAIO  2019

IV DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Gs              3,14-17
                         Epistola:           Ef              2,1-7
Vangelo:           Mc             6,45-56

Oggi è la IV domenica dopo l’Epifania e la liturgia presenta ancora un segno epifanico.  Gesù che cammina sulle acque e calma la tempesta manifesta la sua divinità e signoria sul creato.  Questa manifestazione chiede a chi ne è testimone di rispondere positivamente con un gesto ed atto di fede: “Io credo in te o mio Signore e mio Dio”.
Ma non è così.  Tutti si misero a gridare perché lo avevano visto e ne erano sconvolti, dice l’evangelista, ed esclamavano: “È un fantasma”.  La ragione umana legata a confini e prospettive terrene non può capire.  Occorre aprire il cuore e la mente all’accoglienza del divino, del diverso da noi, del trascendente che irrompe nella nostra vita.  Leggendo attentamente il brano evangelico troviamo che le parole di Gesù rivolte ai discepoli sono quelle usate nei momenti più importanti e significativi della storia della salvezza.
Non abbiate paura” dice Gesù.
Non temere” dice l’Angelo a Giuseppe quando lo chiama ad accogliere il piano di Dio nella sua vita.
Non temere” ancora l’Angelo dice a Maria quando rimane turbata al suo annuncio.
Non temete” è sempre l’invito dell’Angelo alle donne che vanno alla tomba di Gesù e la trovano vuota, mentre il Risorto apparendo ai suoi discepoli riuniti nel Cenacolo rivolge lo stesso invito però in positivo: “Pace a voi”.
La rivelazione piena e definitiva della divinità di Gesù avviene nella Pasqua di cui il miracolo odierno è segno e annuncio.  Nel Battesimo noi tutti siamo stati resi partecipi della sua Pasqua.  Dice infatti S. Paolo nella II lettura: “Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati.  Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù”.
Carissimi siamo convinti di essere stati resi partecipi della vita divina?  Siamo convinti che Dio c’è e viene incontro a noi?  La nostra vita si sta dirigendo verso l’incontro finale con il Risorto o è rinchiusa da limiti ed orizzonti unicamente terreni?
In tanti oggi si chiedono se nel mondo attuale c’è ancora posto per la presenza di Dio e di conseguenza qual è il senso della vita dell’uomo, della nostra vita.
Nel libro forse più venduto negli ultimi mesi in Italia, l’autore Alessandro Barrico afferma che noi siamo stati così trasformati dalla rivoluzione digitale che la nostra esistenza è diventata solo un gioco.  Il titolo del libro è “The game” (il gioco). Un gioco fatto di autoreferenzialità, di superficialità senza nessun riferimento autoritativo o apertura al divino.  Che tragedia se fosse (in parte lo è) veramente così.  Per noi è una sfida che dobbiamo raccogliere e tornare ad annunciare e testimoniare che la vita non è un gioco, ma un cammino verso l’incontro pieno con Dio.                 
                                    don Edy



DOMENICA   27  GENNAIO  2019

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Sir              44,23-45,1a.2-5
                         Epistola:           Ef              5,33-6,4
Vangelo:           Mt              2,19-23

La tradizione ambrosiana celebra oggi la festa della Santa Famiglia, che si inserisce nel tempo dopo l’Epifania, come continuazione della meditazione sul tema dell’incarnazione del Verbo di Dio, del suo svuotamento per essere pienamente solidale con la nostra umanità.
Giuseppe, Maria ed il bambino Gesù vanno ad abitare a Nazaret, città della Galilea, regione abitata da gente di razze e lingue diverse, (Galilea delle genti), considerata come luogo di peccato e di lontananza da Dio a causa della mescolanza di razze e di religioni.
Quando Gesù si presenta sulla scena della vita pubblica per iniziare il suo ministero Natanaele che diventerà suo apostolo riferendosi al fatto che Gesù venga chiamato il Nazareno esclama: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. (Gv 1,46) e Gesù risponde: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”, ossia è così, tutti lo sanno o lo pensano che coloro che vivono in Galilea sono lontani se non esclusi e reietti dal giudaismo.
Siamo abituati a pensare in modo idilliaco alla famiglia di Nazaret.  In realtà non è così, essa vive in un contesto di marginalità, di contrasti civili e religiosi e di rifiuto da parte del giudaismo.
Ecco perché la testimonianza di questa famiglia è così importante.  Essa ci parla della fatica, che poi è la fatica di tutti, ad essere fedeli al progetto di Dio e compiere la sua volontà, in un ambiente non favorevole e qui sta l’originalità della famiglia di Nazaret: l’ubbidienza di Giuseppe, l’abbandono nelle mani di Dio di Maria, la sottomissione alla volontà del Padre di Gesù.
Nel silenzio e nascondimento di Nazaret si vedono alcuni elementi che saranno le novità assolute dell’antropologia cristiana.  Il valore delle persone, la reciprocità dei rapporti, lo sguardo volto verso l’alto per compiere la volontà di Dio.
La fedeltà alla volontà di Dio porterà Gesù a scelte radicali, spesso non capite da chi gli sta attorno, che ci indicano che il progetto finale di Dio è quello di una famiglia universale dove tutti gli uomini possano essere e sentirsi fratelli e sorelle.
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!” (Mc 3,31-34).
Purtroppo dopo duemila anni di Cristianesimo non è così.  Quante persone non fanno parte della cerchia della nostra fratellanza, quante persone abbandonate, reiette o rifiutate perché noi siamo chiusi nell’egoismo dei nostri piccoli orizzonti.  Pensiamo ai bambini che devono lavorare nelle miniere, ai profughi che fuggono e non vengono accolti, a chi è pagato in nero tre o quattro euro all’ora, a chi non ha la possibilità di esprimere liberamente la propria fede. Ancora una volta leggendo i giornali o ascoltando i telegiornali mi sento sconfitto perché lontano dal veder compiersi un sogno che è quello per cui ho lavorato tutta la vita: la fraternità universale, la famiglia dell’umanità intera.
Certamente non dobbiamo arrenderci.  È però necessario e lo dico ancora una volta purificare la nostra fede e chiederci: cos’è il mio cristianesimo?  Quali sono i valori che porto in questo mondo?
Preghiamo perché il Signore apra le nostre menti ed i nostri cuori ad un impegno più forte ed autenticamente evangelico.

                                                                           don Edy


DOMENICA   20  GENNAIO  2019

SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Est             5,1-1c.2-5
                         Epistola:           Ef              1,3-14
Vangelo:           Gv              2,1-11

Anche questa seconda domenica dopo l’Epifania ci presenta una manifestazione della divinità nell’uomo Gesù.
L’evangelista Giovanni scrive che questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù, egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Da sottolineare tre termini del Vangelo di Giovanni.
SEGNO
GLORIA
CREDERE
* Il miracolo, ma spesso anche episodi della vita di Gesù racchiudono in sé un significato che va ben oltre il fatto in se stesso.  In questo caso esso è segno della divinità di Gesù.  Egli è colui che nella sua Pasqua farà nuove tutte le cose ossia trasforma l’acqua in vino.  L’acqua simboleggia la vita mortale, mentre il vino, che dà gioia e vigore, l’eternità. 

** Questo segno rivela nella povertà dell’uomo Gesù la sua Gloria e l’evangelista ne dà testimonianza già nel prologo del suo Vangelo quando scrive:
                                     “E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua Gloria,
gloria come di Unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità”.

*** Il vedere o riconoscere la sua Gloria nella carne mortale porta a credere che Lui è il Messia e il Salvatore.  Il segno rivelatore della Gloria suscita la Fede.
Il Signore continua a compiere tanti segni nella nostra vita che molto spesso non sono da noi riconosciuti a causa della nostra superficialità.  Egli ci parla attraverso eventi della storia e spesso in questi giorni più che mai.
Se ci fermassimo a riflettere sul nostro vissuto nella prospettiva dell’incontro finale con lui come sarebbe diversa la nostra vita ed il mondo in cui viviamo.
Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. (Mt 25,35-36).

Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me”. (Mt 42-45).

Il segno oggi è questo.  Il povero, l’ultimo, il forestiero, il malato, il carcerato ci dicono che in loro Cristo è povero, rifiutato, abbandonato, non amato.
L’acqua della condizione degli ultimi diventa come a Cana il vino della presenza gloriosa di Cristo.
Cosa dirà a me in quel giorno?
Questa è la domanda che ciascuno di noi e di voi deve porsi oggi.
Avevo bisogno di lavoro e mi hai reso schiavo?  Hai chiuso i porti e non mi hai lasciato entrare, perché dicevi che non c’era posto?  Ero malato e bisognoso di attenzioni ma mi hai lasciato solo?
Forse niente di tutto questo, ma qualcosa di ben più grave: “Eri così egoista e concentrato sulla ricerca del tuo benessere personale che non ti sei accorto di me…  Ero lì ma tu guardavi altrove, non hai voluto credere che ho svuotato me stesso assumendo la condizione di servo per essere una cosa sola con l’umanità sofferente”.

don Edy




DOMENICA   13 GENNAIO  2019

BATTESIMO DEL SIGNORE

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is               55,4-7
                         Epistola:           Ef              2,13-22
Vangelo:           Lc               3,15-16.21-22

La domenica del Battesimo del Signore Gesù ci ricorda l’inizio della sua vita pubblica quando uscito dal nascondimento e dal silenzio di Nazareth inizia ad annunciare il Regno, accompagnando il suo annuncio con gesti e miracoli che rivelano la misericordia di Dio.
L’episodio del Battesimo è narrato da tutti gli evangelisti come un momento epifanico, rivelatore della sua missione e del suo essere profondo.
La voce dal cielo e la presenza dello Spirito rivelano Gesù come l’Unigenito pieno di grazie e verità.
Tu sei il Figlio mio l’amato, in te ho posto il mio compiacimento” è la citazione dal primo canto del servo di Jahwè al Cap.42 del libro del profeta Isaia.  Questo primo carme indica la missione che il Padre affida al Figlio, l’amato.  “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre. Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli. I primi fatti, ecco, sono avvenuti e i nuovi io preannunzio; prima che spuntino, ve li faccio sentire”. (Is 46,6-9).
Voglio sottolineare questi aspetti.
Ti ho chiamato per la giustizia
Ti ho stabilito come alleanza del popolo
Luce delle nazioni
Gesù è colui che compie la nuova alleanza tra Dio e tutte le genti così che, dice l’apostolo Paolo nella seconda lettura “Voi non siete più stranieri, né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio”.
Oggi noi contempliamo la bellezza del disegno di Dio che ci chiama ad essere figli suoi nel Figlio prediletto Gesù.
Questa è la giustizia di Dio.  Dio è giusto non perché punisce o castiga chi sbaglia ma perché vuole il bene di tutti anche dei peccatori e di chi appare lontano.
Sempre l’apostolo Paolo dice: “Egli è la nostra pace”.
Egli per questo è la luce delle nazioni, ossia ci illumina sul senso e significato della nostra storia e della storia dell’umanità intera: essere una cosa sola in Cristo.
La Chiesa di Milano ha celebrato nello scorso anno un Sinodo minore dal titolo “Chiesa dalle genti” e domenica scorsa qui nella nostra parrocchia abbiamo voluto mettere in atto un piccolo segno che va in questa direzione: un pranzo con persone che vengono da lontano, da altri continenti.  Anche l’Arcivescovo ha voluto, sia pur brevemente, essere presente e venerdì mattina lo ha detto nell’incontro che ha avuto con il clero della città di Milano, citandolo come un primo passo o tentativo di questa nuova alleanza in Cristo.
Tutto ciò sicuramente ci interroga sulla nostra fede.
Essere cristiani significa celebrare l’Eucaristia domenicale (la Messa) per essere alleanza tra le genti.
In che misura noi, oggi, ci proponiamo di essere alleanza?  Come sappiamo essere portatori di giustizia, di quella vera di Dio, che ci dice che ogni uomo è fratello e ogni donna sorella.
Come o chi illuminiamo con la nostra parola ed il nostra esempio?  Come illuminiamo le tenebre dell’egoismo, della tracotanza, del rifiuto propagandati dai modelli sociali o politici vincenti in questo momento?  Sappiamo dire io sono Cristiano e credo al Vangelo e non ci sto?
Il frammento storico che viviamo è molto difficile e complesso.  Può darsi come qualcuno ora dice che la Chiesa se sarà coerente con il Vangelo vada incontro a problemi gravi, magari la persecuzione.  Siamo pronti?
Difficile rispondere.  Sicuramente però sappiamo che dalla croce viene la vita nuova e che “Sanguis martyrum semen Christianorum”.


don Edy


DOMENICA   6  GENNAIO  2019

EPIFANIA DEL SIGNORE

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is               60,1-6
                         Epistola:           Tt              2,11-3,2
Vangelo:           Mt              2,1-12


Il significato della Festa dell’Epifania può essere riassunto con due indicazioni che la liturgia sottolinea con molta forza.
È anzitutto la festa della rivelazione di Dio nel bambino Gesù e poi è la festa delle vocazioni di tutti i popoli a seguire il Signore.
C’è una luce (chiamata stella) che guida i Magi fino al luogo dove essi trovano Gesù e lo adorano.
Ancora una volta in questo tempo di Natale tema centrale è la luce che illumina le nostre tenebre.  Si compie la profezia del profeta Isaia “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te.  Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”.
La novità più importante è che questa luce guida ed illumina le genti, ossia coloro che non appartengono al popolo di Israele e che non si pensava potessero partecipare alla gioia della festa, della salvezza.
È l’universalità della chiamata simboleggiata da personaggi misteriosi menzionati dall’evangelista Matteo: i Magi venuti dal lontano Oriente.
I doni che offrono al bambino rivelano al mondo la dignità e l’essere profondo di Gesù.
Oro”: simboleggia la regalità.  Gesù è il vero Re di tutte le genti.
Incenso”: indica la divinità.  Gesù è Dio.  Egli è vero Uomo e vero Dio.
Mirra”: ciò che vince la morte.  Gesù è il Salvatore che ci libera dalla morte.
RE – Dio e SALVATORE.
Così Gesù si rivela e si manifesta al mondo nel giorno dell’Epifania.
Così accogliamolo nella nostra vita.


don Edy


 30-12-2018       ULTIMA DOMENICA DELL’ANNO  


Anche quest’anno abbiamo voluto mettere in Piazza S. Giustina il nostro presepio come segno e simbolo di un Amore grande, che è l’Amore di Dio che viene tra noi.  Il presepio è stato vandalizzato o meglio profanato da ignoti la scorsa notte.

In realtà non sono così ignoti, perché sappiamo che sono ignoranti, non amano le cose belle e tenere come può essere un presepio, sono incapaci di amare e di rispettare ciò o chi è diverso da loro.
In questi giorni tutti noi abbiamo assistito allo spettacolo offerto dai telegiornali sulla guerriglia urbana avvenuta prima di Inter-Napoli.  Tutti condannano, ma allo stesso tempo tutti pensano che quella violenza non appartenga alla quotidianità della nostra vita di gente comune.  Non è così!  Apriamo gli occhi!
I nostri ragazzi sono così egoisti che spesso pensando solo a se stessi, si divertono nel fare del male a chi è più debole e diventano anche molto violenti.   Il primo passo è quello di saper vedere questa realtà e accettare che siamo di fronte ad un carenza enorme di valori e quindi ad una emergenza educativa.
Se la prima reazione questa mattina è stata quella di bastonare o prendere a pedate chi ha profanato il presepio ora penso che sono dei poveretti che vanno aiutati a crescere, che quindi i genitori non li devono sempre proteggere, che è importante rinnovare il nostro impegno educativo.
Ringrazio tutti i parrocchiani che oggi mi hanno mostrato la loro solidarietà.  Teniamo duro, come si suol dire, ed andiamo avanti, consapevoli che come dice l’apostolo Giovanni “se fedeli ai valori evangelici troveremo sempre chi ci odia o ci rifiuta”.
Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”.  (Gv 15,18-21)

                                                                                         don Edy





NATALE DEL SIGNORE

25 DICEMBRE 2018

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is               2,1-5
                         Epistola:           Gal          4,4-6
Vangelo:           Gv             1,9-14

Messa della mezzanotte del Natale è la Messa della Luce.  La luce vera ci dice l’apostolo Giovanni nel breve brano di Vangelo che abbiamo letto è Gesù.
Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”.
Egli ci illumina nel senso e significato della nostra storia che dice sempre Giovanni nel brano sopra citato è una storia di salvezza.  Dio ci è venuto incontro.  Dio continua a venirci incontro perché ci ama di amore infinito.  La storia ci dice però che spesso sin dall’inizio non è stato riconosciuto.  Egli non è stato accolto.  “Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui eppure il mondo non lo ha riconosciuto.  Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”.
Il nostro presepio qui in chiesa quest’anno ripropone questa tragedia del rifiuto.  Maria e Giuseppe non trovano posto nella locanda, all’interno delle normali relazioni umane.  Dovranno cercare rifugio in una grotta perché non c’era posto per loro.
Ieri molti giornali titolavano l’articolo di fondo “Non c’è posto da noi per quel bambino” nato in Libia, salvato per miracolo tra le onde procellose del mare.
La storia si ripete non sappiamo accogliere, perché non sappiamo riconoscere nel povero, nel piccolo indifeso, il Signore Gesù.
Non abbiamo ancora imparato la lezione.  Avvenire nel fondo di oggi dice così: “È nato in Libia, dopo il lungo viaggio di sua madre nel Sahara.  Quando l’hanno salvato, al largo, da un gommone che affondava, pareva un fagotto fradicio.  Ma è un bambino nato da poche ore, quello fotografato sulla nave della Ong spagnola Open Arms.  Guardate la madre: che inquieta domanda nei suoi occhi neri, sulle sue labbra turgide di giovanissima africana.  I due sono in salvo a Malta ora, ma altri 300 aspettano, in mezzo al mare. 
E: «porti italiani chiusi», ribadisce il Governo di Roma.  Guardate ancora quel neonato nudo e inerme.  Non è «quel» bambino.  Ma quanto gli somiglia.  Come un messaggio all’Occidente: riconoscete Cristo, in ogni figlio come questo”.
E noi cosa diciamo, come ci poniamo di fronte a questa storia che continua?  Io non ho mai fatto politica dal pulpito.  Ho però sempre cercato di annunciare i principi e fondamenti della fede cristiana che spesso non vanno d’accordo con le scelte della politica.
Carissimi è Natale.  Ritroviamo il coraggio di dire al mondo che Colui che è nato a Betlemme ci ha rivelato che tutti siamo figli dello stesso Padre e quindi fratelli. Noi crediamo nella possibilità di realizzare una nuova fraternità sapendo anche rinunciare a qualche cosa di quel tanto che abbiamo.
Siamo chiamati nel prossimo futuro a compiere scelte forti che dicano al mondo questo.  Come Chiesa e come singoli.  Magari anche alla disobbedienza civile, come già molti cristiani hanno fatto in passato per salvare la peculiarità della fede.  Questo è il mio augurio col sorriso sulle labbra ma la fermezza nel cuore.

don Edy




DOMENICA   16   DICEMBRE   2018

QUINTA DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici: 1^Lettura: Is. 30,28-26b
                                     Epistola: 2Cor. 4,1-6
                                     Vangelo: Gv. 3,23-32a

Ancora una volta in questo Avvento Giovanni il Battista ci indica il cammino che dobbiamo seguire per accogliere degnamente il Signore che viene nella solennità del S. Natale.
Noi celebriamo la memoria della sua nascita a Betlemme affinché la nostra fede nella sua presenza in mezzo a noi e con noi diventi sempre più grande e vera.
Le parole di Giovanni sono molto importanti e significative: “Lui deve crescere, io invece devo diminuire”.
Nella sequela e nell’ascesi cristiana ci sono alcuni passaggi che ogni discepolo deve compiere.
Sottolineo quelli che mi sembrano i più importanti.
Anzitutto l’“INCONTRO”  autentico con Cristo che ce lo fa conoscere negli aspetti più importanti  e belli della sua vita, del suo pensiero, delle sue opere e scelte.
Non basta essere stati battezzati, aver frequentato il catechismo, ricevuto i Sacramenti.  Occorre essersi incontrati con Lui ed aver risposto positivamente alla sua chiamata.  Come i discepoli del Vangelo anche noi avremmo dovuto chiedere: “Chi sei Tu?” ed ascoltare la sua risposta: “Vieni e seguimi”.
Ci chiediamo se noi Gesù il Cristo l’abbiamo incontrato o no, abbiamo saputo fermarci a guardargli negli occhi, lasciarci guardare nei nostri occhi e lasciarci prendere da lui.  Altrimenti è solo superficialità e ritualismo che ci impediscono di compiere gli altri passaggi.
Dopo averlo incontrato ed accettato di seguirlo viene l’impegno della “IMITAZIONE di CRISTO”.
Il Cristiano è colui che rende presente Cristo nel mondo perché si è fatto suo imitatore, agisce come Cristo, parla come Lui, sa amare come Lui.
Anche qui ci chiediamo quanto forte sia la nostra volontà di essere nel mondo segno e memoria di Cristo.
Nella Epistola di quest’oggi S. Paolo dice: “Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore.
Solo questa affermazione può rivelarci quanto siamo lontani dal progetto di Dio, perché molto spesso tutti noi mettiamo al primo posto interesse ed egoismo e chi incontra noi non incontra Gesù ma la nostra povera umanità peccatrice.
Da ultimo è la “CONFORMITÀ” a Cristo al punto da poter dire con S. Paolo: “Non sono più io, ma è Cristo che vive in me”.
Il Natale cristiano è questo.
Accogliere Colui che viene significa incontrarlo e conoscerlo sempre più, farsi suoi imitatori e conformarci a Lui.

INCONTRO/CONOSCENZA - IMITAZIONE - CONFORMAZIONE.


don Edy


DOMENICA   9   DICEMBRE   2018

QUARTA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is               4,2-5
                         Epistola:           Eb            2,5-15
Vangelo:           Lc            19,28-38

La liturgia di questa IV Domenica di Avvento affida alla pagina evangelica dell’ingresso in Gerusalemme il compito di richiamare simbolicamente che Colui che viene, l’Atteso dale genti è il Signore della soria, il Re di tutti gli uomini.  “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore.  Pace in cielo e Gloria nel più alto dei cieli”.  Così la folla cominciò a lodare Dio a gran voce citando il salmo 118 nella prima parte e le parole dell’Angelo nella seconda.  Parole riportate sempre dall’evangelista Luca nel Capitolo 2 del suo Vangelo al momento della nascita di Gesù.
Anche noi siamo chiamati a preparare e celebrare così la memoria della venuta tra noi del Figlio di Dio nel S. Natale.  La nostra attenzione deve essere tutta concentrata nella contemplazione ed adorazione di questo grande mistero: il Figlio di Dio si fa uomo per essere il Signore delle nostre vite, della storia e dell’intero creato. Per questo diciamo: “Benedetto Colui che viene”.
La lettera agli Ebrei oggi ci dice  che : “Di Gloria e di onore lo hai coronato”, riferendosi al Figlio dell’uomo. “Avendogli assoggettato ogni cosa, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Tuttavia al presente non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Però quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Ed era ben giusto che colui, per il quale e del quale sono tutte le cose, volendo portare molti figli alla gloria, rendesse perfetto mediante la sofferenza il capo che li ha guidati alla salvezza”.
Il Natale è allora la festa della Fede.  Fede che Dio è venuto e viene in mezzo a noi, fede che Colui che è nato a Betlemme non è solo un uomo ma è il Messia, fede che ogni cosa è finalizzata a Lui    ed in Lui prende valore ed acquista significato.
Chiedetevi cosa è il Natale per me?  Come lo sto preparando?  Ho capito che la mia vita deve avere Cristo come centro e che solo Lui potrà dare una gioia piena e duratura alla mia esistenza?
Ancora una volta quindi l’Avvento ci chiama a conversione per togliere gli ostacoli che non ci permettono di fare del Cristo il Re della nostra vita.  “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà”. (Mt 10,37-39).
C’è un perdere la propria vita che deve stare a fondamento della sequela Cristiana e quindi anche della capacità di mettere Cristo al posto del nostro Io.
È per questo che dobbiamo lavorare e convertirci.

don Edy




DOMENICA  2 DICEMBRE 2018
TERZA DOMENICA DI AVVENTO
Rif: Biblici: I^ Lettura: Is 45,1-8
                    Epistola: Rm 9,1-5
                    Vangelo: Lc 7,18-28
Anche in questa Domenica del tempo di Avvento il personaggio a cui la liturgia fa riferimento è Giovanni il precursore.
Nella scorsa Domenica lo abbiamo sentito invitare la gente a conversione e fare penitenza per scontare i propri peccati.
Preparare la via al Messia, Gesù.
Il brano odierno ci mostra Giovanni non più nel deserto, ma in prigione dove sta attraversando una grande crisi spirituale che è la prova più dura della sua vita.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”.
E’ la domanda che rivolge a Gesù attraverso i discepoli inviati da lui. Giovanni non è più sicuro che Gesù sia il Messia, Colui che Israele ha atteso da sempre.
Ci chiediamo perché Giovanni abbia questi dubbi e non riesca a riconoscere in Gesù il Messia promesso.
Probabilmente la risposta sta nel fatto che Gesù parlasse, agisse, si comportasse in modo completamente diverso da quello che ui si aspettava o desiderava.
Il Giudaismo di cui Giovanni è l’ultimo grande rappresentante, immaginava un Messia severo ed austero venuto a compiere ciò che da alcuni profeti era stato annunciato: il giorno di Jahvè.
Si pensava al giorno di Jahvè (Dio) come il giorno della sua collera in cui Egli avrebbe castigato definitivamente i suoi nemici e i peccatori bruciandoli nel fuoco.
Cito un passo tra i più noti che prendiamo dal libro del profeta Sofonia: “E’ vicino il gran giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: Amaro è il giorno del Signore! Anche un prode lo grida. “Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e sulle torri d’angolo. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi, perché han peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli”. Nel giorno dell’ira del Signore e al fuoco della sua gelosia tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra”. (Sof 1,14-18).
Gesù si oppone in modo netto a questa visione delle cose. Egli inaugura il giorno di Jahvè che è il tempo di misericordia e perdono, tempo in cui Dio si fa vicino ai più poveri e deboli.
Tutto questo era stato già detto proprio in occasione della nascita di Giovanni da parte del padre Zaccaria nell’inno “Benedictus”.
Cito: “Ha visitato e redento il suo popolo”, “ha suscitato una salvezza potente”, “ha concesso misericordia”, “a rischiarato coloro che stanno nelle tenebre”. Gesù non è venuto a distruggere e bruciare ma a salvare, a portare misericordia, a rischiarare.
Come Giovanni anche noi dobbiamo liberarci da una immagine di Dio che spesso è frutto della nostra fantasia e del nostro pensiero.
Chi è Dio?
Non siamo noi a dover o poter rispondere. E’ Gesù che è venuto a rivelarcelo.
Qui sta il primo passo di conversione forse il più difficile, perché ci dobbiamo spogliare dalla nostra mentalità e metterci in umile ascolto.
Allora facciamo nostra l’antica invocazione dei primi Cristiani “Maranatàh” vieni Signore Gesù e insegnaci chi è Dio.
Così si chiude il libro dell’Apocalisse che traccia le linee di comportamento del Cristiano nella storia.
“Lo Spirito e la Chiesa dicono “Vieni!” e chi ascolta ripeta “Vieni!”.
Chi ha sete venga, chi vuole attingere gratuitamente l’acqua della vita e della conoscenza di Dio”.

                                                           don Edy




DOMENICA   25   NOVEMBRE  2018

SECONDA  DOMENICA DI AVVENTO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              19,18-24
                         Epistola:           Ef             3,8-13
Vangelo:           Mc            1,1-8

Oggi la liturgia introduce una figura tipica del tempo di Avvento: Giovanni il Precursore.
Già nel Vangelo dell’infanzia secondo Luca si parla di Giovanni.  La sua nascita è un miracolo del Signore.  Giovanni nasce da un padre ormai anziano ed incapace di generare, Zaccaria, e da una madre sterile, Elisabetta.  Il padre Zaccaria riassume nel cantico del “Benedictus” quanto il Signore ha fatto per lui.  Non solo per lui ma per l’umanità intera, perché la nascita di Giovanni è il segno del compimento delle promesse antiche.  Già dalla nascita Giovanni è il precursore che annuncia la salvezza. 


















"Benedetto il Signore Dio d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo: salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace".
Oggi il brano di Vangelo ce lo mostra all’opera nel deserto.  Egli riprendendo le parole del profeta Isaia invita alla conversione e a preparare la via affinchè il Signore possa arrivare fino a noi.
Cosa dobbiamo fare per preparare la via?
La risposta la troviamo nella prassi della vita della Chiesa: ascolto, preghiera, carità.
Ascoltare la parola che diventa preghiera per trasformare  la nostra vita ad immagine di Gesù.

don Edy


DOMENICA   11   NOVEMBRE  2018

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              49,1-7
                         Epistola:           Fil            2,5-11
Vangelo:           Lc            23,36-43

La Festa di Cristo Re che chiude l’anno liturgico ci insegna che Gesù il Cristo è il centro di tutta la storia dell’uomo è il fondamento della nostra speranza per la vita eterna.  In Lui noi tutti troveremo la pienezza della nostra esistenza.  Pienezza che è la totalità di amore, di luce, di pace e di bellezza.
Oggi questo Re ci viene mostrato sul suo trono che è la Croce.  Egli è il Re dell’Universo perché si è reso obbediente alla volontà del Padre, si è fatto servo (e la Croce è il segno pieno di questa scelta) insegnandoci così che l’autorità non è potere arrogante ed egoista, ma è servizio verso tutti gli altri.

San Paolo che ha conosciuto e sperimentato la profondità del Mistero di Cristo ci dice nella seconda lettura: “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.  Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.  Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome”.
Il Cristiano, ciascuno di noi, siamo chiamati ad essere presenti nel mondo con lo stile di Cristo, perché siamo sua immagine, e per questo il primo passo dell’ascesi o vita spirituale è l’Imitazione di Cristo.  Come Lui anche noi dovremmo svuotare la nostra vita da ogni egoismo o interesse personale per farci servi di Dio e degli altri.
Il libretto medievale intitolato “Imitazione di Cristo” è il testo più letto nei secoli dopo il Vangelo.
In esso si tracciava la via per raggiungere la perfezione ed essere una cosa sola con Lui.  Sono andato a rivedere le direttrici più importanti di questo testo ormai disuso che però continua ad affascinarci.
·      Anzitutto sollecita ad abbandonare la vacuità delle cose materiali e a porre al centro dell’attenzione la carità, l’obbedienza, la contrizione, la conformità a Cristo.
È un richiamo attualissimo per noi che fondamentalmente siamo materialisti.  Che cosa è davvero al primo posto nella nostra vita.  Il nostro interesse o l’obbedienza a Cristo?  Le cose o lo Spirito?
·      Si parla ed insiste sulla necessità della sofferenza per poter entrare nel Regno di Dio.
Oggi si direbbe che è importante saper accettare e portare la Croce che la vita ci dà.  Sicuramente non dobbiamo farci del male, ma dobbiamo accogliere la sofferenza come la possibilità di stare con Gesù sulla Croce, memori che per entrare nella vita eterna dobbiamo morire a noi stessi per condividere con Cristo la vita nuova.
Come viviamo le nostre sofferenze?
Siamo convinti che il Cristiano è chiamato a vivere ogni giorno il mistero pasquale che è mistero di morte e di vita?


don Edy


DOMENICA   4  NOVEMBRE  2018

2^ DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              56,3-7
                         Epistola:           Ef             2,11-22
Vangelo:           Lc            14,1a.15-24

Il brano di Vangelo odierno ci presenta una parabola cosiddetta “storica”, perché attraverso questo tipo di racconti Gesù e la Chiesa primitiva cercano di comprendere o spiegare il rifiuto del popolo d’Israele ad accogliere Gesù il Figlio di Dio ed allo stesso tempo l’invito ad entrare nella festa a quei popoli che come ci dice S. Paolo nella seconda lettura “erano lontani ed esclusi dalla gioia della festa della salvezza”.
Questa stessa parabola oggi può essere applicata a noi, ai popoli che storicamente, in Europa, hanno costituito la cosiddetta “Cristianità”.
C’è un sentimento diffuso in tanti, specialmente più giovani a trovare scuse (come nella parabola) per non partecipare al banchetto della festa che per noi è l’Eucaristia domenicale.  E così se da un lato la Chiesa, il papa, i presbiteri continuamente richiamano alla centralità ed importanza della messa domenicale, dall’altro lato sempre meno giovani e persone mature vi partecipano.
Ci si chiede il perché.
Le risposte sono molteplici ed anche di tipo diverso.
Viene data colpa ai preti più giovani che non saprebbero più riunire attorno a sé e radicare nella fede la gioventù.
Se fosse così allora il problema si porrebbe nelle istituzioni (seminari) chiamate a formare i giovani preti.  Queste istituzioni sono accusate di non aver saputo o sapere mettere insieme tradizione e mondo attuale, di formare persone culturalmente preparate ma fragili di fronte alle sfide sempre più grandi del mondo.
Anche le famiglie sono messe sotto accusa.  In particolare si dice che molti genitori non sanno più educare al trascendente, alla presenza viva di Dio nella vita.  Spesso i genitori non sanno dire di no, quando andrebbero detti ma tutto è concesso per soddisfare l’egoismo dei piccoli che così al posto di Dio mettono il proprio Io.
Certamente proseguendo in queste analisi non si devono dimenticare le mutate condizioni culturali e sociali che hanno portato ad un diffuso materialismo che esclude la religione dalla vita.
Ci sono poi anche gli scandali della Chiesa.  Scandali oggi amplificati dai mezzi di comunicazione che portano allo scoraggiamento di molti ed al conseguente rifiuto di tutto ciò che è legato alla Chiesa.
Ecco per molti è l’inizio della fine.  Chi ha fede però sa che non è così o non deve essere così.
Noi che “ci siamo” dobbiamo continuamente chiedere al Signore tre cose.
Una “fede” forte e salda che ci aiuta a superare gli ostacoli che incontriamo.
Una “pazienza” grande memori di quanto diceva S. Paolo “Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza”.
La pazienza ci dice che se i preti, i genitori, il mondo non sono più come quelli in cui noi siamo cresciuti certamente il Signore ha un progetto nuovo e questi preti, questi genitori, questo mondo ci darà cose nuove che ancora non conosciamo ma che ci aiuteranno a crescere.  Anche gli scandali che rivelano il peccato della Chiesa vissuti con pazienza e maturità aiuteranno la Chiesa a purificarsi e rinnovarsi.
Infine dobbiamo chiedere la “grazia” di un amore fraterno che ci aiuti e ci sostenga nelle fatiche e nelle prove.  Anche nei momenti più difficili se ci si sente amati si va avanti e si va avanti con gioia.
Questa è la mia esperienza, questa è la legge della vita e sia così per tutti noi.

don Edy


DOMENICA   28  OTTOBRE  2018

1^ DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         At             8,26-39
                         Epistola:           1Tim         2,1-5
Vangelo:           Mc          16,14b-20

Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura.  Chi crederà sarà battezzato e sarà salvato”.
Questo è il messaggio centrale del brano evangelico che spiega il significato di questa Giornata Missionaria. 
La Giornata Missionaria Mondiale viene celebrata ogni anno, a partire dal 1926 quando il Papa Pio XI la istituì, per richiamare tutta la Chiesa all’impegno della testimonianza e dell’annuncio.
Ci sono tre passaggi nel brano che vanno sottolineati.
1.   Andate in tutto il mondo
2.   Proclamate il Vangelo
3.   Chi crederà e sarà battezzato
Anzitutto l’impegno ed il dovere di uscire dal nostro piccolo mondo, di non pensare solo a noi stessi o ai nostri piccoli interessi, per andare ad incontrare chi non conosce Gesù o lo ha dimenticato e portare loro l’annuncio di salvezza.
All’inizio della storia del Cristianesimo gli Apostoli ed i discepoli misero in pratica in modo letterale questo suo invito e si spinsero fino ai confini del mondo allora conosciuto.  Poi però questo slancio missionario si affievolì e la Chiesa si chiuse progressivamente in se stessa, anche se nelle persone più autenticamente legate a Cristo ci fu sempre il desiderio di andare verso coloro che non credevano.
L’azione missionaria verso i lontani riprende vigore dopo la scoperta di nuovi continenti o l’esplorazione di nuove terre.  Pensiamo all’evangelizzazione dell’America, dell’Asia a partire dal XVII secolo e dell’Africa nel XIX secolo.  Nella prima parte del XX secolo dell’era Cristiana ci fu il massimo della presenza di istituti e congregazioni missionarie che dall’Italia o dall’Europa mandavano missionari in Africa, Asia, America Latina.
Ancora oggi tante persone, non più così numerose, lasciano il proprio paese per andare in terre lontane.   Oggi preghiamo anzitutto per loro e per le giovani chiese che vivono al loro interno la fatica ed il travaglio di far entrare nella vita e nella cultura locale il messaggio del Vangelo.  La comunità cristiana oggi scopre però anche un secondo significato del mandato di Gesù.
In una società secolarizzata e non più cristiana con la presenza di forme nuove e diverse di religiosità, ci viene chiesto di parlare ai nostri figli, amici, vicini di Gesù.  Il Papa parla di una “Chiesa in uscita”.
Carissimi non solo i preti o i religiosi, ma tutti siete chiamati a questo impegno di annunciare il Vangelo.
Ognuno si chieda: “Cosa faccio io? Come testimonio la fede in Cristo?  Come so dire agli altri che Lui e solo Lui è il tesoro della mia vita?”.
Oggi tutti e ciascuno dovremmo uscire dalla chiesa e dalla Messa domenicale con una convinzione profonda: “Anch’io sono missionario/a il Signore mi manda”.
Da ultimo “l’andate ed annunciate” del Vangelo deve portare alla vita sacramentale per coloro che credono: “Chi crederà sarà battezzato”.
Il Battesimo qui è visto come il primo e la fonte di tutti gli altri Sacramenti: in primis l’Eucaristia.  Non siamo noi a salvarci con i nostri meriti ma è la grazia di Dio.
Come riceviamo i Sacramenti?  Perché li riceviamo poco o magari male?
Non sciupiamo il dono di Dio, ma sappiamo aprire veramente il cuore alla sua grazia.

don Edy


DOMENICA   21   OTTOBRE  2018

DEDICAZIONE DEL DUOMO

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              26,1-2.4.7-8;54,12-14a   
                         1^Lettura:         Ap            21,9a.c-27
Epistola:           1Cor          3,9,17     
Vangelo:           Gv           10,22-30

Ogni anno nella terza Domenica di Ottobre nel rito ambrosiano si celebra la festa della Dedicazione della Chiesa Cattedrale, il Duomo di Milano.  Questa celebrazione è stata fissata in questa Domenica da S. Carlo nel 1577 anno in cui il 20 di Ottobre (terza Domenica del mese) aprì ufficialmente e consacrò il duomo dedicandolo a Maria Nascente.
La costruzione del duomo era iniziata parecchi anni prima nel 1387.  La nuova Chiesa Cattedrale doveva prendere il posto di due chiese precedenti già esistenti nella tarda epoca romana e medievale: Santa Maria Maggiore e Santa Tecla.  Chi volle fortemente la nuova cattedrale sul posto delle due precedenti fu Gian Galeazzo Visconti che la pensò in competizione con le grandi cattedrali del Nord Europa.  Con però una caratteristica particolare, il materiale di costruzione: il marmo di Candoglia.  Ogni marmo tagliato e squadrato a Candoglia venne da quel momento (e lo è ancora oggi) contrassegnato con il marchio AUF (ad usum fabbricae).
Per la durata nel tempo della sua edificazione, per la gente coinvolta, per l’economia sviluppata a partire da questi grandi lavori il duomo divenne il simbolo di Milano non solo a livello religioso ma anche civile e sociale.
Oggi quindi guardiamo alla Cattedrale così.  Segno della presenza viva e positiva di Dio nella nostra città, ma al tempo stesso come memoria di convivenza civile e sociale fondata sui valori del cristianesimo.
Oggi la liturgia ci chiama quindi ad un forte impegno di testimonianza.
Il Signore che ha voluto abitare a Milano, nostra città, ci dice annunciate e dite a tutti che Io sono tra voi, che sono il buon Pastore e voi le mie pecore.
Il duomo, posto al centro, nel cuore della città ci dice che il Signore è qui per portare a compimento quanto letto nel Vangelo: “Io sono il buon Pastore, do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”.
Questa è la certezza che ci deve guidare e sostenere, nonostante tutte le prove e le fatiche che incontriamo.
Niente e nessuno ci può separare dall’amore di Cristo!
Ripetiamocelo spesso e gridiamolo al mondo.  Il Signore è qui tra noi!

don Edy


DOMENICA   14   OTTOBRE  2018

SETTIMA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              43,10-21   
                         Epistola:           1Cor          3,6-13     
Vangelo:           Mt           13,24-43

Il brano evangelico che la liturgia oggi propone ci parla ancora del Regno di Dio e delle fatiche che sperimenta nella storia.
Sicuramente sono due le idee principali e gli insegnamenti che esso vuole darci.
Anzitutto ci viene detto che il bene (il buon grano) è già visibile in mezzo a noi ma che anche il male continua la sua presenza.  È la situazione del Cristiano.  Siamo nel già ma non ancora: luce e tenebre, buono e cattivo, grazia e peccato fino al momento finale in cui il male sarà definitivamente sconfitto e l’amore di Dio che è il bene assoluto trionferà.
La Chiesa che raccoglie il popolo di Dio non è una realtà statica di eletti, ma è continuamente chiamata a camminare e rinnovarsi per essere sempre più vicina all’ideale proposto da Cristo Gesù.
Nella sua lettera pastorale che già dal titolo rivela questa visione teologica della Chiesa “Cresce lungo il cammino il suo vigore” l’Arcivescovo dice così: “Proprio l’indole escatologica del pellegrinare della Chiesa è il motivo che consente di pensare e praticare con coraggio un inesausto rinnovamento/riforma della Chiesa stessa.  Proprio guardando alla pienezza della comunione con il Signore, ancora a venire, la Chiesa non assolutizza mai forme a setti, strutture e modalità della sua vita.  Il pensiero e l’affetto, il desiderio e l’attenzione verso il compimento sperato consentono alla Chiesa di fare memoria del passaggio tra noi di Colui che ancora deve venire e ne percepisce l’appello ad un continuo rinnovamento: non ha fondamento storico né giustificazione ragionevole l’espressione “si è sempre fatto così” che si propone talora come argomento per chiedere conferma dell’inerzia e resistere alle provocazioni del Signore che trovano eco nelle sfide presenti.
Viviamo vegliando nell’attesa.  Viviamo pellegrini nel deserto.  Non siamo i padroni orgogliosi di una proprietà definitiva che qualche volta, eventualmente, accondiscende all’ospitalità; siamo piuttosto un popolo in cammino nella precarietà nomade”.
Tutto questo richiede la forza di chi non si arrende e continua a camminare, il coraggio di guardare avanti, la pazienza di sostenere situazioni difficili e faticose.  Il secondo insegnamento è che il Regno di Dio, il bene, non crescono per la nostra bravura o intelligenza ma per potenza di Dio.  È la parabola del granello di senape il più piccolo dei semi che diventa un grande albero.  È l’esperienza vissuta dall’apostolo Paolo che afferma: “Io ho piantato.  Apollo ha irrigato ma è Dio che fa crescere”.
Quante volte invece noi pensiamo e diciamo che le cose vanno bene perché un prete è bravo o vanno male perché non lo è.  Il Signore agisce al di là o al di sopra di tutto questo.  Certo a noi è chiesto di accogliere nella fede l’azione di Dio.
Concludiamo chiedendo al Signore la grazia di saperci mettere ogni giorno in cammino per accogliere le meraviglie che compie in mezzo a noi.

don Edy




DOMENICA   7  OTTOBRE  2018

SESTA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              45,20-24a   
                         Epistola:           Ef               2,5c-13          
Vangelo:           Mt            20,1-16

In questa sesta Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore leggiamo una tra le parabole più difficili dell’intero Vangelo.  Per comprendere il messaggio che l’Evangelista vuole trasmettere occorre capire bene il genere letterario a cui la parabola appartiene.  Essa appartiene al genere del paradosso, già presente nell’Antico Testamento, ma  usato da Gesù nella sua predicazione e ripreso nella vita e nell’esperienza concreta dei suoi discepoli.
Le beatitudini sono l’esempio più significativo di tutto questo.  Gesù capovolge completamente la prospettiva della logica umana, per affermare ciò che sembra unicamente paradosso o follia.  Basta pensare a quanto dice: “Beati i poveri, beati coloro che piangono, beati quando sarete perseguitati”. 
Anche le lettere apostoliche ripeteranno questo. 
Paolo afferma nella seconda lettura ai Corinti: “Siamo afflitti ma sempre lieti, poveri ma facciamo ricchi molti, gente che non ha nulla e invece possediamo tutto”.  Parla di qualcosa che agli occhi del mondo e per la ragione umana è assurdo.  Mi sono soffermato su queste cose per dire che la parabola letta oggi e che è sicuramente incomprensibile a noi e per noi, perché a un certo numero di ore di lavoro (per giustizia) deve corrispondere un determinato pagamento ci viene detto che Dio si comporta in un altro modo.  Il profeta Isaia diceva che: “I suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie”.
Egli è giusto, ma va al di là della giustizia umana per farci conoscere la grandezza del suo amore che non guarda ai nostri meriti ma è senza confini.

In sintesi la salvezza è unicamente un dono suo.  La seconda lettura con forza ci dice: “Per grazia siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio, né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene”.
Due sono le ricadute concrete nella nostra vita.
Anzitutto la consapevolezza che non siamo noi a redimerci, non siamo salvezza a noi stessi.  Solo in Lui c’è giustizia e salvezza.  Questo ci deve aiutare a vivere in modo corretto la nostra vita di cristiani.  Nessuno può vantarsi dentro di sé o di fronte agli altri di essere giusto.  È Dio che ci giustifica!  Così nessuno deve abbattersi al punto da pensare che non potrà essere salvato a causa dei suoi peccati o delle sue miserie.  Dio è immensamente più grande dei nostri peccati.
In secondo luogo, Dio ama tutti indistintamente e noi siamo chiamati ad essere nel nostro mondo testimoni di questo amore.
Quanto lontani però noi cristiani possiamo essere da tutto questo.
Dio ama gli ultimi che non hanno valore di fronte al mondo, Dio ama chi fugge dalle schiavitù, dalle guerre, dalla fame.  Dio ama chi è solo in un paese che non conosce o dove non viene accolto.  Non è possibile dirsi cristiani e poi dimenticarsi di tutto questo.
So amare chi è ultimo?
Come mi pongo di fronte a coloro che sono venuti qui da paesi lontani e diversi?

don Edy




DOMENICA   30  SETTEMBRE 2018

QUINTA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Dt            6,1-9           
                         Epistola:           Rm          13,8-14a           
Vangelo:           Lc           10,25-37

Tutta la legge si riassume nel comandamento dell’amore gratuito e disinteressato che il Vangelo riprende dal libro del Deuteronomio: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il tuo prossimo come te stesso”.

Le prospettive evangeliche sono però molto diverse da quelle vetero testamentari.  Per l’Israelita a cui è data la legge di Mosè, il prossimo è un familiare o un appartenente alla stessa tribù.  Per il discepolo di Gesù il prossimo è ogni uomo e ogni donna, perché ciascuno di loro è immagine di Dio chiamato ad essere suo figlio o figlia.  La prossimità non ha più orizzonti etnici o razziali, ma è universale.  In termini attuali potremmo dire:”Ogni uomo è mio fratello” “Ogni donna è mia sorella”.
Il superamento più forte e significativo del dettame mosaico sta nell’esigere che il discepolo ami anche chi umanamente è considerato nemico.  Nel discorso della montagna leggiamo: “Vi è stato detto ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico, ma io vi dico amate i vostri  nemici, perdonate coloro che vi fanno del male e pregate per loro”.
La predicazione apostolica poi riassumerà questo insegnamento dicendo: “Non rendete male per male, ma a chi vi fa del male voi fate del bene”.
Essere discepoli di Gesù il Cristo significa vivere la propria esistenza portando con molto equilibrio e maturità questi sentimenti nel cuore perché ogni discepolo è chiamato a imitare la stessa carità di Gesù.
Certo occorrerà essere molto attenti e non superficiali, saper coniugare la misericordia con la giustizia ricordando l’insegnamento di Giovanni XXIII che diceva che dobbiamo condannare il peccato, ma salvare il peccatore.  Per questo penso che ciascuno di noi oggi più che mai debba confrontarsi seriamente con la Parola di Dio e chiedersi se sappiamo amare veramente come il Vangelo ci dice.
Troppo spesso purtroppo ospitiamo nel nostro cuore sentimenti negativi, siamo incapaci  di accogliere il diverso o il nemico, non vogliamo perdonare chi ci ha fatto del male.  Il peccato che è in noi offusca la luce dell’amore che ci è stato donato.
Occorre convertirsi, cambiare rotta per camminare con Gesù avendo sempre presente la sua parola e lasciandoci guidare da essa trasmettendola ad altri.
È bellissimo quanto ci ha detto la conclusione della prima lettura: “Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore.  Li  ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.  Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.
Che possa essere veramente così per tutti noi.


don Edy


DOMENICA   23   SETTEMBRE 2018

QUARTA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         1Re          19,4-8         
                         Epistola:           1Cor         11,23-26          
Vangelo:           Gv            6,41-51

Con la Festa di Affori comincia un nuovo Anno Pastorale.
L’Arcivescovo Mons. Mario Delpini ha presentato la sua lettera alla Diocesi per l’anno 2018-2019 il giorno 8 Settembre festa della Natività di Maria a cui il nostro Duomo è dedicato.
La lettera si intitola “Cresce lungo il cammino il suo vigore”.
La vita della Chiesa e del singolo cristiano è un cammino, un pellegrinaggio, dice l’Arcivescovo, verso l’incontro finale e definitivo col Signore.  L’immagine del cammino comporta quella della fatica, del tempo da trascorrere nel deserto, delle insidie e degli ostacoli da superare.
Se però la comunità è forte e saldamente fondata su Cristo animata dal desiderio del bene si sperimenta quanto ci dice il Salmo: “Cresce lungo il cammino il suo vigore”. (Salmo 84,8) 

Penso alla nostra Comunità e mi pongo alcune legittime domande a cui non solo io ma noi tutti dobbiamo rispondere.
Stiamo camminando o siamo fermi?  Magari come dice l’Arcivescovo con lo sguardo rivolto solo al passato portando la giustificazione: “Si è sempre fatto così” per giustificare l’inerzia che ci porta a resistere alle provocazioni che il Signore ci rivolge.
Ancora possiamo dire che la nostra Comunità sperimenti che “Cresce lungo il cammino il suo vigore?”.  Come far si che questo avvenga?
Ci richiama a tre aspetti fondanti della nostra vita cristiana.
L’ascolto della Parola, la celebrazione della Messa domenicale, la preghiera personale.
Personalmente sono molto convinto che debba esserci anche uno stile che caratterizza la vita comunitaria.
Cito dalla 1a lettera di Pietro:
Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione”. (3,8-9) – “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto”. (3,14-15).
Questo è il traguardo verso cui  camminiamo per essere testimoni della “Speranza che è in noi”.
Buon cammino.

don Edy


DOMENICA   16   SETTEMBRE  2018

TERZA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              32,15-20     
                         Epistola:           Rm              5,5b-11  
Vangelo:           Gv            3,1-13

La vicenda di Nicodemo che ci viene narrata dall’evangelista Giovanni è sicuramente molto significativa e carica di significati ed insegnamenti.
Nicodemo da uomo reale diventa il simbolo di una umanità che a tentoni nel buio cerca la verità sulla vita e sul senso delle cose.
È però una umanità debole e fragile, incapace di dare risposte definitive.  È una umanità paurosa che ha timore ad uscire da schemi o stereotipi culturali dominanti e vincenti per affermare l’originalità della propria ricerca.
Il Vangelo di oggi ci dice che unicamente nell’incontro con Cristo, nel saper accettare di essere da lui rinnovati potremo sperimentare la grazia di una vita nuova.  “Rinascere in Cristo”.
Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio (pace-gioia-amore-bellezza)”.
Ci sono alcuni punti che dobbiamo approfondire.
1. La rinascita di cui parla il Vangelo ha un momento
  fondante nel Battesimo, ma deve attualizzarsi poi nella quotidianità della nostra vita.  Ogni giorno, ogni mattina il Signore ci chiama ed invita ad essere nuovi.  Ogni giorno noi dovremmo poter dire: “Signore ti accolgo e mi lascio fare da te” è il cammino di conversione a cui siamo chiamati nei momenti o giorni diversi della nostra vita.
2.Dobbiamo però saper tener conto delle nostre fragilità ed incredulità.  I dubbi e perplessità di Nicodemo sono i nostri dubbi, “Come può un uomo rinascere quando è vecchio?  Come può accadere questo?” 

      Spesso purtroppo anche noi non crediamo nella 
      possibilità di un nostro cambiamento profondo
      anzi diciamo: Invecchiando non si fa che
      peggiorare”.
3.Solo nella vigilanza e nell’attenzione continua all’ascolto della Parola che ci guida nel nostro cammino, con il proposito di far crescere quell’amore che ci è stato donato come   un seme sarà possibile una vita nuova.  Nelle prove della vita bisogna sempre ricordarsi che siamo chiamati ad agire, parlare, vivere “In persona Christi”.  Cosa farebbe Gesù al mio posto, qui, ora?
      Solo così potremo rinascere a vita nuova.



           don Edy


DOMENICA   9  SETTEMBRE 2018

SECONDA  DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI

Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              63,7-17       
                         Epistola:           Eb              3,1-6      
Vangelo:           Gv            5,37-47

Nella II Domenica dopo il Martirio di San Giovanni il Precursore ritornano i due temi già annunciati dalle letture di Domenica scorsa: la fede e la testimonianza.
Di fronte ai Giudei che non hanno creduto in Lui Gesù afferma che il Padre che lo ha inviato ha dato testimonianza che egli è il Messia, il Figlio di Dio.  Tutta l’azione di Gesù, tutte le sue parole si pongono sotto quanto proclamato al suo Battesimo nel Giordano o nella Trasfigurazione sul monte Tabor: “Ecco questi è il Figlio, l’amato: ascoltatelo”.
È la testimonianza del Padre.
I miracoli che Gesù compie, il perdono e la misericordia che usa verso i peccatori, la sua stessa morte sono tutti segni che vogliono portare a credere che in lui agisce e si manifesta la potenza e l’amore di Dio.
Anche noi siamo chiamati a “Scrutare le scritture” per poter, in grazia della loro testimonianza, credere in Gesù e affermare “Mio Signore e Mio Dio”.
La prima espressione di fede della Comunità Cristiana.
In forza di questa fede la nostra vita dovrebbe diventare testimonianza di fronte al mondo.  Con la vita dobbiamo annunciare e proclamare che Gesù il Cristo e solo Lui è il nostro tesoro.
Parlando di testimonianza e della capacità di dire al mondo ciò che veramente conta nella vita mi hanno molto colpito le parole del Card. Scola in una intervista che ho letto su una rivista.
Alla domanda “Che cosa è la testimonianza, cos’ha imparato di essa nella sua esperienza di pastore?” risponde cosi: “La testimonianza è una conoscenza della realtà.  E nella misura in cui è una conoscenza adeguata diventa una comunicazione della verità.  L’ho compreso bene durante una visita pastorale agli ammalati: ero nella casa di un signore malato di Sla, che è morto poche settimane dopo e che comunicava solo con una palpebra.  Aveva tre figlioletti e il maggiore – di 13,14 anni – componeva con un tablet le sue parole.  Con pazienza ha scritto questa frase del padre: «Patriarca io sono contento».  Quando vedi una persona così, allora tu cominci a capire che cosa è la realtà.  Poco dopo, stavo uscendo e trovo un uomo di circa 70 anni, il parroco me lo presenta dicendomi: «Ha perso poche settimane fa il suo figliolo, che era nato con un grave handicap e aveva 45 anni: non si è mai capito se comprendesse o meno, non poteva parlare, gli avevano fatto una barella a rotelle.  E lui è sempre stato con il figlio, soprattutto da quando è morta la moglie.  L’unico suo “divertimento” è stato la messa delle sette della domenica…».  Io lì, un po’ superficialmente come noi preti facciamo spesso, al posto di stare zitto ho biascicato: «Il Signore gliene darà merito…».  Ma quell’uomo mi ha fatto un gran sorriso e mi ha detto: «No no, Patriarca. Io ho già avuto tutto.  Perché io ho capito cosa vuol dire amare».  Questa è la testimonianza”.
Ci interroghiamo allora oggi fondamentalmente su due cose.
1.  C’è da parte nostra l’impegno a scrutare le scritture per
raccogliere la testimonianza che solo Gesù il Cristo è il nostro tesoro?
2.  Sappiamo essere nella vita testimoni di ciò che veramente
conta ed è importante per noi?



           don Edy


DOMENICA  2 SETTEMBRE 2018

I DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI


Rif. Biblici:       1^Lettura:         Is              29,13-21     
                         Epistola:           Eb            12,18-25  
Vangelo:           Gv            3,25-36


La liturgia ambrosiana inizia con questa domenica l’ultimo tratto dell’anno liturgico.
La festa del martirio di Giovanni Battista celebrata il 29 Agosto è posta come punto di riferimento, in questo tempo, per tutta la Chiesa.
Giovanni è il primo grande testimone del Signore Gesù Cristo, la sua è una testimonianza data con il martirio e la Chiesa titolando le domeniche “dopo il martirio”ci ricorda che tutti noi siamo chiamati ed essere testimoni del Signore.
Il brano evangelico di questa prima domenica dopo il martirio ci parla della fede di Giovanni che di fronte ai suoi discepoli riconosce di non essere lui il Cristo, anzi di fronte a Lui si fa piccolo e si umilia. “Non sono io  il Cristo….Lui deve crescere io invece diminuire……”
Questo è il primo grande insegnamento odierno.
Per essere testimoni occorre avere fede, credere che Gesù è il Figlio di Dio, sapendo mettere Lui al centro della nostra vita obbedendo alla sua parola, mettendo in pratica quanto Lui ci ha insegnato.
Spesso la nostra testimonianza è povera, fragile e paurosa perché la nostra fede è piccola o superficiale.
Le parole ascoltate nella prima lettura del profeta Isaia suonano ancora oggi dopo secoli di storia attualissime per noi. “Questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e la venerazione

che ha verso di me è un imparaticcio di precetti umani”
Cosa possiamo dire di noi stessi? Come è la nostra fede? E’  nata e viene continuamente dall’incontro vero e profondo con la Parola del Vangelo o è un “imparaticcio” di precetti umani, in alcuni casi superstizioni o paure legate alla nostra esperienza terrena?
Occorre compiere un salto di qualità: Credere significa mettersi nelle mani di Dio consapevoli che solo Lui Vuole il bene pieno e totale per la nostra vita.
L’apostolo Giovanni dice “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna”.
Questa è la nostra fede che deve diventare testimonianza. Dobbiamo saper proclamare e gridare al mondo che solo Lui, non le cose o i beni di questo mondo, può darci la vita eterna.

           don Edy




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